| Alessandro Agostinelli
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| Dall’invecchiamento al giovanimento: l’ibernazione emotiva | Scalfire il tempo | La sinistra e il mercato: «la globalizzazione dei sentimenti» | La molteplicità superficiale | ||
Dall’invecchiamento al giovanimento: l’ibernazione emotivaLa gioventù, sospesa sempre tra atteggiamento ludico e serioso, è più che mai al centro delle società attuali dell’Occidente. L’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e la loro uscita dalla casa dei genitori vanno sempre più ritardando. Il forte calo di natalità rende più distante nel tempo la possibilità di assumere il ruolo di padre o di madre. La crescita formidabile dei nuclei familiari costituiti da una sola persona (i single, per intenderci), se secondo alcuni psicologi dimostra la capacità di maturazione dell’individuo rispetto alla solitudine e alla concentrazione sull’io, tuttavia pare stabilire una netta ritrosia verso l’approfondimento del rapporto a due, o comunque verso relazioni responsabili. La scienza medica, inoltre, ha permesso un considerevole allungamento della vita media. La domanda, per quanto possa suonare paradossale, è dunque questa: la nostra società, invecchiando, è davvero sempre più giovane? Mentre in passato la crescita e la maturazione accompagnavano l’individuo in un processo di invecchiamento, nel presente più si diventa grandi e maturi più si mettono in atto processi di giovanimento, a livello fisico, psichico e, soprattutto, cognitivo e culturale. Questo processo è talmente evidente che, nel linguaggio comune, anche i più anziani hanno iniziato a utilizzare un vocabolario più informale e diretto, con una maggiore presenza di parole derivate dall’inglese e di espressioni scurrili. Pare che il linguaggio che prima era più intimo, cioè legato a un gruppo di amici, ai diretti conoscenti, si sia allargato, nel caso di certe parole (casino, cazzo, merda, ad esempio), quasi all’intera sfera sociale. In un settore necessariamente adulto come la cucina e la gastronomia si individuano aspirazioni regressive. Basti pensare alle catene degli Hard Rock Cafe o dei Motown Cafe che vendono a tutti un messaggio adolescenzial-giovanile, legato ai generi musicali di riferimento, con serate dal vivo di gruppi emergenti e contest musicali tra band di ragazzini, ma che in concreto hanno una clientela adulta. Un’altra testimonianza della «fiabizzazione» della cucina è il recente libro della Disney, Ricette da fiaba, dove i 101 piatti (numero derivato evidentemente dai cani dalmata del famoso film) sono ispirati alle pietanze dei cartoni animati, come la torta di uva spina di Biancaneve, gli spaghetti di Lilli e il vagabondo, la macedonia del libro della giungla, le verdure di Mangiafuoco. Sono evidenti richiami all’infanzia per un pubblico adulto, che può eseguire quelle ricette in maniera scrupolosa, mantenendo nel cibo (nella sua preparazione e nel suo consumo) un rapporto con il proprio «bambino interiore». La copertina del libro è un ulteriore elemento a favore della mia tesi, visto che sotto al titolo appare Trilly, la lucciola di Peter Pan: tra i tanti personaggi dei cartoni che si potevano indicare, guarda caso si è scelta proprio la fatina che trattiene il cordone più stretto con la giovinezza. La stessa carta stampata cerca di inventare nuove definizioni per stare dietro all’attuale processo di giovanimento, come dimostra, ad esempio, un recente articolo di Beppe Severgnini che prende in considerazione gli adulti maschi del mondo occidentale. Severgnini parla di Yom (dall’inglese Young Old Man), cioè ‘giovane-vecchio uomo’, intendendo una vastissima gamma di persone che hanno come punta di diamante il single, benestante, che trattiene se stesso in un campo emotivo e cognitivo postadolescenziale. Anche nella Tv generalista la performance fisica è una delle caratteristiche dei varietà o dei programmi di Real Tv: pensiamo alle vallette di tanti importanti programmi (dalle veline di Striscia la notizia alle serve mute di Buona Domenica alle giovani ammiccanti che «accendono» il logo delle reti Rai), o ai protagonisti di isole famose o di grandi fratelli. Anche su Internet, attraverso le caselle postali, fioccano proposte di ringiovanimento più o meno velate: ingrandimento del seno, indurimento o allungamento del pene, perdita di peso, eliminazione delle rughe, ecc. Il benessere non solo come mero allungamento della vita nella vecchiaia, o come possibilità di restare giovani più a lungo, ma proprio come un processo di «ibernazione» fisico-emotiva: il giovanimento. Diversi sociologi concordano nell’affermare che l’entrata nel cosiddetto mondo adulto si è spostata avanti di molto. Ma com’è questo mondo adulto? Potremmo affermare di essere di fronte a un presente caratterizzato dalla cronaca più che dai fatti, composto di rappresentazioni di realtà sempre più dissociate, attraversato da cambiamenti epidermici e raramente sostanziali, dove le cose della vita associata assumono spesso i caratteri del paradosso o della commedia, e l’avvenire o il successo si mescolano insieme formando un presente incessante che si oblia nell’attimo immediatamente successivo. Tuttavia il nostro problema, qui, non è di natura squisitamente sociologica, perché implica più strettamente le questioni comunicazionali, i processi di sapere cognitivo che la società dei consumi ha necessariamente sviluppato per farvi aderire, più o meno consapevolmente, gli individui, e nello specifico le masse giovanili composte da singoli che cercano di definire autonomamente la propria identità crescente. Ed è anche vero che questo tipo di società attuale è la base ideale per la crescita elastica del mercato. I giovani non sono mai stati attori protagonisti, fino almeno agli anni Cinquanta del Novecento. Prima essi aspettavano soltanto di diventare adulti. Anche le due fasi più importanti dell’ingresso dei giovani nell’universo culturale, e conseguentemente sociale, cioè l’epoca bohémienne e quella futurista, teorizzavano di spendere una breve stagione della giovinezza per abolire il passato e il «vecchiume» e sostituirsi alla guida della cultura europea. Si trattava cioè dell’uso della gioventù e della novità ai fini di una qualche acquisizione di potere intellettuale. Il senso di gioventù cui mi riferisco in questo testo sta invece in un atteggiamento contrario, di vacanza dal potere. O, almeno, ciò che è avvenuto in quella che definisco «società del giovanimento» è proprio la collocazione di tali spinte nascenti nella retroguardia della moda culturale o della tendenza di costume: la separazione dal mondo della gioventù e la sua successiva riqualificazione a fini meramente consumistici è proprio l’operazione stessa del giovanimento. Non è fuori luogo affermare, quindi, che la condizione giovanile sia stata davvero importante soltanto a partire dall’epoca consumistica, anche se la politica di estrazione marxista e quella più schiettamente movimentista hanno parlato per prime di radicalità e alternatività della condizione giovanile, spesso per mero interesse di consenso partitico. Alla Sinistra in generale si deve insomma riconoscere una specie di primato nell’aver indicato la gioventù come soggetto specifico e autonomo, con sue precise connotazioni e soprattutto suoi salienti diritti, laddove, nelle altre vie del pensiero culturale e politico europeo (quella cattolica, quella moderata-conservatrice e quella della Destra reazionaria), la condizione giovanile era, appunto, semplicemente l’apprendistato per il mondo adulto, con le sue tappe precise da rispettare. Pensiamo alla ritualità bassa della goliardia, sempre uguale a se stessa, alle prove di resistenza o di fedeltà dei gruppi pseudoesoterici per il passaggio a un livello superiore di coscienza o di potere, alla formazione religiosa, tutta centrata sul valore adulto della persona nella famiglia. Oggi la retorica sinistrese della «questione giovanile» si è aggrumata attorno a un flaccido buonismo, oppure ha preso le pieghe forti dell’antagonismo sociale. In entrambi i casi, dietro un’apparente radicalità di posizioni, è piuttosto evidente un desiderio di normatività (i giovani chiedono sempre più regole, sia coloro che le cercano nello status quo sia coloro che le cercano nell’alternativa al sistema) al posto dei dubbi, o addirittura un’eccessiva convinzione delle proprie ragioni e dei propri contorni, in una giustificazione continua del proprio stato e della propria condizione. Al tempo stesso sono cresciuti alcuni valori di Destra che sono comunemente condivisi: un’attenzione definita al proprio interesse e alla propria distinzione individuale all’interno del corpo sociale, e un atteggiamento teleologico votato esclusivamente alle questioni materiali o a un utilitarismo delle idee e della spiritualità. Sono gli anni Cinquanta, caratterizzati dal boom economico del dopoguerra e dalla crescente scolarizzazione, che determinano le assolute novità in questo campo, iniziando a modificare la società verso il giovanimento. Sono insomma i figli dei giovani padri e delle giovani madri della fine degli anni Quaranta e dell’inizio degli anni Cinquanta a diventare gli adolescenti che negli anni Sessanta saranno i primi prototipi del giovane attuale. La nascita della questione giovanile prende piede soprattutto in campo culturale. È rispetto a quell’universo magmatico chiamato «cultura» che si diffonde e cresce tale questione, attraverso gli ultimi decenni del Novecento. Ed è proprio attraverso una struttura divisa in decenni che cercheremo di iniziare a descrivere i tratti salienti del suo imporsi nella società. Durante il Novecento, nel momento in cui le aspettative di durata della vita si allungano e la vecchiaia diventa più estesa e sopportabile, cioè la salute si diffonde più a lungo, la dimensione culturale della memoria di cui è portatore il vecchio (pur parlando di freschezza di sentimenti e di età, pur inneggiando alla giovinezza, la poetica di Poliziano si esprime all’interno di coordinate tradizionali) non serve più alle giovani generazioni. I cambiamenti tecnologici modificano tanto rapidamente la società che il trasferimento di informazioni tra vecchi e giovani è quasi inutile per la intrinseca obsolescenza dei saperi tradizionali o di poco precedenti. Fondamentalmente il sistema è in crisi non soltanto per i filosofi morali o per i critici della modernità, ma pure se visto dall’interno del sistema stesso, cioè utilizzando e applicando gli stessi criteri di performatività della società avanzata e del regime produttivo. Nel regime demografico dell’alta percentuale di vecchiaia, quest’ultima si ridefinisce più avanti nel tempo. Vale a dire: si resta giovani più a lungo, cioè si attua un processo di giovanimento, al posto del passato processo di invecchiamento. Tutto ciò ha delle valenze culturali contradditorie, e condiziona le modalità produttive della società industriale avanzata nel senso della flessibilità e della precarietà. Infatti, nel sistema produttivo, riscontrando una obsolescenza più attiva delle conoscenze, tale da permettere un minor periodo di attività standard e di autonomia dell’individuo all’interno della struttura produttiva, la produzione si rinnova e muta più in fretta, e l’impresa preferisce assumere giovane forza-lavoro (pagata meno grazie ai contratti di formazione e agli incentivi statali) che riconvertire il personale già assunto. Il tempo di vita occupazionale dentro l’azienda è sempre più ristretto. La formazione dei quadri intermedi è una maniera di utilizzare ancora soldi pubblici, senza alcun reale giovamento per coloro che vengono formati, che apprendono il minimo indispensabile da personale docente (il quale spesso fa parte di aziende di tutoraggio estemporanee) con una preparazione modesta e debole. Quindi, in una prospettiva futura di crescente stato di bisogno da parte di percentuali sempre più alte di popolazione mondiale, il vero problema del sistema produttivo sarà come mantenere un plafond piuttosto consistente di consumatori recidivi, cioè di persone che hanno cultura e capacità economica di consumare (acquistare, svendere, riacquistare) in durata nel tempo. Come sostiene Lasch: […] la nostra società, purtroppo, valuta saggezza e conoscenza in termini puramente strumentali, attribuendo all’evoluzione tecnologica un ruolo costantemente anticipatorio rispetto alla tradizione conoscitiva, che risulta di conseguenza non-trasferibile. Viviamo quindi una condizione paradossale: mentre la società invecchia, l’individuo «giovanisce», cioè la condizione dell’esistenza (delle vite personali e della sfera pubblica delle stesse vite) è condizione di gioventù. Proprio questa è la condizione che abbiamo chiamato giovanimento. Il giovanimento è un processo, è la condizione di una civiltà che non sfugge a una alimentazione costante del desiderio. I disoccupati desiderano lavori migliori di quelli che vengono loro proposti. Nei lavori inferiori vengono assunti stranieri che non sono desiderati da chi dà loro lavoro e dagli stessi disoccupati delle società occidentali. In una società dell’industria culturale votata quasi totalmente al divertimento, i desideri indotti riguardano passatempi, hobby, cioè minore impiego di tempo lavorativo e maggiore tempo libero. Ma «il tempo sottratto al lavoro [...] non sfugge per questo al regno dell’economia: [...] ogni nuovo spazio di libertà è immediatamente colonizzato dal consumo mercantile. [Poiché] gli uomini non sono eguali di fronte al tempo libero». Le aspettative interne delle nostre comunità e quelle esterne di chi si affaccia al mondo occidentale e al relativo benessere sono in crescita progressiva e sono difficilmente estirpabili dall’immaginario diffuso, perché la promozione della vita è oggi promozione di gioventù (cioè giovanimento), vale a dire interesse della produzione affinché l’individuo si senta sempre giovane, tanto da restare dentro al circolo del consumo in condizioni dinamiche. Oggi il consumatore deve operare in una situazione di dinamicità (e non soltanto essere raggiunto a casa dalla pubblicità). Egli non deve produrre funzioni statiche, simili a quelle di chi si sente vecchio e quindi rivolto a una ricerca interna che si allontana sempre più dalle sollecitazioni esterne e dunque dal mercato e dal consumo. Coloro che provano a introdurre la questione di un ridimensionamento delle aspettative generali (per necessità ambientali, umanitarie, planetarie) sono additati come spiacevoli Cassandre. Ma che cosa ha reso possibile questa nuova condizione umana? La Sinistra e il mercato: la «globalizzazione dei sentimenti» Dagli anni Cinquanta a oggi, ogni situazione scaturita dal flusso ininterrotto di trasformazioni nel costume delle società occidentali, avvenute a opera dei vari e differenti movimenti giovanili, ha sempre trovato una sua cristallizzazione estetica ed economica insieme. Pensiamo a quanto abbia inciso (e continui in parte a farlo) la Beat Generation nell’immaginario dei giovani di tutto il Nord del mondo e a quanto abbiano venduto i libri di Kerouac e Ginsberg, oppure a quanti soldi abbia procurato agli eredi la canzone Imagine di John Lennon. I poteri istituzionali statali e sovranazionali e i poteri dell’industria della cultura e dello spettacolo non annullano chi gli muove contro, ma lo inglobano. In sostanza il giovanimento non esclude l’avversario, ma stabilisce il campo e le regole dello scontro. Come sostiene Iacono: [...] un sistema come il nostro che ha bisogno per sua natura di rivoluzionare se stesso, di trasformarsi per perpetuarsi, non può negare il cambiamento, può però renderlo debole. Il giovanimento mette in atto una sorta di addomesticamento del cambiamento, cioè qualsiasi pratica culturale contemporanea, per quanto transitoria e marginale, non può sfuggire a un’istantanea assimilazione e a un riciclaggio da parte dei media dominanti. Il mercato e i media sembrano gli unici mezzi attraverso cui sia possibile veicolare qualsiasi cosa o idea, anche protestataria. Pensiamo, ad esempio, alle proposte moda ispirate all’abbigliamento dei contestatori di Genova di alcuni stilisti italiani alle sfilate milanesi del settembre 2001, alle molteplici commercializzazioni della fotografia più famosa di Ernesto Che Guevara. Essa fu scattata da Alberto Korda e diventò famosa perché l’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli se la fece dare direttamente dal fotografo cubano per stamparla, senza che Korda ne avesse il copyright. Da allora quella foto ha fatto il giro del mondo come simbolo della gioia della rivoluzione, da allora milioni di persone hanno pagato per avere quella foto su un poster, su un libro, su una maglietta, su un foulard. Il suo artefice non ha mai avuto i diritti d’autore per quell’immagine, anche se ha avuto la possibilità di venderla come sua foto con firma, ripresa dalla stampa originale, come a dire che la riproducibilità, in questo caso, ha continuato anche a rispondere, almeno in parte, al criterio dell’unicità d’autore, contraddicendo in concreto le preoccupazioni di Benjamin. Ciò dimostra comunque che esistono situazioni in cui è possibile una Globalizzazione culturale estranea al mercato, cioè il fatto che Korda abbia regalato quell’immagine a chiunque senza esigerne royalties, ma dimostra anche che immagini o concetti estranei al mercato rientrano, prima o poi, dentro la sua sfera di azione. Si potrebbero portare altri esempi di controcultura che si affida al mercato per diffondersi, pur dando a intendere al cliente-consumatore che il suo gesto (che per il produttore è vendita e guadagno) sia una scelta anti-sistema, come il costoso abbigliamento giovanile della fine degli anni Novanta, che è stato prodotto copiando pedissequamente il modo di vestire delle gang rap newyorchesi e losangelene, cioè quelle band musicali giovanili che solo in parte hanno mantenuto fede ai princìpi protestatari, ma che in larga misura suonavano per vendere Cd e scalare le classifiche commerciali, cantando contro i ricchi, la Polizia, il sistema costituito. In sostanza è soprattutto per opera della controcultura (nata alla fine degli anni Cinquanta e cresciuta lungo il corso dei decenni successivi) che si è alimentato il mercato del giovanimento. Il progressismo e il movimentismo, cioè, pur mantenendo un’attenzione ideale alla gioventù, ne hanno anche permesso la mercificazione, contribuendo alla spettacolarizzazione della merce, alla normalizzazione ricorsiva del desiderio. La Sinistra (genericamente intesa) ha avuto un ruolo importante nello sviluppo di tale processo. Sostenendo e sviluppando le lotte per l’acquisizione di nuovi diritti, ha facilitato lo sviluppo del percorso verso nuovi bisogni (in Italia, soltanto Berlinguer tentò di opporsi a quello che potrei definire il declino verso il benessere: il suo discorso sull’austerià, pur nella coerenza etica, all’epoca fu inteso, da più parti, come una battaglia di retroguardia, una posizione antimoderna e conservatrice). Sembra quindi che non esista alternativa all’attuale condizione socioeconomica perché, anche laddove sono state individuate nuove possibili ribellioni contro le ingiustizie del sistema, si riscontra un rovescio della medaglia non meno aberrante. Ad esempio la contestazione contro gli «organismi geneticamente modificati», che raccoglie molte associazioni anti-Globalizzazione, comprende alcune indicazioni elitarie. Infatti, i cibi biologici e non trattati hanno bisogno di maggiori spazi di coltura rispetto ai prodotti trattati con sostanze chimiche, cioè necessitano di più spreco di terreno e di acqua: con ciò sono anche più costosi e quindi non alla portata di tutti (anche se adesso si sta iniziando a produrre biologico a costi minori). Se pensiamo alla differenza di costo tra una cena per quattro persone (una coppia con due figli) in un normale ristorante (25,00 euro a testa) o in un McDonald’s (30,00 euro per tutta la famiglia) si può capire immediatamente a che cosa mi riferisco. Accanto all’aspetto più squisitamente economico si associa la spettacolarizzazione del cibo attraverso la nuova tendenza dell’eatertainment (i ristoranti economici e a tema musicale o cinematografico: Hard Rock Cafe, Planet Hollywood) che si iscrivono di diritto nel giovanimento. È dunque vero che certe battaglie salutiste ed ecologiste sono battaglie di élite, e che certe contestazioni che mirano a obiettivi limitati, come la lotta ai cibi transgenici, sono funzionali a una condizione di benessere propria di una parte di popolazione dei Paesi ricchi del mondo. Sempre più certe situazioni di contestazione tendono all’autoconservazione della propria qualità di vita (spesso a scapito di altre), cioè all’allungamento della propria età, alla permanenza più a lungo possibile nella gioventù. Altra cosa, pure se con tratti analoghi, è la recente costituzione del movimento mondiale anti-Globalizzazione, che possiamo ormai definire il popolo di Genova. Questo movimento sta teorizzando uno sviluppo equo e solidale sul pianeta, tale da essere implementato in proposte politiche concrete. Detto ciò, non sembrano esserci sostanziali novità rispetto al movimento ecologista classico che crebbe tra l’inizio degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta del Novecento: non è un caso che una delle proposte su cui hanno puntato di più gli anti-globalizzatori sia la Tobin Tax, un provvedimento ideato da un premio Nobel per l’Economia oltre vent’anni fa, e che pare non aver ancora avuto sufficienti argini per essere rispettato totalmente e quindi per risultare efficace. Ciò perché, come parte dell’ambientalismo scientifico ha ipotizzato, la migliore qualità della vita sull’intero pianeta non è direttamente proporzionale al processo di crescita per l’uscita dalla povertà dei Paesi in via di sviluppo, a meno che non si ripensi in maniera radicale a tutti i benefici del benessere contemporaneo di cui l’Occidente si trova ad approfittare. Ma è proprio questa la contraddizione del giovanimento: anche i processi critici non sfuggono al proprio contesto, non sfuggono al mercato. Quante persone negli Stati Uniti e in Europa sono disposte a rinunciare al frigorifero, o a un paio di scarpe Adidas, come quelle indossate da un black blocker fotografato sopra un’auto ribaltata a Genova? Quando si parla di ineluttabilità dei limiti della crescita si paventa ancora una catastrofe futura, ma il mercato globale, che tramite il giovanimento irretisce chiunque, pare interessato soltanto al presente. Il giovanimento è dappertutto, ovunque ci sia benessere c’è giovanimento: nelle palestre, nelle sedute di rilassamento, nelle pratiche religiose orientali, nella scelta accurata dei cibi, nell’attenzione alla disposizione casalinga della mobilia per evitare le negatività dei campi elettromagnetici, nei concerti rock, dove suonano e agiscono frontmen tra i quaranta e i sessant’anni. La controcultura degli ultimi tre decenni ha prodotto fiorenti mercati, non soltanto elitari. Quindi è in torto chi da un lato rimprovera alla Sinistra di non avere avuto dimestichezza culturale col mercato, e chi dall’altro ritiene che la Sinistra nel suo complesso sia alternativa al sistema sociale esistente. In definitiva, senza più alternative valide, non si esce dal mercato globale, e anche le opposizioni politiche e culturali, come fughe mimetiche senza autonomia, appaiono quasi sempre congiunturali. Ancora oggi i giovani conoscono poco la loro Storia vicina, mentre conoscono la ribellione lontana, che arriva loro soltanto sotto forma di mercato, cioè nella forma più degradata: la commercializzazione della politica e della fantasia. Il condensato del desiderio (altrove, rabbia, velocità), sempre più in auge, ci allontana dalla realtà, dal luogo delle radici, e ci catapulta all’esterno. Oltre a farci schivare il concreto ci impone di costruire sogni prefabbricati, cioè di adeguarci alle fantasie e ai desideri presenti in vetrina. Si attua quindi una «globalizzazione dei sentimenti». Se in passato alcune forme di ribellione, che pure iniziavano a intravedere le loro applicazioni mercantili (soprattutto nell’industria editoriale e discografica), potevano risultare credibili (nonostante la non totale imprecisione della polemica di Pasolini contro gli «studenti borghesi» dell’Università romana, e la difesa dei «poliziotti proletari» del Meridione), oggi diventa difficile individuare un vero movimento radicale che non sia provvisto già in partenza di una sua mercificazione o di una discendenza estranea alle reali condizioni di vita della gente comune, ad esempio, dei giovani italiani rispetto a quelli tedeschi o inglesi, californiani o australiani: penso al ribellismo individualistico e corporeo dei surfisti tatuati e piercing-muniti, che suona come una forma di sdegno conservatore contro i mali del collettivismo, o alle azioni vandaliche dei black blocker, che ripropongono piccole squadre vestite di nero, determinate a operazioni di devastazione urbana. È pure vero che la violenza è sociale e che l’assenza di un paradigma alternativo e l’unidimensionalità del mercato globale nella loro disumanità producono ribellioni ciniche e fini a se stesse: il potere, destrutturando l’individuo, produce i propri anticorpi nichilisti. Questo discorso, che può essere un contributo parziale all’analisi del nostro tempo, mette quindi in evidenza la confezione di un io minimo, che oltre a rimandare il più possibile l’entrata nell’età adulta, vive in un luogo dove le condizioni sociali predominanti lo trattengono nella sfera della gioventù: il giovanimento è proprio questa condizione diffusa di ansia da prestazione e desiderio d’altrove. Se la società dello spettacolo, con la sua produzione in massa di immagini che modellano la nostra percezione del mondo, ha avuto fino a ieri la responsabilità di promuovere quella che Lasch ha definito «una contrazione difensiva dell’io e di rendere confusi i confini tra l’io e l’ambiente circostante», oggi è vero che tale confusione (cui avevamo accennato riguardo alla lettera del giovane a «Rinascita», datata 1962) è canonizzata, cioè i rischi della frammentazione sono le risorse del mercato. O, per essere più precisi, la molteplicità è indotta e superficiale, e mentre in parte fa finta di essere alternativa al regime corrente, nella realtà rimane sempre dentro alla monodimensionalità del mercato, che è modellato sul giovanimento, cioè sulla presenza dinamica del consumo e sulla percezione dell’immortalità, cioè dell’allontanamento della maturazione e del passaggio a una vecchiaia non solamente biologica. Per questo, in regime di mercato globale, la richiesta di nuovi diritti e di democrazia per i Paesi poveri è necessariamente un allargamento del mercato stesso, cioè azzeramento del multiculturalismo, creazione di nuovi bisogni e di nuovi desideri globali. Dalla povertà materiale all’ansia del desiderio. Comunque schiavi. Quella che Lasch ha indicato come «fuga dalle responsabilità sociali e collettive, stimolata dalla società stessa, e riconversione dentro l’io» è una condizione iniziata in forme nuove durante gli anni Settanta. A questo processo (che a parte alcune avvisaglie critiche del movimento anti-Globalizzazione vede ancora ampi spazi di consenso sempre più esasperato nei suoi ambiti più avanzati: industria pubblicitaria, cosmetica, abbigliamento, cultura cyborg, ribellismo nichilista e in generale nelle forme più «salutari» di self-help superficiale) si affianca, e in certi casi si sostituisce, la condizione del giovanimento, cioè la permanenza di larghe fasce di età nella sfera della gioventù e la giovanilizzazione della società dei consumi che ingloba anche i suoi opposti contrastanti. Questo rapporto degradato tra individuo e società, tra io e oggetti, determina quello stato di confusione dei ruoli che trova nel giovanimento il suo titolo più significativo. |