Alternative per il socialismo, numero 77

Anno 2025
Autori AA.VV., Alfonso Gianni, Fausto Bertinotti
Collana Riviste
Pagine 250
Cod. 9791256147502
Chissà che cosa avrebbe scritto oggi Nuto Revelli, ufficiale degli Alpini nella tragica missione in Russia prima, comandante partigiano poi, e autore del testo di quello splendido canto partigiano che è Pietà l’è morta, la cui musica risale a una canzone – Il ponte di Perati – cantata dagli Alpini ai tempi della Prima guerra mondiale. Chissà se l’orrore del genocidio del popolo palestinese in corso in questi mesi, senza che nessuno riesca a fermarlo, avrebbe trovato modo e spazio per esprimersi nei versi di una canzone di rabbia e di lotta. Allo stesso tempo un inno alla pietà per quelle vittime della ferocia e della stupidità umana. Come è appunto Pietà l’è morta. Come si ricorderà, nel 1949 Adorno aveva dichiarato che «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie» Con questo aforisma, diventato subito famoso – oggi si direbbe virale – non voleva certo stilare un atto di morte per un intero genere letterario quanto segnalare una estrema difficoltà, anche per un pensiero critico, di misurarsi in modo congruo con le problematiche di un sistematico sterminio, cioè un genocidio. Inoltre segnalava che quel genocidio fissava una cesura epocale nella storia umana e del pensiero. Tanto è vero che Adorno cercò in seguito di precisare il senso di quel suo aforisma, senza peraltro disconoscerlo. Nel saggio Meditazioni sulla metafisica, che conclude il volume Dialettica negativa, apparso per la prima volta in Germania nel 1966, scrive: «Forse dire che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia è falso: il dolore incessante ha tanto il diritto ad esprimersi quanto il martirizzato ad urlare. Invece non è falsa la questione, meno culturale, se dopo Auschwitz si possa ancora vivere, specialmente lo possa chi vi è sfuggito per caso, e di norma avrebbe dovuto essere liquidato…». Purtroppo la seconda parte di questa sua previsione si è più volte verificata nella storia del dopoguerra. Ma la prima, un’autocritica implicita dopo il fitto dibattito fra intellettuali di tutto il mondo successivo alla sua dichiarazione del ’49, libera il dolore dalla cappa di silenzio o meglio dalla paura e dall’orrore che il suo richiamo, il suo tornare alla memoria, il suo esprimersi può creare in tutti noi. Quel dolore anzi va esplicitato, urlato, raccontato nei modi più precisi e nelle forme più efficaci. È un modo per combatterlo, perché le circostanze tremende che lo hanno perché generato possano non verificarsi più. Questo è il senso e il valore della memoria. Ma perché ciò accada bisogna che le parole siano precise, congrue ad esprimere l’accaduto o ciò che sta accadendo. Non ci può essere un mal riposto pudore a chiamare le cose con il loro nome per timore di turbare qualcuno o fare torto all’unicità esperienziale di un determinato popolo, l’ebraico in questo caso. Per questa ragione chiamare la mattanza in corso a Gaza con il termine più appropriato – genocidio – è una questione politicamente, giuridicamente e storicamente rilevante.
AA.VV.

AA.VV.

Alfonso Gianni

Alfonso Gianni

Nato a Milano il 6 febbraio 1950. Tra il ’68 e il ’76 ha partecipato attivamente al movimento studentesco milanese. Nel 1976 è stato tra i fondatori del Movimento Lavoratori per il Socialismo (Mls), nel quale ha ricoperto la carica di vicesegretario nazionale. Tra il 1979 e il 1987 è stato deputato, prima nel gruppo del Pdup (con cui il Mls si era fuso), poi come indipendente nel gruppo del Pci. Tra il 1988 e il 1994 ha lavorato come esperto di mercato del lavoro presso la Cgil Lombardia e poi la Cgil nazionale. Assieme a Fausto Bertinotti ha dato vita a “Essere Sindacato”, sinistra sindacale della Cgil. Successivamente ha svolto la funzione di capo della segreteria di Bertinotti, quando quest’ultimo era segretario nazionale del Partito della Rifondazione comunista. Nel 2001 e nel 2006 è stato rieletto deputato di Rifondazione comunista, dimettendosi dalla Camera nell’estate del 2006 per ricoprire la carica di sottosegretario allo Sviluppo Economico nel secondo governo Prodi. Si è occupato di ricerca economica e sociale per la Fondazione “Cercare Ancora” di cui è stato direttore. Dal 2016 fa parte del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. E’ stato tra i redattori della rivista “Alternative per il socialismo” fin dal suo sorgere nel 2007. Ha scritto diversi libri con Fausto Bertinotti per gli editori Sperling&Kupfer e Ponte alle Grazie. E’ stato autore di Bye Bye neoliberismo, edizioni Ponte alle Grazie, Milano 2009. Attualmente dirige la rivista trimestrale “Alternative per il socialismo” edita da Castelvecchi e ha curato l’edizione degli scritti di Fausto Bertinotti (2007- 2022) La dissoluzione della democrazia, sempre per Castelvecchi. Collabora con il "Manifesto" e diversi giornali online.
Fausto Bertinotti

Fausto Bertinotti

È sindacalista e politico tra i più rilevanti del secondo Novecento e del Duemila. È stato segretario del Partito della Rifondazione Comunista (1994-2006), presidente della Camera (2006-2008), deputato (1994-2008) ed europarlamentare, presidente del Partito della Sinistra Europea. È stato insignito della Légion d’honneur. Ha aderito al Partito Socialista Italiano nel 1960, nel 1964 è entrato nella CGIL, della quale è diventato segretario nazionale, dal 1972 alla sua dissoluzione ha fatto parte del Partito Comunista Italiano. Con Castelvecchi ha già pubblicato “Colpita al cuore. Perché l’Italia non è una Repubblica fondata sul lavoro” (2015).

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