punk

Serena Zuccheri
PUNK IN CINA
Nuovi fuochi di rivolta dopo Tiananmen

 

 
Il Punk fra Occidente e Oriente: primi fuochi, ultimi fuochi | «È tutto uguale»: la Cina entra nell’Era del Punk |  Prima generazione Punk: Catcher In The Rye e Underground Baby, il periodo di fioritura | Seconda generazione: dalla crescita allo splendore | ITerza generazione: il periodo di stasi |
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Il Punk fra Occidente e Oriente: primi fuochi, ultimi fuochi

Cosa vede l’Occidente che, stupito, guarda alla Cina? Grandi trasformazioni culturali, nuove forme d’arte, nuovi movimenti, spesso sotterranei, che spaziano dall’arte visiva a quella letteraria, dall’arte cinematografica a quella musicale. Con accuratezza l’Occidente li registra, li documenta, li enfatizza in articoli più o meno seri, che certamente possiedono almeno un pregio: ricordare una volta per tutte che la Cina ha sempre avuto, e ha ancora oggi, una sua identità specifica, non assimilabile a quella di Giappone e Corea.
Giornalisti e sinologhi da tempo cercano di aiutare la Cina a riappropriarsi delle sue peculiarità e della sua storia, ma il Paese che si presenta ora ai loro occhi è paradossalmente intriso di un ingenuo entusiasmo consumistico e caratterizzato dal cosiddetto «Socialismo di mercato». Le contraddizioni non sono più latenti, ma esplodono visivamente e si concretizzano in fenomeni culturali impensabili fino a qualche tempo fa. Centri propulsivi sono, come spesso accade, le metropoli: Shanghai, Hong Kong, ma soprattutto Pechino, rinascente capitale, città caotica, cosparsa di grattacieli, sottoposta a un energico restyling per l’ingresso della Cina nel Wto (Omc) e per i Giochi Olimpici del 2008.Pechino, forse suo malgrado, si presenta come la culla dei movimenti artistici che si ribellano a un sistema socio-politico assimilato, ma che resta pur sempre un ostacolo per la libertà creativa degli individui. Artisti, musicisti, scrittori, più che muo­versi liberamente, si insinuano nel quotidiano e, consapevoli della loro «non ufficialità», si fanno portatori di una cultura «altra», a sé stante, che scavalca con impeto, energia, spesso in clandestinità, gli schemi imposti. Diventa «cultura underground». Ma perché proprio Pechino? Per uno straniero Pechino rappresenta la capitale di un Paese coinvolto (e sconvolto) da vorticosi cambiamenti sociali, economici, nonché urbanistici: una metropoli che si allarga a dismisura, che divora spazi, seppellisce il suo passato sotto nuove costruzioni. Per un adolescente cinese, nato e cresciuto nella capitale, Pechino è una città alienante, un miscuglio non ancora ben definito di vecchio e nuovo, di Oriente e Occidente, un equilibrio incerto di sopraggiunto benessere economico e di povertà crescente. Una realtà spiazzante, che pone problemi cognitivi, di orientamento: «In cosa bisogna credere adesso?», questo sembrano domandarsi costantemente i nuovi figli della Cina.L’apertura all’Occidente ha complicato le cose,
introducendo un individualismo estraneo alla cultura cinese, abituata a dare più rilievo alla collettività anziché al singolo. Ecco la spiegazione di Angela Pascucci, giornalista de «il manifesto»:

Oggi l’influenza del nuovo che avanza, con il consumismo e l’en­fasi sulla ricchezza, l’aspetto individuale e il retaggio del passa­to, che in forme diverse si cerca di perpetuare per tenere sotto controllo, porta a un mix destabilizzanted, un corto circuito.

È un corto circuito ormai palpabile con cui molti giovani cine si si trovano a fare i conti, ma che continua a essere ignorato dalle istituzioni, poco attente a quelle istanze collettive emergenti che parlano di rottura, disadattamento e sofferenza. Indicative in tal senso sono le parole di Zhang Dali, artista cinese di avanguardia: «Urlando non si dialoga, non si ragiona non si costruiscono alternative, forse, ma almeno si afferma chiaro e forte di esistere». Il disagio cresce, e impara a esprimersi non solo con le urla, ma anche con la musica urlata: ecco allora i gruppi Punk, nati ed emersi a Pechino nel giro di dieci anni, che riempiono la scena musicale cinese di suoni fragorosi e martellanti.
Ma come arriva il Punk in Cina? Attraverso quali canali? Quale conoscenza del genere fa breccia negli animi dei giovani cinesi? Quali nuovi significati il Punk può incarnare per una generazione già tanto incerta? Essere o non essere comunisti, lottare per la democrazia, ignorare le regole imposte o rifugiarsi nel passato glorioso della Cina e del suo padre fondatore Máo Zédo
¯ng?
I giovani cinesi, presi da una specie di raptus compulsivo, divorano tutto ciò che viene dall’Occidente, non solo la musica mainstream, ma anche, e con particolare curiosità, tutto ciò che è underground, che proviene dal mondo della musica indipendente. Incuriositi dal Punk-Rock studiano gli anni Settanta, ovvero gli anni in cui, in Occidente, entrano in crisi le ipotesi di rinnovamento radicale della società. Scoprono la conflittualità sociale, gli scioperi operai, le agitazioni studentesche e giovanili, la nascita di movimenti politici estremisti. Scoprono lo «choc petrolifero» del 1973, quando i Paesi produttori di petrolio decisero di quadruplicare il prezzo del greggio rischian­do di mettere in ginocchio l’economia mondiale e di porre fine al benessere economico della cosiddetta Era della «Terza Rivoluzione Industriale», con tutte le conseguenze annesse e connesse: la brusca recessione della produzione a cui fece seguito la conseguente inflazione, l’aumento dei prezzi e della disoccupazione, e soprattutto la diminuzione sostanziale degli scambi internazionali. Gli anni Settanta videro uno spostamento dell’asse delle politiche nazionali verso il centro e il centro-destra e un’alternanza tra la spinta riformatrice, che tentava di accogliere alcune delle istanze avanzate dai sindacati e dalle sinistre, e la reazione moderata, ispirata a una visione neoliberale dell’economia.
Il Paese in cui queste tendenze si manifestarono prima e più chiaramente fu la Gran Bretagna che, non a caso, costituisce il luogo di nascita del movimento Punk. I giovani cinesi hanno dunque due cardini fondamentali da cui partire nella (ri)scoperta del Punk: una data di nascita (estensivamente, gli anni Settanta) e un luogo di nascita (la Gran Bretagna).

«È tutto uguale»:  la Cina entra nell’Era del Punk

L’eco dei dissacranti Sex Pistols arriva in Cina esattamente venti anni dopo, nel 1996. Siamo nella prima metà degli anni Novanta e il Rock a Pechino ha superato le aspettative dei suoi stessi fan diventando la principale tendenza underground. Cu¯i Jìan e la sua musica continuano a rappresentare il punto di partenza per una generazione di adolescenti protesa verso un cambiamento interiore che aspetta di venire allo scoperto. Ma qualcosa viene a mancare: il Rock sembra interrompere la sua battaglia, si ferma e si abbandona a una fase riflessiva. Giunto al suo apogeo sembra fossilizzarsi sui successi ottenuti, non produce nulla di nuovo e perde momentaneamente il suo potere galvanizzante.
I giovani e futuri Punk cinesi, cresciuti a ba?ozi (tipo di pane cotto a vapore e farcito di carne o verdura) e Cu¯i Jìan, non sono poi così sprovveduti, cominciano a prendere coscienza dei veloci cambiamenti in atto nel loro Paese e, di riflesso, trovano che il Rock non sia più adeguato alle loro esigenze, poco conforme all’atmosfera di quegli anni. Ammettono apertamente che sono stufi della città in cui vivono, della spazzatura commerciale che passa la Mtv cinese, delle tradizionali ballate Rock, di ciò che diviene tendenza, di uno standard di vita che ha come impulso un «capitalismo corsaro». Parliamo sempre di una minoranza, è chiaro: la massa degli adolescenti aspira a ideali plastificati, artificiali, pubblicitari. C’è però una parte di giovani che vive con disagio il presente. Benché sembrino disinteressati alla crescita economica del loro Paese, agli effetti, positivi e non, delle riforme di Dèng X??aopíng degli anni Ottanta, anche loro godono dello sprazzo di libertà intravisto nei fulminei cambiamenti della Cina di oggi. Altrimenti il sogno di realizzare e pubblicare degli album e della musica «fuori dal comune» sarebbe rimasto una semplice utopia. Ad ogni modo si oppongono al sistema attuale perché, per migliorare il benessere sociale ed economico del Paese, certe tradizioni sono state smantellate, sradicate. È difficile riassumere il loro odio e la loro rabbia. L’astio che guida la loro battaglia è ambiguo. I termini stessi della battaglia lo sono. Dicono di ripudiare le loro tradizioni secolari e inneggiano all’America, rifiutano il paragone con gli Stati Uniti e idolatrano la propria Patria: un caos mentale di dubbi e incertezze che li porta solo ad essere contraddittori, e il rischio più grande sta proprio nel riconoscimento di queste contraddizioni. Forse per questo i Punk si nascondono dietro il grido: «Distruggiamo tutto, anche noi stessi». Ma ripartire da zero sarebbe forse più facile?

Camminano per le strade di Pechino, osservano i cambiamenti, il punto su cui sembrano essere d’accordo è che «è tutto uguale»[1]. McDonald’s e Kentucky Fried Chicken ovunque, centri commerciali giapponesi, coreani, francesi, svedesi, pub, discoteche e bar smantellati e ricostruiti dal giorno alla notte, mercato digitale e della telefonia mobile alle stelle: segni concreti e tangibili di effettiva apertura all’Occidente e al capitalismo, ma per il resto? I desideri e le aspirazioni di questi giovani cinesi non sembrano corrispondere ai risultati che la Cina è riuscita a raggiungere in così breve tempo:

Vivendo a Pechino mi sento come una persona rinchiusa in una stanza con il desiderio assoluto di non uscire e mischiarmi con gli altri per la semplice ragione che loro sono in quel modo, e io sono io, non abbiamo niente di cui parlare, niente da condividere. È una città enorme, ma qui non c’è nessuno[2].

Chi sono gli «altri» cui si riferisce G
a¯o Wéi? Quelli che si entusiasmano per le gare serali di karaoke, quelli che accettano l’amore svenduto e superficiale cantato dai personaggi bellocci e compiacenti della musica Pop, quelli che cercano di guadagnare il più possibile per poter frequentare i locali più alla moda della città e indossare abiti griffati. Gente che si omologa, che rimane sulla superficie liscia e brillante delle vetrine, gente che ha poco a che fare con il modo di vivere, con la filosofia del Do It Yourself, con il pessimismo, la solitudine e la rabbia che smuovono gli animi dei Punk.
Sulla scia dei cambiamenti economici e sociali, quali sono le prospettive lavorative che la Cina offre alla gioventù cinese degli anni Novanta? La prima opportunità consiste nella ricerca di impiego nei principali settori statali: bisogna dunque studiare per diventare insegnante o, ancora meglio, in­gegnere, medico o avvocato, e contribuire così al processo di modernizzazione del Paese. Possono anche essere professioni noiose, ma perlomeno danno ai giovani una parvenza di sicurezza, grazie a un contratto a lungo termine che, se anche non li renderà ricchi, garantirà entrate economiche sufficienti a un’e­sistenza dignitosa. La seconda opportunità è quella di lavorare per una delle tante compagnie o imprese private sorte negli ultimi anni, la maggior parte delle quali sono catene di negozi o grandi magazzini. Per lavori simili non sono richieste grandi competenze, è sufficiente un diploma di scuola media superiore. Lo stipendio va da un minimo di 400 yuan (circa 60 euro) a un massimo di 1.000 yuan (circa 150 euro) mensili. Ai laureati, invece, viene offerta una terza opportunità, la più rischiosa: creare un proprio business che, per ottenere buoni e copiosi profitti, è preferibile sia legato all’in­dustria tecnologica, elettronica e digitale. Riuscire ad aprire un grande punto vendita di computer è già un ottimo successo. Impresa ardua se si pensa che è indispensabile già in partenza un bud­get abbastanza ingente. Non a caso la maggioranza dei gestori con capacità imprenditoriali supera i 40 anni, non facendo così più parte della cerchia dei giovani alle prese con un futuro incerto. Ci vogliono coraggio e caparbietà per intraprendere questa via, e i ragazzi che vivono a Pechino e nelle maggiori città cinesi ne sono consapevoli. Non è così semplice: oltre al denaro solo chi ha i giusti contatti riesce a emergere e ad andare avanti. La questione è se decidere di rimboccarsi le maniche e, con notevoli sforzi e rinunce, entrare a far parte di questo sistema in vista di un futuro più esaltante, oppure riconoscerne le incongruenze e lasciar perdere[3].


Gli Anarchy Boys in una breve esibizione davanti all'entrata di un centro commerciale di Pechino. Stupore e curiosità tra i passanti, attenzione rapita fra i giovanissimi.

I musicisti underground decidono di non scendere a patti con queste regole sociali fisse, seguono aspirazioni e istinti di altra natura. Spinti dal bisogno di costruire un proprio rifugio, spesso continuano a vivere sulle spalle dei genitori, o si impegnano con pochi sforzi a trovare un/a fidanzato/a straniero/a che li «sostenga» nella realizzazione dei loro progetti. Con questo non si vuole asserire che tutti i musicisti assumano questo comportamento, ma molti di loro in confidenza lo ammettono, non è poi cosa così difficile da notare. Noia, avvilimento, senso di frustrazione e di inadeguatezza: sentimenti omessi dal «pimpante» mondo del karaoke e sottovalutati dal Rock della passata generazione. Non trovando nel Rock una risposta soddisfacente al «male di vivere», si cerca nella storia della musica occidentale una possibile soluzione alternativa: da questa ricerca di altri significati emerge il Punk.[…]

Prima generazione Punk: Catcher In The Rye
e Underground Baby, il periodo di fioritura

Con i Màitían Sho?uwàngzhe? (麦田守望者, Catcher In The Rye), e i Dìxìa Y?¯ngr (地下婴儿, Underground Baby), siamo nel 1995, l’anno che segna la fioritura del Punk in Cina come nuovo mez­zo d’espressione della gioventù underground alternativa. I Cat­ch­er In The Rye e gli Underground Baby condividono un background simile: la maggior parte dei membri di queste due band proviene da Pechino e ha in comune le influenze musicali dei gruppi Punk occidentali di fine anni Settanta e primi anni Ottanta (Sex Pistols, Ramones, Clash). Il sound prodotto dalle due band ha comunque caratteristiche diverse: quello dei Catc­her In The Rye è «bubble gum, polistirolo, Robert Smith, a cappella», quello degli Underground Baby invece è «velocità, energia, pessimismo e catarsi»[4]. […]
Con gli Underground Baby abbiamo a che fare con il primo vero gruppo Punk cinese, soprattutto per l’atteggiamento che ostenta, espresso in una musica piena di imperfezioni, carica di idee contraddittorie e di uno stato d’animo incostante e lunatico. […]

Seconda generazione: dalla crescita allo splendore

Gli Underground Baby e i Catcher In The Rye aprono la strada del mondo underground ai giovani cinesi, altrimenti «obbligati» a percorrere il tradizionale sentiero dell’ideologia e delle aspirazioni di benessere economico del Paese. I loro fan più accaniti diventeranno i Punk della seconda generazione. Visibilmente più estremi, creste di capelli colorati, giacche di pelle decorate con spille da balia e rammendi di stoffa, i nuovi Punk entrano in azione con la consapevolezza dell’opera svolta dai predecessori. Nel loro bagaglio musicale occupano parecchio spazio le influenze dei gruppi occidentali di fine anni Ottanta e primi anni Novanta (Operation Ivy, Nofx, Misfits, Bad Brains).
Tra i nuovi «adepti» del Punk e la generazione precedente si crea presto un gap. Primo fattore l’età: i Punk di seconda generazione, molto più giovani e impulsivi, si armano di strumenti musicali tra i 15 e i 16 anni, mentre i leader della prima generazione muovevano incerti i primi passi ad adolescenza inoltrata. Approfittano della scaltrezza e dell’atteggiamento pionieristico di Ga¯o Wéi e Ga¯o Yáng che per diverso tempo continueranno a vegliare su di loro. Si abbandonano all’agio tipico degli scansafatiche, lascia­no definitivamente gli studi e approdano nel regno dello Ska-Punk mostrando un disprezzo totalizzante per il Pop com­mer­ciale di Canton, Taiwan e Hong Kong. Così racconta Tina:

Il Punk in Cina era veramente ai primi passi, era veramente seminale: c’erano pochi gruppi allora e suonavano in posti che non erano assolutamente idonei per quello che volevano fare, ma era meraviglioso perché c’era così poca consapevolezza di quello che stava succedendo e, al tempo stesso, così tanta energia e voglia di farlo che era veramente Punk, tipo I don’t know what I want but I get it. Erano totalmente confusi, però c’era questa voglia di fare per cui i concerti erano nei karaoke bar più schifosi, nei luoghi più impensabili, tutti i posti da un concerto e via perché una volta che li facevano suonare non li volevano più. Chissà che gli dicevano per fare quei concerti, forse «facciamo musica occidentale». Arrivavano lì vestiti male, e anche nell’estetica erano carini, perché l’estetica Punk che gli era arrivata era proprio quella più minimale, l’archetipo del Punk che trovi nei videogiochi. Avevano questo modo di vestirsi che era veramente «super ’77», che poi era quello che si trovava al tempo, non che ci fosse altro. Successivamente nel ’99 già si cominciavano a vedere le cinte con le borchie, la gente che si tatuava. Lo so che è ridicolo perché se uno parla del 1997 era l’altro­ieri, ma lo giuro, non c’era niente di Punk, è arrivato dopo, quindi per loro vestirsi Punk era vestirsi eleganti ma stracciati con le spille da balia, quello che è successo da noi quando il Punk era in Occidente: non c’era nulla. Adesso le cinte borchiate si comprano su Internet, anzi, dall’indiano sotto casa. Eppure c’è tutto un lavoro culturale alle spalle per cui oggi c’è qualcuno per strada che te le vende. Per loro invece non c’era niente di tutto questo: se lo inventavano il modo di vestirsi Punk. Penso si basassero sulle copertine di quei pochi Cd dei Sex Pistols che si trovavano supertaroccati[5].

Un corteo di creste multicolore o maculate, piene di aculei pronti a colpire a un solo gesto di disapprovazione, comincia a vagare senza meta per le strade di Pechino, pantaloni di pelle colorati e attillati su gambe agili e scheletriche, borchie e catene su fianchi altrettanto esili, anfibi da combattimento e piercing ovunque a testimoniare una lacerazione interna che viene progressivamente allo scoperto. Tra i passanti sconcertati, c’è anche chi rimane incuriosito da questo improvvisato esercito di straccioni.  […]

Terza generazione: il periodo di stasi

La notorietà del Wúlíao Ju¯ndùi e dei suoi soldati circola nelle maggiori regioni cinesi, e numerosi sono i musicisti che, attratti dalla fantomatica libertà di Pechino, accorrono nella capitale a osservare la situazione. Nuove band nascono, la scena underground pechinese si anima, ma la marea di nuovi gruppi satura gli spazi, e i noti bar e locali cominciano a offrire prezzi competitivi alle band con un largo seguito di fan. Nei due anni successivi a questo apogeo, la scena alternativa si prende una vacanza e il «sovrappopolamento» musicale di Pechino spinge molti musicisti di prima e seconda generazione a emigrare nelle regioni del Sud, specialmente nello Yunnan. Alla ricerca di una profonda ispirazione, e di marijuana più economica (nello Yunnan cresce naturalmente), parte del­l’Esercito Annoiato si rifugia nei bar, nei chioschi e negli ostelli delle città di Dali e Lijiang, luoghi assai frequentati da studenti e turisti stranieri. Dopo aver fumato e bevuto tutti i soldi a loro disposizione, gli sgargianti Punk metropolitani trovano dei luoghi in cui esibirsi, dando così alla Cina del Sud l’op­por­tu­ni­tà di ascoltare e conoscere i creatori della musica alter­na­ti­va di Pechino.

La mancanza dei Punk nella capitale permette ai veterani del Rock di uscire di nuovo allo scoperto per riprendere il controllo su alcuni luoghi e su quella parte di pubblico desiderosa di un po’ di Rock tradizionale. Inoltre, il vuoto che i gruppi Punk si lasciano alle spalle permette l’insediamento di un nuovo ambiente musicale, gestito questa volta dagli shu¯orén (说人, ‘rapper’), amanti e portavoce del Rap Metal made in China. I luoghi in cui si esibivano i Punk vengono presi d’assalto dai rapper, mostrando le differenze non solo ideologiche, ma anche economiche, tra i due ambiti musicali. I maggiori locali di Pechino cominciano a reclutare gruppi Rap perché ammaliati dal loro look più cool, dal loro atteggiamento meno violento e dal sound simile a quello delle discoteche più commerciali della città.
Tra il 2000 e il 2001 i Punk iniziano il loro ritorno alla mecca. Si rimettono in marcia verso Pechino. Sembrano più maturi, più vissuti, le alte e variopinte creste si trasformano in teste rasate, le basette vengono rimpiazzate da «sagge» barbette a punta, il suono martellante della batteria viene sostituito dal suono più soft dei bonghi. I Punk pechinesi sembrano ora «poeti reminescenti della Beat Generation americana».



[1]. Titolo di una canzone degli Underground Baby.
[2]. Ga¯o Wéi, voce leader degli Underground Baby in O’Dell, The Politics, cit., p. 46.

[3]. «Il problema degli adolescenti cinesi di oggi è la pressione familiare, vale a dire la questione del meccanismo competitivo che in qualche modo avvicina di più il sistema scolastico cinese a quello giapponese o coreano in cui, per semplificare al massimo, i genitori si devono impegnare al massimo affinché loro figlio vada in un buon asilo, perché se va in un buon asilo andrà in una buona scuola elementare, se andrà in una buona scuola elementare andrà in un buon liceo fino a che, se sono stati bravi a prepararlo, facendogli fare lezione anche il sabato e la domenica, riuscirà finalmente a entrare all’Università di Pechino. Una volta entrato, a meno che non sia proprio una scarpa, riuscirà a trovare una collocazione nel mondo del lavoro. Quindi, nelle Università cinesi è difficile entrare, ma è facilissimo uscire e trovare un buon posto di lavoro. È il sistema inverso di quello italiano per cui nelle Università è facilissimo entrare ma è difficile uscire in maniera dignitosa con uno sbocco lavorativo interessante. In questo momento il problema degli adolescenti cinesi è la pressione sociale: o si collocano direttamente fuori o sono interni al meccanismo. Nel caso degli adolescenti italiani, questi possono stare con due piedi nella stessa scarpa e rimandare la scelta se andare a lavorare in banca o dedicarsi alla musica Punk anche fino a 30 anni, non devono compiere una scelta a sedici, diciotto, venti anni. In quest’ottica possiamo anche immaginare che una persona abbia seguito tutta la vita la musica Punk e che poi alla fine decida di laurearsi in Economia e commercio e diventare un Capitano di industria. Ecco, questo meccanismo è il grosso problema della gioventù cinese». Federico Masini, intervista del 2 marzo 2004.
[4].Vedi D.H. O’Dell, Brief History of China’s Punk Rock Scene<www.thatsbeijing.com>.
[5]. Intervista del 4 marzo 2004 a Valentina Pedone, alias Tina, promotrice del Punk in Cina dal 1997 al 1999.