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Un estratto da “Fuga al Nord” di Klaus Mann

Pubblichiamo un estratto da Fuga al Nord di Klaus Mann, il romanzo che «dà la possibilità a Klaus Mann di sviluppare i temi divenuti centrali nella sua esistenza dopo la decisione di abbandonare la Germania: la fuga, l’esperienza di sentirsi sradicati e senza patria, l’opposizione al nazismo» come scrive nell’introduzione Massimo Ferraris, traduttore e curatore dell’opera.

«La nave era ferma da qualche minuto. Le persone si accalcavano sulla stretta passerella di sbarco; in basso, sulla banchina, erano accolte da saluti festosi, baci e abbracci. I nuovi arrivati si mescolavano con coloro che li avevano attesi, si era sommersi da cenni e da grida, da un gran vociare e da sonore risate, si versavano anche lacrime di gioia, perché alcuni erano rimasti a lungo in terre lontane e ora la patria nordica li riaccoglieva. All’euforia generale e quasi inebriante che l’arrivo di un piroscafo porta sempre con sé si aggiungeva il piacere di una luminosa giornata estiva. Il cielo e l’acqua erano egualmente azzurri, incantevole il volo dei gabbiani, sul cui piumaggio in movimento la luce del sole risplendeva abbagliante. La giovane, che si chiamava Johanna, esitava ancora a lasciare la nave. Era sul ponte superiore e scrutava la folla sottostante in cerca della sua amica, senza trovarla. “Probabilmente Karin non è venuta affatto” pensò, ed era talmente delusa da non avere più voglia di muoversi dal luogo dove si trovava. Ma all’improvviso la vide tra la gente che salutava. Era là, tranquilla, seria e graziosa in mezzo a quella folla che cianciava, forse da parte sua aveva già da tempo individuato Johanna tra i passeggeri sul ponte, ma solo ora, quando i loro sguardi si incrociarono, sorrise. Quel sorriso dolce e grave Johanna lo conosceva bene, lo riconobbe da lontano, ne fu commossa e la fece sentire bene. Attraversò velocemente il ponte, scese le scale che portavano a quello intermedio, consegnò il biglietto al funzionario che si trovava alla barriera, percorse la passerella piuttosto ripida che conduceva alla terraferma con tale velocità che inciampò e per poco non cadde. Correva come un bambino a cui è finalmente consentito di uscire da scuola. I capelli, che ora le ricadevano sulla fronte, erano tagliati come quelli di un ragazzo. Da lontano, la si sarebbe potuta scambiare per un liceale. Sotto la corta gonna di lino, le sue ginocchia erano nude. Era enormemente felice di scendere da quella nave. E non era solo la nave che si lasciava indietro, mentre incespicava entusiasta lungo la passerella. Alla gioia intensa si mescolava un po’ di paura, cosa sarebbe successo ora? Karin afferrò al volo la ragazza che correva. «Eccoti qui!» esclamò, con la sua voce un po’ rauca ma dolce e profonda. Johanna abbracciò l’amica e la baciò. «È davvero gentile da parte tua essere venuta!» disse, continuando a tenerla tra le braccia. Poi, vergognandosi un po’ di quello slancio di tenerezza che tra loro non era abituale, aggiunse: «Sarei anche potuta venire da te in treno, avevo già preso nota delle coincidenze». Karin chiese del bagaglio di Johanna. Ebbero difficoltà a trovare subito un facchino. Bisognava presentare le due modeste valigie al controllo della dogana; Johanna era piuttosto perplessa e frastornata, quindi toccò a Karin prendere in mano la situazione e gestire le formalità. Era energica e abile, malgrado la sua aria dolce e noncurante. Con i doganieri si espresse in quella lingua sconosciuta, dalle sonorità confuse, che Johanna non riusciva a immaginare di poter mai riuscire a comprendere o parlare. Johanna, impacciata e imbarazzata, era in piedi accanto a Karin, che agiva con calma e decisione. Si poté finalmente disporre delle valigie, Karin indicò al portabagagli in quale vettura doveva depositarle. Era la stessa automobile con la quale Karin era stata in Germania l’anno prima: una berlina a quattro posti senza pretese, dipinta di verde e coperta di polvere e di schizzi di fango. «Sempre il buon vecchio macinino» osservò Johanna con apprezzamento mentre saliva. Era meraviglioso ritrovarsi a fianco di Karin seduta al volante. Nessuno guidava in modo più sicuro e affidabile di lei. Johanna, dal suo posto, la guardò divertita e ammirata; quanto era colpita da quell’atteggiamento disinvolto e concentrato, come amava quel viso bruno, sensibile e allo stesso tempo deciso, con gli occhi buoni dal colore indefinibile! (Erano grigio scuro con una sfumatura di castano? O erano di colore castano chiaro, che a volte si avvicinava al blu scuro?). – Johanna non provava più la sensazione di essere troppo stanca, fuori fase o di avere i nervi a fior di pelle. La vicinanza di Karin la rinfrancava e la rafforzava; ecco perché non le staccava gli occhi di dosso, prestando scarsa attenzione a quella città straniera attraverso la quale si lasciava condurre.»

Klaus Mann

Fuga al Nord

Traduzione di Massimo Ferraris

Johanna è una giovane tedesca, militante nella Resistenza al nazismo, costretta a lasciare la Germania per scampare all’arresto. Prima di raggiungere i compagni in esilio a Parigi, accetta l’ospitalità dell’amica Karin nella grande tenuta di famiglia in Finlandia, dove l’accolgono foreste meravigliose e struggenti, e i conflitti nascosti di una casa altoborghese. Ma è il fratello maggiore di Karin a catturare Johanna: il solitario e carismatico Ragnar è un amore impossibile e sbagliato, che la tratterrebbe lontano da Parigi, dalla Resistenza, dai compagni che muoiono per la libertà. Fuga al Nord, scritto nel 1934, è un classico della “letteratura dell’esilio” che racconta lo sradicamento e l’opposizione al nazismo con il fervore della stretta contemporaneità. La scrittura di Klaus Mann, con le ripetizioni avvolgenti della nenia e le gelide infiltrazioni della realtà, abita lo spazio sottile tra sogno e risveglio: sotto il sole dell’estate polare, che non tramonta mai, il mondo in fiamme sembra trasformarsi in un mondo sospeso.

KLAUS MANN (Monaco di Baviera, 1906 – Cannes, 1949)
Figlio di Katia e Thomas Mann, iniziò la sua carriera letteraria come enfant terrible negli anni della Repubblica di Weimar. Dopo il 1933 divenne un autorevole rappresentante della letteratura tedesca in esilio. I suoi romanzi più importanti vennero scritti nel periodo dell’emigrazione: Sinfonia patetica (1935), Mephisto (1936) e Il vulcano (1939). Morì per una overdose di sonniferi. A partire da AlessandroRomanzo dell’utopia (2021), Figlio di questo tempo (2022), Anja ed Esther (2022) e Punto d’incontro all’infinito (2022), Castelvecchi pubblicherà tutta la sua opera.

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