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Un estratto da “Divagazioni su un destino comune” di Michael Robert Michon

Pubblichiamo un estratto dalla raccolta di racconti di Michael Robert Michon Divagazioni su un destino comune.

«È il prurito a svegliarlo, la sensazione di bruciore che la pol­vere, insinuandosi nelle narici incrostate, provoca sulle mucose aride. Un verso contratto, a metà tra lo starnuto abortito e il rantolo, annuncia il riaccendersi della coscienza, mentre il cor­po nudo si raggomitola obbedendo ancora all’istinto. Percepisce lo spazio intorno a sé attraverso la semioscurità, e si impone di non muoversi, guardingo, fin quando non gli è chiara la dimensione dell’ambiente che lo circonda. Mentre ruota con lentezza su un fianco, la superficie ruvida del legno lascia segni sulla pelle, ma i suoi gesti prudenti appaio­no, al momento, solo un retaggio privo di consapevolezza. Quando si mette a sedere, sa di esistere, capisce di essere qual­cosa, un essere vivente, ma lì si ferma tutto, e ha inizio il vuoto dentro la testa dolorante. Viene ancora dal naso il segnale. Una zaffata sollevata dal vento che a tratti penetra tra le tegole del tetto, a smuovere l’aria che ristagna. Un odore appena percettibile, acre e denso: la traccia di qual­cosa che si va disfacendo. Una traccia che lui sembra riconoscere, che ha l’effetto di un richiamo. E così, mentre si strofina le braccia per scacciare freddo e indolenzimento, il cervello ricomincia a elaborare dati e gli oc­chi, abituandosi alla penombra, riescono a valutare i confini di quella che identifica come una vasta soffitta, un granaio proba­bilmente, in origine. Alza lo sguardo e nella luce che filtra dagli stipiti fuori squadra osserva la danza del pulviscolo. I travi del tetto devono essere affollati di creature solerti e risolute, a giudicare dai buchi, dai pertugi e dalle microscopiche gallerie che vi sono state scavate. Allora, come se assecondasse un rituale dimenticato, l’uomo si mette in ginocchio e resta a fissare le grandi assi del pavimento, indugiando sugli orifizi che si sono formati nei punti di giuntura, modellati dall’andamento sinuoso dei nodi. Fessure levigate dall’azione del tempo danno luogo a forme dai contorni conturbanti, che contribuiscono a stimolare la sua eccitazione, lasciando intravedere l’esistenza di una profonda in­tercapedine, indispensabile una volta per garantire calore, como­do passaggio per ratti e altri abitanti dell’oscurità adesso. Eppure, lui non sembra a disagio: ha preso a muoversi carpo­ni, acquattato al suolo, nonostante i genitali penzolino a breve distanza da terra, preoccupandosi solo di sollevare con cura la rotula di turno, di certo memore dei gonfiori purulenti che le schegge provocano anche una volta estratte. Non ricorda il proprio nome, né tanto meno il motivo per il quale si trova lì, ma procede ostentando dimestichezza col per­corso, e si può intuire una qualche lucidità nelle sue scelte di direzione, nelle soste improvvise e a prima vista incomprensibili, nelle partenze repentine in quella posizione animalesca. È chiaro che segue una traccia, forse non ancora manifesta alla coscienza, ma che ispira consumati automatismi al suo modo di avanzare. Annusa, ecco cosa sta facendo! È concentrato su qualche odore che trapela dalla cavità sottostante e, a giudicare dalla progressiva erezione che rende ingombrante il suo membro, è ormai prossimo a identificare l’oggetto della propria estenuante ricerca. Infatti, poco dopo si ferma, e come una iena diffidente indu­gia in prossimità della parete che chiude l’ambiente: è l’ultimo tratto del solaio, quello in cui lo spazio tra il tetto e il pavimento non supera l’altezza di un metro. Prende a strisciare nella zona buia, voltandosi a volte nel corso della propria complessa mano­vra di accerchiamento, come se il timore di essere seguito non fosse in realtà irragionevole quanto può apparire e, giunto dietro al divisorio di doghe consunte che delimita una specie di riposti­glio, socchiude gli occhi e inala con soppesata intensità. Il volto si contrae in una smorfia di lasciva approvazione, quando i miasmi che trasudano dalle assi gli penetrano nel naso. L’odore dolciastro della morte, che continua a ristagnare nell’aria anche quando il fetore della carne in decomposizio­ne è svanito ormai da tempo, gli dà conferma che la sua ricer­ca è giunta al termine e che nulla di sostanziale è cambiato, nella casa. Si lascia andare sulle tavole di legno, confortato da quelle esalazioni che sembrano essergli familiari, e si raggomitola su sé stesso, quasi a proteggere col corpo lo spazio sottostante, da cui proviene l’odore. Il sonno lo coglie abbandonato in una posizione fetale.»

Divagazioni su un destino comune

Queste Divagazioni su un destino comune sono quattro storie che, pur diverse per soggetto e ambientazione, ruotano intorno a quella che proverbi e saggezza popolare indicano come l’unica cosa certa: la morte. Sono racconti che rivelano un approccio e uno stile apparentemente in contrasto tra loro, ma che hanno in comune mistero e oscurità, e spesso un’ironia dissacrante. Claustrofobia è una discesa negli inferi della dissociazione della mente umana. Precariato globale ci proietta in una dimensione escatologica rivelatrice di cosmiche gerarchie. Il titano senza volto illustra la relatività della percezione e dell’intuizione. Il fiume dei ricordi rappresenta la nemesi finale, un viaggio in ciò che c’è oltre. L’irrazionale penetra nel nostro mondo e prolifera in modo implacabile, fino a soffocare ciò che chiamiamo reale.

MICHAEL ROBERT MICHON Nato a Londra nel 1952, si trasferisce subito in Italia in seguito alla morte improvvisa del padre. I valori del movimento del Sessantotto lo coinvolgono profondamente: l’amore per la natura, i viaggi, la musica e la letteratura sono tutt’ora gli elementi fondanti della sua vita. Ha compiuto studi classici, interessandosi di filosofia e psicologia. Nutre un forte interesse per tutto ciò che nella vita si rivela profondo, insolito e magico. Ha esordito con il romanzo Annotazioni su un caso delicato (Castelvecchi, 2022).

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