carnivoro

Carla Pagani
MANUALE DEL CARNIVORO
Perché non dovete sentirvi in colpa se mangiate animali

 

 
Mangiate più carne, più carne fa bene, più carne conviene a tutte le età! | Perché dovrei sentirmi in colpa? | Alla ricerca del senso di colpa perduto | Fenomenologia del rifiuto del corpo
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Mangiate più carne, più carne fa bene, più carne conviene a tutte le età!

Al contrario di quanto sostengono i vegetariani, un’alimentazione equilibrata che non escluda il consumo di carne può comportare numerosi vantaggi. Visto che sulla carne e sui suoi effetti nefasti circolano non poche false credenze forse è bene prendere in considerazione tutti i vantaggi della carne e farne un elenco, così magari anche i vegetariani potranno aprire le proprie menti e abbracciare nuovi ideali alimentari, sempre che abbiano intenzione di cambiare idea. In caso contrario questo elenco servirà ai carnivori convinti che, una volta per tutte, potranno spiegare in modo più articolato di quanto facessero in passato le motivazioni della propria scelta alimentare e controbattere a qualunque accusa vegetarista.

La carne consente l’assimilazione di moltissimi princìpi nutritivi cosiddetti «non energetici» che, pur non fornendo calorie, svolgono un ruolo fondamentale dal punto di vista nutrizionale. Inoltre permette una massiccia assimilazione di amminoacidi essenziali. In particolare metionina e lisina, che svolgono un ruolo molto importante nella nutrizione dei tessuti connettivi e muscolari, contribuendo a rallentare il processo di invecchiamento. Inoltre, sull’invecchiamento locomotorio può agire positivamente l’amminoacido prolina che contribuisce alla formazione della matrice proteica delle ossa e al rafforzamento di tendini e legamenti. La carne garantisce anche la produzione di serotonina, tranquillante naturale prodotto dal cervello, attraverso l’assunzione di triptofano. Inoltre, grazie al suo elevato potere saziante, consente di ridurre l’ingrassamento.

Consente un migliore assorbimento dei minerali, del ferro soprattutto, di zinco e selenio. In particolare, la carne svolge un’importantissima funzione preventiva contro le anemie (azione antianemica), sia contro le carenze enzimatiche che incidono sul buon funzionamento degli organi. Lo zinco, come pure il ferro, è assorbibile più facilmente attraverso la carne che non mediante i vegetali perché vi si trova in forma biodisponibile, cioè pronta per essere utilizzata dall’organismo, senza bisogno dell’intervento di ulteriori processi di trasformazione. Il selenio, invece, è un minerale che allo stato puro è dotato di una certa tossicità ma che invece può essere assorbito dalla carne senza alcun rischio.

Facilita l’assimilazione di molte vitamine del gruppo B, di cui la carne è particolarmente ricca, e soprattutto di B12, che in una dieta normale è apportata prevalentemente proprio dalla carne. Nelle carni grasse sono contenute anche vitamine liposolubili (vitamine A, D, E).

Stimola l’accrescimento corporeo nei giovani e dello stato di tonicità muscolare negli adulti e negli anziani, grazie all’azione di stimolo che esercita attraverso alcuni suoi amminoacidi (soprattutto l’arginina) sulla produzione della somatotropina (detta anche ormone somatotropo o ormone della crescita).

Favorisce lo sviluppo del cervello e delle attività cerebrali grazie alla maggiore produzione dell’ormone somatotropo e al massiccio apporto di ferro. Una dieta ricca di carne e vegetali consente di ottenere un giusto equilibrio tra calcio (largamente presente nei vegetali) e fosforo (presente in maggiori quantità nella carne).

Le carni magre di bovino possono contribuire a ridurre il colesterolo nel sangue e ad aumentare le difese immunitarie. L’alta qualità delle proteine della carne, inoltre, consente di usarne quantità moderate, soddisfacendo comunque il nostro fabbisogno proteico. In tal modo si evita di appesantire eccessivamente intestino, fegato e reni. Infine, svolge un ruolo fondamentale nella prevenzione delle malattie e nel rafforzamento delle funzioni immunitarie.

Perché dovrei sentirmi in colpa?

La mappatura del frigo ci ha offerto interessanti spunti di riflessione per comprendere meglio il legame tra la nostra personalità e il cibo. Ma il discorso fatto fin qui dà per scontato che il frigo sia già pieno, altrimenti non avremmo alcuna base concreta su cui sviluppare la nostra analisi della personalità. Quindi è indispensabile che prima della mappatura ci sia qualcuno che si prenda la briga di fare la spesa.

Anche la spesa può essere interpretata in molti modi che esulano da una concezione puramente strumentale ed economica dell’acquisto. Questa, infatti, contribuisce in maniera decisiva a definire il nostro atteggiamento rispetto al cibo e, conseguentemente, rispetto al mondo. Non è un caso che scegliere liberamente affettati e formaggi dal banco frigo, senza che ci sia il commesso a servire, liberi il cliente da quella spiacevole sensazione di controllo che prova ogni qualvolta gli viene chiesto: «Cosa desidera?». Dietro questa stupida formula di cortesia, infatti, si nasconde un enorme potenziale distruttivo: rendere conto a qualcun altro di ciò che abbiamo deciso di mangiare accentua il senso di colpa che siamo naturalmente portati a provare a seconda del tasso calorico dei cibi scelti. Ma a giocare un ruolo di primo piano nell’insorgenza del senso di colpa non sono solo fobiche manie dietetiche e salutiste: davanti ai nostri occhi c’è una sfilza di salumi, formaggi, salsicce, insaccati e un sentimento di pietas si affaccia nella nostra mente proprio mentre degustiamo virtualmente il sapore del prosciutto appena affettato. Dall’altro lato del supermercato c’è il banco della carne e al solo pensiero di dover acquistare qualche etto di fettine scelte già ci sentiamo in colpa per il nostro quotidiano contributo all’assassinio delle vacche.

Fare la spesa non è altro che mettere costantemente se stessi alla prova, in una lotta infinita tra il nostro libero arbitrio e una pesante coscienza morale che ci obbliga a conferire un valore sovrastrutturale a tutto ciò che facciamo. Questo valore assume frequentemente le sembianze del senso di colpa. Come diceva Søren Kierkegaard:

Sembra che la colpa di tutto il mondo si riunisca per rendere colpevole l’individuo, oppure (che è lo stesso) ch’egli, diventando colpevole, si senta reo della colpa di tutto il mondo.

Fatta questa premessa, può risultare utile chiamare in causa la teoria del frigo vuoto. Si tratta di una variante della teoria della mappatura del frigo, ma il suo campo di applicazione si restringe a una categoria ristretta di persone. Non esiste una legge matematica secondo cui tutti i vegetariani debbano necessariamente mangiare poco, ma è indubbio che schemi e stereotipi diffusi finiscano per condizionare pesantemente la nostra definizione della dimensione vegetariana. Tendenzialmente, quindi, siamo portati a crederlo. Quella che a prima vista potrebbe sembrare una semplice credenza, e che sono stata io per prima a etichettare come tale, nasconde comunque un fondo di verità: il vegetariano, infatti, intende ritrovare quella che si dice la «retta via», ristabilendo, con il suo stile di vita e il suo regime alimentare, quell’equilibrio tra corpo e spirito che la società dei consumi e dello smog ha smarrito definitivamente. È quindi più che naturale supporre che il frigo vuoto sia quello del vegetariano e non quello del carnivoro. In realtà – ed eccoci arrivati al punto – il frigo vuoto è quello di chi si strafoga dalla mattina alla sera e resta costantemente senza spesa. Suppongo che anche il vegetariano viva drammaticamente lo svuotamento del frigo, ma quello che fa la differenza è che, a ragione del suo rigoroso regime alimentare, a ragione del suo stile di vita, nonché a ragione di tutte quelle buone ragioni (scusate il bisticcio) per cui ha deciso di smettere di mangiare carne, è in grado di sostenere psicologicamente lo svuotamento del frigo molto più di quanto non ne siano capaci tutti coloro che hanno deciso di non rinunciare alla carne e a un sacco di altre cose buone da mangiare. Il vegetariano, insomma, è dotato di una grande forza di volontà, di un forte rigore morale e di uno spiccato senso del dovere.

Ma chi sono i vegetariani? Innanzitutto chiariamo una questione terminologica per non cadere in confusione. Quando si parla di vegetarismo o vegetarianismo, il che fa lo stesso, si fa riferimento al movimento nel suo complesso (anche se non si tratta di un movimento in senso stretto). Il vegetariano, quindi, è colui che aderisce al vegetarismo. Questa è una definizione di carattere generale, ma bisogna fare delle distinzioni.

Vegetariano in senso stretto è chi decide di eliminare dalla propria alimentazione ogni tipo di carne (dal manzo al pesce ai crostacei) ma continuando comunque a mangiare tutti gli altri alimenti di origine animale, come uova e formaggio, latte e miele. Il vegetariano, dunque, pur aderendo ai princìpi base della filosofia vegetarista, ha deciso di compiere una scelta che, in fin dei conti, potremmo definire moderata. Diciamo che la sua posizione è quella più condivisibile poiché, sebbene sancisca una rinuncia definitiva al consumo di carne, evita di cadere nel parossismo di scelte radicali. Il vegano o vegetaliano (dal latino vegetalis, ossia ‘appartenente al regno vegetale’) rinuncia anche a uova, latte e formaggio, insomma a tutti i prodotti di origine animale, poiché ritiene che ingerire questi cibi significhi arrecare gravi danni al proprio organismo.

Ma il vero nocciolo duro dei vegetariani è rappresentato dalla ristretta cerchia di crudisti e fruttaristi. I crudisti si nutrono esclusivamente di cibi crudi. Le motivazioni che sottendono a una scelta così radicale sono principalmente di tipo salutista: la cottura, infatti, produce un impoverimento delle componenti fondamentali dei cibi, come sali minerali e vitamine. Cuocere il cibo, inoltre, significa rendere innaturali i prodotti che la Natura ci mette a disposizione.

È evidente che uno degli elementi che distingue l’uomo dall’animale sia proprio la sua attitudine a cuocere i cibi, cosa che non ho mai visto fare da una bestia, di qualunque specie si tratti. Ma è davvero assurdo che il vegetarianismo ci costringa a giudicare i nostri comportamenti sulla base di tale differenza. Questa teoria riflette una concezione piuttosto ingenua e semplicistica del rapporto tra uomo e cibo, quasi una contemporanea filosofia del buon selvaggio priva di qualunque fondamento concreto. Ciò significa che il vegetarismo, nelle sue forme più estreme del crudismo e del fruttarismo, si fonda su presupposti ideal-tipici che non trovano riscontro nella realtà concreta, se non in un’ottica di loisir che fa del trendy il principio primo dell’acquisizione di valori alternativi. Il vegetarismo viene metabolizzato e, conseguentemente, assorbito dalla cultura dominante nella misura in cui i suoi valori di riferimento, primo tra tutti la cura del corpo, possono essere piegati alle mode del momento. Per questo può essere considerato come la versione edulcorata e culturalmente raffinata dell’allenamento da marines che si consuma quotidianamente tra le macchine infernali delle palestre di tutto il mondo. Ciò significa che il senso di colpa che sottende alla scelta vegetariana non si fonda esclusivamente sulla nostra repulsione per gli animali morti, ma anche sull’ossessione per la perfezione del corpo che ci spinge a sentirci in colpa ogni qualvolta il nostro comportamento tende a distaccarsi dalla condotta ferrea e salutista che abbiamo deciso di seguire.

Tutto ciò risulta ancor più evidente nel caso del fruttarismo. Il cosiddetto «fruttarismo simbiotico» rappresenta il trionfo della concezione biocentrica-igienista. Il fruttarista, per ammissione degli stessi vegetariani, pratica una scelta impossibile ai nostri giorni: niente pane, niente uova né, tanto meno, cioccolata o merendine sintetiche, ma solo frutta fresca, biologica e matura. Non è un caso che il fruttarismo venga praticato in piccole comunità autosufficienti che possono coltivare da sé mele, pere, albicocche e ogni altra specie di frutta che Madre Natura ha creato. Per noi che viviamo nella cosiddetta metropoli postmoderna, dove l’interazione uomo-macchina si è definitivamente sostituita all’interazione uomo-Natura, è molto più difficile nutrirci di sola frutta. I problemi da superare non sono pochi.

Innanzitutto dobbiamo diventare degli amanti della frutta, cosa che a molte persone risulta piuttosto difficile. Le mamme di tutto il mondo insegnano ai propri figli che la frutta fa bene, ma ci sono figli più ricettivi e figli meno ricettivi. Cosicché, col passare delle generazioni, si sono create quattro fazioni differenti.

La prima, quella degli amanti della frutta, è composta da individui che credono fermamente nel valore delle vitamine e mangiano frutta tutti i giorni. Questi però non coincidono con i fruttaristi, poiché, di tanto in tanto, si cibano anche di altri alimenti, come la verdura o il gelato (alla frutta, logicamente). Poi ci sono i cosiddetti sfruttatori della frutta, che utilizzano tutti i tipi di frutta esistenti al mondo per due scopi principali: l’alimentazione e il guadagno (e questo è il caso dei fruttivendoli che trovano nella frutta un ritorno economico). La terza fazione, quella dei frutto-indifferenti, è composta da tutte le persone che vivono con una certa noncuranza il proprio rapporto con la frutta e, più in generale, con tutti i prodotti di origine vegetale. Infine, gli anti-frutta si schierano tenacemente contro qualunque impiego della frutta, sia a fini nutritivi che economici, credendo che l’unico nutrimento possibile sia quello che sfugge alle grinfie dei vegetali. I fruttaristi, logicamente, costituiscono una categoria a sé, proprio perché, in un certo senso, si collocano al di fuori della società, e per questo non possono essere catalogati come tutti gli altri individui.

Se fate parte della prima categoria, ovvero quella degli amanti della frutta, avete già superato il primo ostacolo e le vostre possibilità di diventare fruttaristi si ampliano notevolmente. Il secondo passo da compiere, però, è più difficile poiché non dipende tanto dalla vostra volontà, quanto dalle contingenze e, come sempre accade, dalle coincidenze. Un amante della frutta che si rispetti deve abitare in un posto che gli consenta di assecondare appieno le proprie attitudini. Quindi una gettata di cemento è decisamente inadeguata. Un cottage in montagna, un casolare in campagna o una villa con vista sul mare possono già andare meglio. In ogni caso sarà necessario avere a disposizione un terreno da coltivare, nonché tempo a sufficienza per permettere alle piante di germogliare. Insomma, i passaggi da compiere sono lunghi e difficoltosi, per cui il fruttarismo di massa si nega da sé.

Una volta fatta conoscenza con i vegetariani possiamo anche passare al vero nucleo tematico del libro, ovvero la carne, in tutte le sue molteplici forme. Non vi aspettate un manuale di cucina o una descrizione dettagliata di salami e salsicce. Nel prossimo capitolo cercheremo di capire che uso è stato fatto della carne nella Storia, nella speranza che dai nostri avi possa giungere qualche preziosa indicazione alimentare.

Alla ricerca del senso di colpa perduto

Scopo di ogni vegetariano che si rispetti è fare del proselitismo. Per supportare le proprie tesi e fare breccia nelle nostre coscienze, i vegetariani impegnati nella divulgazione utilizzano una serie molto vasta di argomentazioni, tenute assieme da un medesimo filo conduttore: il senso di colpa. Che si tratti dell’argomentazione biologica, salutista, religiosa, etica o animalista, in ogni caso i vegetariani cercano di smascherare i nostri comportamenti, spingendoci verso l’adozione di una condotta ritenuta moralmente accettabile. Proprio per questo, il senso di colpa può essere considerato il concetto cardine che legittima le tesi vegetariste, sia da un punto di vista teorico, che da un punto di vista emotivo. Le argomentazioni salutiste, per esempio, fanno leva sul senso di colpa connesso al benessere fisico. E la stessa cosa può dirsi per tutti gli altri tipi di argomentazioni impiegate (fatta eccezione per quella biologica).

Il meccanismo persuasivo è sempre lo stesso. Da questo punto di vista il vegetarismo può essere interpretato come una forma di religiosità laica che canalizza tutti i tabù precedentemente regolati dalle grandi confessioni religiose. La nascita della filosofia New Age e lo sviluppo di numerose sette religiose, accompagnate dalla comparsa di correnti di pensiero di portata mondiale, come il vegetarismo, attestano l’importanza crescente di nuovi credi pseudoreligiosi attraverso cui il mondo occidentale purifica se stesso, sublimandosi in una nuova spiritualità laica che fa della scoperta dell’Oriente uno dei propri punti di forza. Il vegetarismo, soprattutto nelle sue forme più estreme come il veganismo o il fruttarismo, può essere fatto rientrare a pieno titolo nella cerchia delle nuove correnti spirituali che contraddistinguono la società occidentale già da qualche decennio. Ciò che negli anni Settanta cominciava a manifestarsi in forma latente e subdola, rivolgendosi a un numero molto ristretto di persone, ora si trasforma in moda e in corrente di pensiero, ampliando a dismisura la propria sfera di influenza. L’opera di evangelizzazione acquista un ruolo di primo piano nella diffusione del messaggio, analogamente a quanto accadeva in passato con le religioni positive, a partire dal Cristianesimo.

Nella maggioranza dei casi la strategia vegetarista si avvale di discorsi piuttosto schematici. Come i Sofisti insegnano, non c’è cosa migliore per convincere qualcuno delle vostre idee che esporle nel modo più accattivante possibile. Insomma, se ciò che dite è privo di fondamento, l’unico strumento che avete a disposizione per dare una parvenza di serietà è la cosiddetta arte retorica. I vegetariani, per lo meno in tutti i testi che ho letto, fanno un grande uso della retorica, spesso scontata e non sempre fondata su quelle che si dicono «solide basi epistemologiche». Per questo il semplicismo di certe affermazioni non può essere interpretato soltanto come una mancanza linguistica – una sorta di pecca stilistica che in fin dei conti non inficia l’esattezza del contenuto – ma anche come una lacuna teorica che indebolisce alla radice tutte le argomentazioni e rende fallace il discorso. Le tesi vegetariste riproducono un dogmatismo profondamente manicheo che tende a opporre vegetariani e carnivori come due fazioni totalmente opposte e inconciliabili, senza alcuna sfumatura di mezzo. Insomma, detto in parole povere, una lotta a tavola tra il Bene e il Male.

[…]Dovete andare a un funerale e non potete dire di no. Vi dovete sorbire tutto il rito funebre dall’inizio alla fine (pace all’anima del defunto). Fatto sta che vi ritrovate lì, spaesati e al contempo intenti a capire il senso recondito delle parole recitate dal prete (a volte, però, bisogna essere onesti, il prete non lo ascoltate nemmeno). Le frasi di rito che tutti i fedeli si apprestano a ripetere con fervore per voi non sono altro che suoni in successione. Ogni tanto fate caso alla sintassi, a qualche errore di pronuncia, ma niente di più. Il contenuto non vi tocca e l’idea di convertirvi non vi passa nemmeno per la testa. La vostra scelta l’avete compiuta da tempo e, fatta eccezione per una conversione in extremis sulla via di Damasco, dubito che vi lascerete incantare proprio in occasione del funerale.

Con la propaganda vegetarista si può dire che accada la stessa cosa, sempre che la vostra scelta l’abbiate compiuta. In questo caso, difficilmente sarete disposti a cambiare idea circa il vostro regime alimentare. Il «carnivoro convinto», infatti, non si lascerà scalfire dalla propaganda. Qualunque argomentazione, etica, religiosa, ambientalista o salutista, avrà un effetto praticamente pari a zero sulle sue opinioni pregresse, talmente radicate da risultare irremovibili e immodificabili. Al contrario, i «carnivori scettici», non abbracciando una posizione totalmente radicale, sono molto più aperti ai cambiamenti di opinione. Una mattina vi alzate, vi accendete una sigaretta dopo aver fatto colazione e vi posizionate davanti al computer per scaricare la posta. Poi, avendo qualche altro minuto di connessione gratis, decidete di navigare un po’ a zonzo nel Web, senza una meta precisa e, senza volerlo, finite sul sito di una delle più importanti associazioni vegetariane (di cui non faccio il nome, anche perché ce n’è più di una e non saprei proprio quale citare). Dopo di che cominciate una lettura distratta delle pagine dedicate a vegetariani, vegani e fruttaristi. Vi sembra interessante, ma non avete tempo di approfondire la questione. Dopo esservi lavati e vestiti, finalmente uscite di casa. Ora siete sul motorino e cominciate a pensare a quello che avete letto. La carne non è vi è mai stata simpatica e in fondo questi vegetariani hanno ragione: la vita degli animali bisogna rispettarla, anche quella degli animali da macello. «In fondo», dite a voi stessi, «che differenza c’è tra il gatto del mio vicino e il bue sgozzato al mattatoio?». Da un punto di vista sostanziale, praticamente nessuna. Da un punto di vista culturale e funzionale, invece, di differenze ce ne sono molte (ma questo lo dico io, il personaggio di questa storia prende in considerazione soltanto la prima ipotesi). Insomma, vi sentite un po’ il Noè della situazione e così pensate di approfondire le poche informazioni raccolte che avete letto al vostro risveglio. Ricerca dopo ricerca, riflessione dopo riflessione, pensate che è giunto il momento di modificare il vostro regime alimentare, e così, di punto in bianco, diventate vegetariani.

Poi ci sono gli «indecisi», che non sanno proprio cosa pensare a proposito della questione. Da una parte sono attratti dalle tesi vegetariste, perché in fondo pensano che tutti gli animali vadano rispettati – anche polli e tacchini da batteria – dall’altra, però, si mostrano scettici di fronte all’integralismo di alcune posizioni eccessivamente radicali, tipo quelle dei fruttaristi. Insomma, l’indeciso non sa mai che posizione prendere e si dice più o meno proteso da una parte o dall’altra a seconda di come gli gira.

I «ricettivi» sono i soggetti maggiormente esposti alla persuasione vegetarista. I ricettivi (che non coincidono con gli scettici), infatti, sono quelli che fondano la propria esistenza su un solido sistema di credenze, anche se non direttamente riconducibile a un credo specifico. In questo caso il vegetarista-divulgatore avrà praticamente campo libero perché dovrà fare i conti solo con una sensibilità individuale scevra da qualunque condizionamento dogmatico. Per un fervente cattolico, al contrario, sarà molto più difficile assecondare le tesi vegetariste, proprio perché il tessuto di credenze su cui si fonda la fede cristiana costituisce un ostacolo insormontabile per l’acquisizione di nuovi assunti mistico-religiosi. Non è un caso che il vegetarismo abbia fatto prevalentemente breccia tra coloro che si sono convertiti al Buddhismo o tra chi aderisce alle nuove discipline New Age, frutto di una nuova sensibilità sincretica aperta a influenze di ogni tipo. Più è forte il bagaglio ideologico-religioso di un individuo, più sarà difficile per il vegetariano far valere le proprie argomentazioni, specie se attinte direttamente dalle grandi religioni storiche.

Fenomenologia del rifiuto del corpo

Breve storia del senso di colpa da Platone al Rinascimento

L’analisi delle argomentazioni vegetariste e delle principali strategie persuasive impiegate ci ha permesso di comprendere come il vegetarianismo si fondi sostanzialmente sulla possibilità di affrancarsi dal senso di colpa mediante l’adozione di un regime alimentare alternativo. Al contrario, chi continua a mangiare carne è spinto a sentirsi male per quello che fa, secondo un processo di iper-colpevolizzazione che può essere considerato tipico della nostra contemporaneità:

La nostra epoca parla sempre di soppressione del senso di colpa («decolpevolizzazione») senza accorgersi che mai nella Storia la colpevolizzazione degli altri (ossia il processo di rendere gli altri colpevoli di qualche cosa) è mai stata forte come oggi.

Da questo punto di vista, i concetti di colpa, paura e peccato, così come sono stati sviluppati dall’Occidente cristiano, possono aiutarci a comprendere meglio il fenomeno. Come sempre, tutto comincia nella notte dei tempi. Il disprezzo dell’uomo e del mondo, che si consolidò nella filosofia di vita degli asceti medievali, affonda le proprie radici nella Bibbia, in particolare nel Libro di Giobbe e nell’Ecclesiaste. Successivamente, tracce del disprezzo del mondo e della svalutazione della vita umana si possono trovare nella filosofia greco-romana, in particolare in Plutarco e, soprattutto, nell’antropologia dualistica dell’Orfismo, del Platonismo e dello Stoicismo.

Iniziamo da Platone, che è sempre un punto di partenza dignitoso per cominciare qualunque discorso. Platone era fondamentalmente un tipo tranquillo, che aveva imparato a godersi la vita senza farsi troppi problemi. Il senso di colpa non era certo una questione che lo toccava direttamente. Non a caso nel Menone egli afferma che «nessuno è malvagio di propria volontà». Quindi i malvagi «desiderando un male che non conoscevano per tale e che credevano essere un bene, è appunto il bene che in realtà essi vogliono». Dunque, per Platone il concetto di colpa non ha alcun senso.

Veniamo ad Aristotele, che è un altro che sapeva il fatto suo. Per lui la colpa deve essere intesa come un atto di imperizia, dunque come un errore e non come un’offesa oltraggiosa alla divinità. E fin qui nessun problema, ma di lì a poco tempo dopo ci penseranno gli Stoici ad appesantire l’intera questione, attribuendo al concetto di colpa un significato che precedentemente non aveva: con lo Stoicismo, infatti, i termini greci che indicano il peccato entreranno nell’uso comune. Le religioni misteriche che fiorirono nel mondo greco-romano, parallelamente alla nascita del Cristianesimo, non furono da meno e videro nel peccato una macchia dell’anima, nonché un ostacolo alla salvezza. Ma, almeno, ciò a cui esse davano maggiore importanza non era tanto il significato morale del peccato, quanto la possibilità di purificarsi attraverso apposito rito.

E arriviamo così al Cristianesimo che, con la sua smania del peccato e della colpa, è in grado di fornirci adeguate chiavi di lettura per comprendere meglio il fenomeno del vegetarismo e tutto ciò che ne consegue. I cristiani furono dei creativi e si ingegnarono a inventare una serie di parole che prima non esistevano, per il solo gusto di appesantire la propria esistenza e caricarla negativamente di tutta una serie di significati terribili. Così vennero inventati i termini peccator e peccatrix, che non esistevano nel latino classico e che si diffusero subito a macchia d’olio nel mondo cristiano. Quanto a pesantezza il Vecchio Testamento non era da meno (doveva pur esserci un valido motivo se i cristiani delle origini avevano sviluppato una concezione così peccaminosa della vita). In esso il peccato di Adamo viene presentato come una deliberata disubbidienza dell’uomo a Dio. Da allora tutta la storia del popolo di Israele è segnata per sempre dal marchio indelebile del peccato originale. Il corpo diventa il carcere dell’anima, mentre il mondo viene concepito come il regno di Satana.

A un certo punto arriva Sant’Agostino, il quale elabora la sua personalissima visione secondo cui «peccato è ogni atto, ogni parola, ogni desiderio che si oppone alla legge eterna». Da questo momento in poi l’uomo non ha più scampo ed è destinato a sentire costantemente il peso della propria colpa.

Restiamo nel secolo IV d.C., quando un certo Evagrio Pontico (morto nel 399), monaco del deserto egiziano, precisò le definizioni e l’elenco dei peccati, chiarendo il significato di quelli che egli chiamò «spiriti di malizia» e che sono, nell’ordine: il peccato di gola, la fornicazione, la cupidigia, la tristezza, la collera, l’accidia, la vanagloria e la superbia. L’elenco era destinato a subire ulteriori precisazioni negli anni a venire e la diffusione massiccia di Summae penitenziali e manuali per la confessione lo dimostra chiaramente.

Ma a un certo punto della storia della cristianità avvenne un mutamento epocale, destinato a incidere profondamente sulla cultura dell’Occidente: con il IV Concilio Lateranense del 1215 la Chiesa impose a tutti i fedeli la confessione obbligatoria almeno una volta l’anno. La coscienza della colpevolezza usciva così dalle mura conventuali e faceva il suo ingresso nella vita quotidiana di tutti, incidendo profondamente sulla formazione di un generalizzato spirito pessimista. Da questo punto di vista le Summae penitenziali e i manuali per la confessione furono dei veri e propri strumenti di propaganda, finalizzati a diffondere capillarmente uno stile di vita concepito inizialmente solo per gli asceti medievali. Il Menager de Paris, per esempio, si presenta come un vero e proprio manuale di istruzioni. Lo scritto venne composto intorno al 1393 da un borghese di Parigi, ricco e anziano, a uso della giovane moglie, ma anche di altre persone. Ogni peccato è ripartito in rami, dalla cui enumerazione emerge una morale austera. Dice il vecchio parigino:

Il terzo ramo della pigrizia è la carnalità. E c’è carnalità quando si asseconda il desiderio della carne e cioè quando si cerca di dormire in letti comodi, di risposare a lungo, di alzarsi tardi.

E continua con il peccato di gola:

Primo ramo della gola si ha quando uno mangia prima dell’ora stabilita e cioè troppo presto ovvero prima di avere recitato le preghiere o prima di essere stato in chiesa e avere ascoltato la parola di Dio e i suoi comandamenti.

Nei Racconti di Canterbury (1386 ca.) la gola è il vizio o peccato che ha corrotto il mondo (come dà a vedere il peccato di Adamo ed Eva) e ha poi parecchie diramazioni, in primo luogo quella dell’ubriachezza che è «tomba della ragione umana».

Uno dei caratteri principali di questa vera e propria opera di cristianizzazione intensiva risiedeva nell’estensione a un’intera popolazione di una regola di vita concepita per gli asceti. Il senso di colpa e la concezione del peccato stavano subendo una vera e propria diffusione di massa e, a partire dal Trecento, il disgusto, la vergogna, il sacrificio e la rinuncia divennero i concetti cardine dell’alimentazione, in linea con un impegno di tipo etico-religioso finalizzato alla salvezza dell’anima e alla conquista della pace eterna. Da allora l’atteggiamento fobico nei confronti del piacere, alimentare e sessuale, ha assunto un ruolo cardine nella definizione della nostra cultura.

La salute del corpo e la salvezza dell’anima presso i religiosi medievali portarono presto alla creazione di modelli dietetici severi contro l’«immondizia» della carne, considerata come il massimo impedimento a salire la scala che porta verso il sublime. Insomma, la solfa era sempre la stessa: meglio rinunciare alla carne e ai piaceri della vita piuttosto che essere condannati all’Inferno per il resto dei propri giorni. I piaceri della tavola e i piaceri del talamo cadevano sotto le stesse prescrizioni. Tutto ciò che ha a che fare con la dimensione mondana doveva essere rifiutato in quanto anti-valore, e tutti i piaceri di questo mondo vennero fatti oggetto di un sovrano rifiuto, perché giudicati morbosi. Tra tutti, logicamente, quello più vilipeso era quello sessuale: solo i beni celesti dovevano essere oggetto dell’esperienza umana.

La prassi del religioso medievale era pressappoco la stessa del vegetariano di oggi, sebbene fossero diversi i presupposti di partenza che portavano all’assunzione di una condotta tanto avvilente quanto insensata. Quello che mancava all’uomo del Medioevo, specie se si trattava di un religioso, era un po’ di autoironia, dote fondamentale per la nostra sopravvivenza, che ci consente di leggere la realtà effettiva sulla base di una vera e propria duplicazione creatrice. L’uomo medievale, insomma, per semplificare in un modo non propriamente corretto da un punto di vista storiografico, non era in grado di migliorare la realtà a partire dalla propria interpretazione dei fatti, ma restava ancorato a una drammatizzazione terribile e mostruosa del mondo. Non è un caso che nella letteratura religiosa, soprattutto quella monastica dei secoli centrali del Medioevo, la vita umana venisse posta costantemente sotto accusa: la terra è una valle di lacrime, i cibi gonfiano, i digiuni macerano, i piaceri corrompono. Comincia così una strenua battaglia contro il corpo condotta con le armi dell’astinenza dal cibo e dal piacere.

Sperma, cibo e carne: questa la triade che doveva essere osteggiata con le armi della preghiera, della penitenza e del digiuno. Gli uomini che volevano avvicinarsi alla dimensione divina e superare le nefandezze della carne dovevano rifuggire dal buon gusto: il corpo immondo e corrotto doveva essere punito in ogni modo. Le proteine della carne, sollecitando la tiroide, provocavano quelle che nel tardo Medioevo venivano chiamate «agitazioni del corpo» (ovvero l’eccitazione sessuale). Per questo la carne doveva essere bandita dalla tavola di tutti gli aspiranti santi.

L’astinenza dal cibo finì per coincidere con l’astinenza sessuale, anche da un punto di vista linguistico: la parola abstinentia, che indica la tecnica di contenimento della voracità alimentare, viene sostituita da continentia, termine di pertinenza genitale. Comincia così la lunga storia delle astinenze, sessuali e alimentari, che conduce alla completa negazione della voluttà carnale e all’affermazione di un’anticucina fondata sul digiuno che, provocando allucinazioni, garantisce un contatto diretto con il divino.

Con l’avvento del Rinascimento il corpo e la carne riacquistarono centralità. La cucina rinascimentale si sviluppò secondo direzioni del tutto opposte a quelle che avevano caratterizzato i percorsi ascetici del Medioevo. Il mondo rinascimentale della buona tavola reclamava i piaceri della carne secondo un progetto di potenziamento del corpo che si poneva in contrasto con i precetti dei secoli precedenti. Il cibo non doveva più mortificare le pulsioni sessuali, anzi, doveva assecondarle per contrastare le potenze distruttrici della morte. Libido sessuale e libido alimentare divengono i punti cardine della nuova dietologia, intenzionata ad assecondare pienamente il desiderio di vitalità.

Gli uomini del Rinascimento, dunque, furono indubbiamente più spensierati da questo punto di vista, sebbene i concetti di colpa e di peccato fossero ben radicati anche nella cultura del Cinquecento. Comunque, almeno in una certa misura, la passione per la bellezza dell’Arte e della Natura era destinata a riflettersi anche in cucina, dove all’astinenza dell’asceta medievale si sostituì la passione per i piatti ricchi e succulenti. Ma il senso della morte e del peccato non potevano essere cancellati di punto in bianco e se tra la gente comune si affacciava pian piano un atteggiamento meno pessimistico nei confronti del mondo, stessa cosa non poteva dirsi per i monaci, perennemente rinchiusi tra le mura di conventi vuoti, spogli e, soprattutto, privi di dispense per il cibo. Tra il 1556 e il 1557 Luis de Granada scrive una Guida dei peccatori per inculcare il «santo odio per se stessi» e la mortificazione di tutte le passioni dell’«appetito sensitivo». Siamo nella metà del Cinquecento, ma le cose non sono mutate più di tanto. Nemmeno l’etica protestante, che a prima vista sembrerebbe dare uno spazio maggiore ai piaceri secolari e carnali, sfugge allo spirito del sacrificio imperante. Le parole di Lutero e Calvino lo dimostrano chiaramente, attestando la presenza tangibile e ineliminabile di un atteggiamento fobico nei confronti del piacere, di qualunque tipo esso sia, sessuale o alimentare. Non è un caso che la svalutazione dell’uomo e del mondo raggiunga il suo apice proprio nella teologia protestante del Cinquecento. Come ha sostenuto Jean Delumeau:

Non c’è mai stata una civiltà che abbia dato tanta importanza al senso di colpa e all’intimo senso di vergogna quanto quella occidentale, nei secoli che vanno dal Trecento al Settecento.

È questo l’arco temporale che dobbiamo necessariamente assumere come punto di riferimento per comprendere un fenomeno così apparentemente lontano come il vegetarismo. Il processo di acculturazione fondato sul senso di colpa canalizzava tutte le preoccupazioni e le inquietudini di un periodo dominato da sventure, epidemie e catastrofi. Ma la coscienza infelice era destinata a radicarsi profondamente nella cultura occidentale, lasciando il segno anche a distanza di secoli. Il senso di colpa che proviamo quando mangiamo animali morti non è altro che l’ultimo retaggio di quel processo di iper-colpevolizzazione tipico dell’Occidente che ha fatto della confessione lo strumento fondamentale per riscattare i propri peccati.

Ora non siamo più nel Medioevo ma il senso di colpa continua ancora a strutturare profondamente la nostra visione del mondo. Per cui pensateci su prima di affogarvi in una scodella di tre etti di pasta condita con sugo di salsiccia e gorgonzola: i sensi di colpa sono sempre in agguato e non è detto che siate disposti a sopportare pesanti rimorsi in cambio di una buona magnata!