L’eterno piccoloborghese

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Ödön von Horváth

L’eterno piccoloborghese

Sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, sfibrata dalla Grande Depressione, popolata da uomini “medi” pronti ad essere i luogotenenti del diavolo in terra, se questi promette grandezza: la Germania descritta da Ödön von Horváth nel 1930 è terreno fertile per il nazismo, un sistema in cui il piccoloborghese sarà ingranaggio perfetto. Questa umanità è raccontata in un intreccio di storie in cui le tinte dominanti sono il sarcasmo, la beffa e un senso di tragedia incombente. Ci sono il venditore di automobili Alfons Kobler, che truffa i suoi clienti per pagarsi l’ascesa sociale; la sarta Anna Pollinger, che ha frequentato Kobler ma che per «praticità» decide di concedere servizi amorosi a pagamento; la stella dell’hockey su ghiaccio Harry Priegler, che ritiene sufficiente presentarsi in auto sportiva e offrire la cena a una donna per rivendicarne i favori. L’eterno piccoloborghese è un romanzo che sfugge alla forma romanzesca in mille direzioni – verso la pièce teatrale, verso il componimento satirico – per denunciare l’irrimediabile Verrohung, l’‘abbrutimento’, della società.

(Fiume, 1901 – Parigi, 1938) Scrittore e drammaturgo austriaco, è autore di quattro romanzi e numerosi testi teatrali. Trasferitosi a Berlino, vince il Premio Kleist nel 1931 con la pièce Storie del bosco viennese; nel 1937 pubblica il suo capolavoro Gioventù senza Dio. Dal 1933 è perseguitato per la sua opera, e tre anni dopo viene dichiarato cittadino indesiderato: deve lasciare la Germania per Vienna, e Vienna – dopo l’Anschluss – per la Svizzera, Budapest, Parigi. Muore a trentasei anni sugli Champs-Élysées, nel mezzo di un violento temporale.

 

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