Introduzione
La mente che respira
Molti presenti
italiani che ripongono tutto il pregio della poesia, anzi tutta la poesia,
nello stile, e disprezzano affatto, anzi neppur concepiscono, la novità de’
pensieri, delle immagini, de’ sentimenti; e non avendo né pensieri né immagini
né sentimenti, tuttavia per riguardo dello stile si credono poeti, e poeti
perfetti e classici; questi tali sarebbero forse ben sorpresi se loro si
dicesse, non solamente che chi non è buono alle immagini, ai sentimenti, ai
pensieri non è poeta, il che negherebbero schiettamente o implicitamente, ma
che chiunque non sa immaginare, pensare, sentire, inventare non può possedere
un buon stile poetico, né tenerne l’arte, né giudicarlo nelle opere proprie ed
altrui.
GIACOMO LEOPARDI
Se sono poeta o
attore non lo sono per scrivere o declamare poesie, ma per viverle. Quando
recito una poesia non è per essere applaudito, ma per sentire corpi d’uomini e
di donne, dico corpi, tremare e volgersi all’unisono con il mio.
ANTONIN ARTUAD
Il secolo comincia
rasoterra. Sarà perché il Novecento ha già abbondantemente ripetuto se stesso
(i vari post, neo, trans, ecc.), sarà perché il postmoderno ha già ripetuto
tutto l’antico – sarà quel che sarà, ma il panorama è sconfortante. Ormai
mi chiedo se non stiamo sprecando impegno, intelligenza e cultura su un oggetto
che non esiste: la poesia italiana contemporanea. Stiamo perdendo il nostro
tempo o si è perso il nostro Tempo, nel senso che la nostra epoca ci è svanita
tra le mani? Sì, lo so: il Novecento è finito e ha dato tutto quello che poteva
dare (forse, alla fine, meno di quanto si pensi), e il Due mila? Se il
buongiorno si vede dal mattino, la giornata secolare comincia male. Nel mezzo
della grande mutazione digitale di inizio secolo la poesia scompare dall’universo
dello scambio culturale. Siamo abituati a pensare che sia male, e invece
comincio a pensare che sia bene. È bene che la poesia non sia coinvolta nelle
mutazioni tecnologiche. Se il Novecento ci ha insegnato qualcosa è proprio
questo. È anche bene che della poesia si parli il meno possibile. È bene che nel
grande straripante fiume della globalizzazione i poeti siano delle piccole
isole. Mi veniva da dire: delle piccole isole di resistenza. Ma il problema non
è resistere a qualcosa. È bene che la poesia ritrovi se stessa, è bene che,
appartata, ricostruisca le proprie ragioni e, eventualmente, metta nuove
radici. […]
Gli anni Settanta e la Post-Modernità
Per
la mia generazione, e per restare all’ambito della poesia italiana, la
negazione del soggetto in poesia compare nella prefazione ai Novissimi, quando Alfredo Giuliani ritiene necessaria «una
reale “riduzione dell’io” quale produttore di significati». Affermazione non
sorprendente per un movimento che si collocava nella tradizione del pensiero
negativo. Ma poco dopo Giuliani precisava: «La “riduzione dell’io” è la mia
ultima storica possibilità di esprimermi soggettivamente». Ma come? Il problema
è l’espressione? E per giunta l’espressione soggettiva! E perché mai l’espressione
del soggetto si dovrebbe realizzare mediante riduzione del soggetto medesimo?
Delle due l’una: o il punto non è l’espressione, bensì il referto (appunto la
riduzione dell’io a «cosa») e allora va bene cancellare o anche solo ridurre l’io,
o il problema è l’espressione, e allora perché ridurre l’io, magari fino a
cancellarlo? Questa scelta ha avuto conseguenze per le generazioni successive.
A me sembra che i poeti che si sono affermati negli ultimi decenni non
sopportino la tensione del tragico – alla cui morsa sfuggono eliminando
il soggetto (spesso poi, visto che non c’è nessuno che agisce, eliminano anche
i verbi). La riduzione dell’io, infatti, è rinata rovesciata nelle poetiche
estetizzanti degli anni Ottanta (neo-orfici, neo-mitici, neo-dannunziani,
neo-metrici, ecc.). Queste tendenze ribaltavano (e ribaltano) la logica delle
neoavanguardie solo apparentemente, in realtà, ne mantenevano la fondamentale
caratteristica «omicida» nei confronti del soggetto, il quale, invece di
svanire nel referto, svanisce nella retorica di mitologie celtiche, in
spiccioli di saggezza new age o in
un’oscurità pseudo-iniziatica o in martellanti e leziosi repertori metrici.
Tutti orientamenti che si possono raggruppare sotto l’etichetta di Postmoderno.
Infatti, malgrado il prefisso, non si tratta che di continuazioni del Moderno.
Mi
rendo conto che, accennando alle neoavanguardie e al Postmoderno, mi sto
facendo irretire dal discorso dominante, per cui sembra che esistano solo gli
anni Sessanta e gli anni Ottanta: i primi artefici di una rivoluzione che non c’è
stata, e i secondi del ritorno alla poesia «alta», ovvero della sua
inconsapevole parodia. Insomma, l’impressione è che si sia parlato
abbondantemente degli anni Sessanta, il decennio in cui, forse, con le
neoavanguardie, finisce la modernità. Poi si è molto parlato degli anni
Ottanta, il decennio in cui per la poesia comincia il Postmoderno: tutto l’antico
torna tutto insieme sotto forma di fregio rococò sul frontale di algidi palazzi
di vetro. Come sempre certe antologie sono dei buoni segnali: i Novissimi (Rusconi e Paolazzi, 1961) per gli anni Sessanta e la
neoavanguardia, La parola innamorata (Feltrinelli, 1978) per gli anni Ottanta e tutti i ritorni
estetizzanti; ma in mezzo c’è stato Il pubblico della poesia (Lerici, 1975), ci sono stati gli anni Settanta.
Alfonso Berardinelli (che, insieme a Franco Cordelli, curò quell’antologia),
nel suo contributo in Poesia ’98 (Castelvecchi, 1999), disegna bene il profilo
di quel decennio, e non solo per ciò che riguarda la poesia:
Anche se non sono partigiano della
mia generazione, forse è proprio vero che con i poeti degli anni Settanta
compare sulla scena qualcosa che prima non si era mai visto [...]. Ero
incuriosito da questa nuova poesia dei miei coetanei (ero ovviamente
incuriosito anche da me stesso), mi sembrava che non potesse essere letta con
le categorie critiche elaborate negli anni Sessanta, si liberava o si
divincolava dalla stretta mortale del rapporto poesia-storia, poesia-politica,
poesia-teoria, e questo permetteva di «scrivere il presente», senza il quale
non c’è letteratura. Ma d’altra parte avevo anche la sgradevole, imbarazzante
impressione che questa «rinascita» della poesia, la dose di oblio necessaria
per scrivere, la riscoperta della scrittura poetica, avessero richiesto ai miei
coetanei un prezzo piuttosto alto: l’autocoscienza e l’autocritica erano scese
all’improvviso di livello per permettere a quella «creatività» di scorrere
liberamente. Insomma, molti nuovi poeti mi sembravano, e forse erano davvero,
un po’ più «stupidi» dei loro predecessori, creatività e naïveté si aiutavano a vicenda [...]. «Essere
creativi» era anche questa una «parola d’ordine», la rivendicazione di un
diritto di molti (di tutti) ad avere una normale esistenza letteraria. Vogliamo
tutto, aveva detto
Balestrini. Perché non volere anche la poesia? Allora il termine non si usava
ancora, ma quando cominciò a diffondersi capii che con i poeti degli anni
Settanta antologizzati, intervistati, catalogati dal Pubblico della poesia eravamo entrati definitivamente nel
Postmoderno.
Non
credo di poter condividere la convinzione di Berardinelli che il Postmoderno
sia cominciato con la generazione degli anni Settanta. Proprio sulla base delle
sue considerazioni «sociologiche», penso che la novità di allora, quella cosa
che non si era mai vista, e cioè la richiesta diffusa di creatività, il voler
essere poeti, con tutti gli equivoci che questo comportava (e quindi, in
effetti, una certa caduta dell’autocoscienza e dell’autocritica) fosse,
comunque, una rottura importante e feconda – feconda per la poesia vera.
Il fenomeno diffuso ci può far sorridere, ma è stato uno dei portati più
interessanti, e positivi, del Sessantotto. Non per caso è sul Sessantotto che
il Gruppo 63 è naufragato. La grande onda della richiesta di creatività ha
spazzato via gli abatini della sperimentazione formale. Non avevano dentro di sé
nulla che non fosse «autocoscienza» e «autocritica», due atteggiamenti, due
modalità del pensiero che, se non c’è altro, servono solo alla letteratura «letterata»,
ma pochissimo alla poesia. Il bisogno di creatività, la diffusa, e anche
imperiosa e confusa, richiesta di espressione e, insomma, di una qualche verità
nel rapporto tra parola e cosa era del tutto legittimo e fondato. Ma era
inquietante perché potenzialmente fuori controllo, in qualche modo dionisiaco.
I poeti italiani non se la sono sentita di rischiare tanto. Così hanno pensato
bene di tornare al birignao di tutte le tradizioni possibili, purché non si
dicesse nulla e, soprattutto, nulla si esprimesse, e nulla si provasse a
creare, per carità, che non fosse filtrato, non dall’esperienza, ma dall’autocoscienza
formale e dall’assunzione controllata del passato. D’altronde non c’è nulla di
strano: il birignao della tradizione era già nelle neoavanguardie, se Giuliani
ha dichiarato che Sanguineti ha rifatto Dante mentre lui rifaceva i provenzali.
Naturalmente il problema della tradizione, del suo superamento – e delle
sue macerie – era già presente e operante all’inizio del secolo, basti
pensare all’importanza di Dante per Eliot. Rileggere The Waste Land è un’operazione di igiene mentale, un modo per
ricordare come tutti i frammenti del passato fossero già il materiale con cui
lavorava il Moderno. Il Postmoderno, quindi, nasce dal seno del Moderno, ne è
il logico compimento, oserei perfino dire l’apoteosi, l’effimera apoteosi dei
fuochi di artificio, perché il Postmoderno assume che le macerie della «terra
desolata» siano gemme, così la terra non solo non è più desolata, ma somiglia
di nuovo a un paradiso, purtroppo però con alberi di carta stagnola e mele di bigiotteria.
L’importante, dunque, era
mettere tra parentesi gli anni Settanta, perché lì è successo qualcosa di
inedito, qualcosa che metteva in questione il Moderno, per salvare il quale era
necessario dichiararlo postumo: Postmoderno. La paura degli anni Settanta, e il
tentativo di esorcizzarli, nasceva dalla percezione che lì cominciava il
prossimo secolo, lì c’era la richiesta di uscire dal nichilismo in letteratura,
la vera e propria esigenza di andare oltre il vuoto, oltre il pensiero negativo
applicato alla poesia. Adesso che il secolo è finito tutto questo è
chiarissimo. Solo quegli anni hanno dato un’indicazione che, contraddicendo il
clima culturale dei decenni precedenti, apriva sul futuro. Perché l’enfasi
sulla creatività, allora non lo sapevamo, aspirava alla fine del pensiero
razionale-causale, aspirava alla fine del modo di pensare del Moderno.
Quando
i ragazzi del Sessantotto (cioè noi) rivendicavano «l’immaginazione al potere»
si mettevano fuori non solo (come credevano) dal sistema politico vigente, ma
dalla società della tecnica – che comprendeva capitalisti e movimento
operaio. Non lo sapevamo, ma stavamo seppellendo il Novecento perché stavamo
rifiutando il modo di pensare che aveva costruito le fortune dell’occidente in
termini di potere sul resto del pianeta, ma aveva soppresso la «creatività»,
cioè quella modalità del pensiero che consentiva la nascita del senso. L’occidente
aveva vinto ed era sull’orlo del suicidio. L’arte coerentemente (razionalmente)
si era già suicidata. Gli anni Settanta sono stati un tentativo, confuso, di
risposta a tutto questo. Un tentativo sconfitto politicamente e culturalmente –
e poeticamente. L’operazione di rimozione degli anni Settanta è, infatti,
perfettamente riuscita. Così il Moderno tramonta alla fine degli anni Sessanta
e rinasce felicemente truccato da Postmoderno negli anni Ottanta.
Se, invece, con «Postmoderno»
vogliamo intendere un reale superamento delle categorie nichiliste, una vera
modalità per andare oltre il Novecento, allora l’unica fertile indicazione è la
creatività degli anni Settanta. Per questo non posso condividere l’affermazione
che con «i poeti degli anni Settanta si passava dal conflitto-alterità alla
convivenza, dal desiderio-progetto di opporsi al desiderio-progetto di essere
accolti e accettati», come dice Berardinelli. Sociologicamente forse è vero,
nel senso che nel riflusso del Sessantotto molte aspettative hanno cercato
soddisfazione in un qualche inserimento. Ed è anche vero che i poeti laureati
o, comunque, quelli che nel frattempo si sono «laureati», non avendo niente da
dire hanno perseguito la legittimazione nelle istituzioni con tutti i mezzi –
tranne il valore di ciò che scrivevano (che proprio non c’era).
La mia impressione è che i pochi
buoni poeti della nostra generazione non abbiano accettato il destino dei non
poeti «di base» né quello dei non poeti «d’élite», trovandosi così in una
specie di terra di nessuno, una sorta di sospensione «storica» del tempo.
Abbiamo sempre pensato che le risposte a questo scenario fossero squisitamente
personali, ma, forse, invece, è dipeso più di quanto non si creda dall’effetto-rimozione
degli anni Settanta – e dalla connessa politica delle case editrici,
largamente segnata da quella che potremmo chiamare l’estremizzazione orfica della
neoavanguardia. Insomma, gli ultimi decenni del Novecento sono stati veramente
scoraggianti per chi voleva scrivere o, comunque, occuparsi di poesia.
Scoraggianti, prima di tutto, sul piano della qualità e delle idee. Ma questa
caduta, questo precipitare della poesia nelle mani di piccoli letterati che
concepiscono la poesia come una carriera, forse non è un caso: forse tutto ciò è
dovuto anche al distacco della poesia dal mondo della comunicazione, e alla
conseguente corruzione della «società letteraria», se esiste ancora. Temo che
il lago della poesia, per quanto piccolo, sia diventato uno stagno nelle cui
acque i poeti laureati rimestano le «foglie morte» della forma.
Commemorazione provvisoria della
mia generazione
Negli ultimi dieci anni, leggendo i
libri di poesia e giudicandoli, piano piano mi sono reso conto che la mia
generazione non esiste più – e quelle limitrofe non stanno molto meglio.
I più noti, i più affermati poeti miei coetanei non hanno retto alla distanza,
e parlare della mia generazione significa parlare di una generazione centrale
della seconda metà del secolo: la generazione del Sessantotto. Avevamo trent’anni,
e abbiamo pubblicato i primi libri negli anni Settanta. Insomma, il Sessantotto
è stato o non è stato tanto importante per la mia generazione? Ho il sospetto
che il Sessantotto non spieghi i fallimenti letterari, non spieghi la mancanza
di poesia. Per provare a capire dobbiamo valicare il Sessantotto, dobbiamo
andare oltre a ritroso, dobbiamo arrivare alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio
degli anni Sessanta. Quelli sono stati gli anni in cui ci siamo formati, non il
Sessantotto. Erano gli anni del mondo diviso in due dalla Guerra Fredda, ed
erano gli anni del boom economico: una miscela micidiale perché coniugava una Weltanschauung manichea con l’affermarsi del mondo
degli oggetti. Molti miei coetanei rimpiangono le ideologie che davano senso «alle
magnifiche sorti e progressive», ma è un’idea romantica, e abbastanza stupida,
della nostra giovinezza.
La realtà era diversa, e comportava
una «leninistica» riduzione a cosa dell’altro (del nemico), reificazione che
perfettamente si sposava con il prevalere del mondo delle cose prodotte dal
vincente neocapitalismo (come si diceva allora). In termini culturali, quando
abbiamo aperto gli occhi sul mondo, ci siamo trovati davanti il nouveau roman (e, al cinema, l’école du regard), le neoavanguardie austriache e
quelle italiane. Il clima politico, economico, sociale, ideologico, e quindi
anche culturale, del decennio che va dal 1955 al 1965 faceva di noi dei
sofferenti automi. Era proibito capire le emozioni, era proibito vedere la
sofferenza: in sé, negli altri, e quindi al cinema e nella letteratura.
Discutevamo a lungo dell’ultimo Godard o, ahimé, del recentissimo montaggio o
smontaggio «linguistico» spacciato per poesia da un rampantino milanese o da un
abatino siciliano, magari avallato da qualche autorevole filologo, o dalla
nascente semiologia tutto-fare e tutto-capire.
Ho detto automi e ho detto
sofferenti. Voglio essere chiaro: mi sono convinto che ogni singolo poeta della
nostra generazione abbia gettato la propria emotività in una sorta di
sottoscala dell’interiorità, e abbia buttato la chiave. Questo ha fatto di noi
delle macchine da letteratura, gente capace solo di produrre oggetti, e di
produrli in serie: si tratta di manufatti, di design di buona qualità, di buon
gusto. Si tratta di poeti aridi, una vera contraddizione in termini. È come se
i migliori si fossero applicati a sopprimere la propria creatività, il proprio
talento: hanno sigillato il sottoscala con una colata di cemento invece di
cercare la chiave. L’aridità emotiva in un poeta è letale. Non perché debba
raccontarci la propria vita, non sto sostenendo un imbecille autobiografismo,
ma un nucleo emotivo ci deve essere, e soprattutto deve essere frequentato, poi
ognuno «poeticamente» ne fa quello che vuole o, meglio, quello che può. Il
problema è tutto lì: noi non l’abbiamo frequentato. Non si fugge da se stessi e
dalla propria storia, dalla propria formazione. Se la mia generazione, stregata
dal Sessantotto (che nel nostro immaginario è diventato un sorta di argine, un
muro per non andare a ritroso, in profondità), non è stata capace di vedere, e
quindi tornare a fare i conti con il decennio a cavallo tra i Cinquanta e i
Sessanta, una ragione ci sarà. La mia generazione si è suicidata alla poesia
perché non è stata capace di frequentare il dolore. I miei amici non sono più
dei poeti perché sono rimasti quello che erano quando avevano vent’anni: sono
invecchiati senza cambiare, e ciò che sembrava bello e importante allora (e
forse per un attimo lo è stato davvero) oggi si è essiccato del tutto. Ed è con
loro che è stato sconfitto il portato emotivo ed eversivo del Sessantotto. È
stata anche la loro pavidità poetica a ucciderlo.
A questo punto mi sono fermato e mi
sono chiesto se era coerente quello che avevo appena scritto. Infatti, in
dissenso con Berardinelli, ho sostenuto che il Sessantotto e gli anni Settanta
sono stati fondamentali per la poesia o, meglio, avrebbero potuto essere
eversivi perché lì cominciava il futuro, la possibilità di andare oltre il
nichilismo in poesia. Ma ho anche detto che la mia generazione, appunto quella
del Sessantotto, è stata un fallimento. Come mettere insieme le due cose? Semplicemente
dicendo che è stata una generazione senza veri talenti o con pochi talenti? Può
darsi, ma non basta. Forse non è vero che la nostra sia la generazione degli
anni Settanta perché la nostra formazione è avvenuta tra gli anni Cinquanta e i
Sessanta, come ho appena detto. Purtroppo mi sembrano tutti escamotages: noi, comunque, abbiamo esordito
come poeti negli anni Settanta. Una generazione esiste nel momento in cui
pubblica. E poi, le categorie generazionali hanno senso? Forse non ne hanno –
ma qui siamo di fronte a un problema che potremmo pomposamente definire
storiografico: perché quegli anni che hanno aperto alla creatività non hanno
prodotto grandi poeti? Se qualcuno dovesse chiedere ai ventenni e ai trentenni
se ci sono libri di poesia di miei coetanei che li hanno colpiti, che sono
stati importanti o comunque formativi, temo che la risposta sia tragicamente
negativa. Dunque, che cosa è successo? Perché questa sorprendente aporia della
storia? Una sorta di smagliatura che viene accuratamente ricucita sul piano
della letteratura, perché, una volta che la cronaca è diventata storia, è
quella e non un’altra e, in qualche modo, tutto è andato a posto. Ma quella
aporia rimane tale. Alla profondità della poesia rimane una smagliatura. Lì è
difficile pareggiare i conti.
Cominciamo da una considerazione
storica: nel 1978 viene ucciso Aldo Moro. Comunque si voglia giudicare il
tragico evento, lì finisce il Sessantotto. E finisce perché quelli di noi che
hanno preso sul serio l’idea di fare la rivoluzione sono diventati degli
assassini. Alla fine degli anni Settanta nessuno si può più pensare come un
rivoluzionario, nessuno di noi può più pensare di creare un mondo nuovo,
nessuno di noi, per dirla con Goethe, può più portare «un mondo nel suo petto».
E se non si può fantasticare di creare un mondo nuovo, forse la creatività in
generale cade a picco. Alla fine degli anni Settanta siamo andati tutti in
depressione: il terrorismo ci ha svuotati di tutta la creatività o, almeno,
della specifica forma che la creatività aveva assunto nella nostra generazione:
una creatività che non vedeva differenza tra il dentro e il fuori: marxismo e
psicoanalisi, per capirsi. Ma vorrei anche ricordare che non si facevano molte
distinzioni tra «pubblico» e «privato»; inoltre, su un altro piano, lo spezzone
di sinistra delle neoavanguardie credeva che l’eversione linguistica fosse
anche eversione politico-sociale. In realtà non si è salvato nessuno, neppure
quelli meno impegnati politicamente, era l’aria che avevamo respirato per dieci
anni che improvvisamente non c’era più: lentamente la creatività moriva e, con
essa, morivano i poeti.
Questa depressione, questa specifica
depressione, è stata una vera e propria malattia. Una malattia cui
apparentemente ognuno ha reagito come poteva, in realtà hanno tutti reagito
nello stesso modo: rifugiandosi nella letteratura. Lì è il fallimento della
generazione: nessuno ha accettato la depressione, nessuno ha avuto la forza di
attraversarla, nessuno se l’è sentita di soffrire e di trasformare la
sofferenza in poesia. Se non l’hanno fatto vuol dire che non erano poeti, che
non lo erano davvero. Per questo scompare l’io e compaiono i miti celtici, i
repertori metrici, i misticismi new age, ecc.
La figura dominante è la rimozione
e, quindi, una insensata (e fragilissima) esaltazione. Cucchi passa dal Disperso alle Meraviglie dell’acqua, Conte
da Épater l’artiste a Figlio dell’energia democratica, Zeichen dall’esorcizzazione ironica della depressione dei primi libri
all’eroismo kitsch dell’esaltazione della guerra (Gibilterra) o addirittura dell’Impero romano (Ogni
cosa ad ogni cosa ha detto addio), e via elencando. Per non parlare dei due curatori del
Pubblico della poesia, autori ciascuno di un solo libro di poesia. Due libri
(Alfonso Berardinelli, Lezione all’aperto, e Franco Cordelli, Fuoco Celeste) di gran lunga migliori della
maggior parte di quelli pubblicati, e che si vanno pubblicando. Perché
Berardinelli e Cordelli non hanno più scritto, o almeno pubblicato, poesie?
Perché la loro rimozione è stata onesta: se la poesia non era più possibile, ne
hanno preso atto e hanno fatto altro: narrativa e saggistica. Forse tutti e due
sono stati vaccinati dal contagio depressivo della poesia nel momento in cui
hanno licenziato la famosa antologia. Perché Il pubblico della poesia alla distanza è un cimitero? Certo,
settanta poeti sono un’enormità per una generazione, si parte in tanti e si
arriva in pochi. Finora consideravo il titolo dell’antologia una battuta tra il
cinico e il tautologico: il pubblico dei poeti sono i poeti, forse sempre,
certamente in un momento in cui tutti vogliono essere poeti in nome di una
creatività diffusa. In fondo una battuta snobbistica. Invece, a ben vedere,
quel titolo (quella battuta) è intriso di depressione, è la manifestazione di
uno scoramento, di una terribile mancanza: la poesia (il privato) doveva
colmare un vuoto pubblico (la rivoluzione) nel momento in cui il vuoto pubblico
non poteva non svuotare tutto.
Quella antologia è la testimonianza
di uno scacco storico – ma nel momento, irripetibile, in cui tutto era, o
sembrava, ancora possibile. Lì avevamo davvero trent’anni, ma è stato un attimo
– poi siamo diventati vecchi di colpo. L’accoppiata depressione-rimozione
non ha risparmiato nessuno e una generazione di poeti è diventata una
generazione di letterati: l’accoppiata depressione-rimozione, infatti, genera
un’ingiustificata euforia da compensazione (Ersatz). Con il risultato che spesso i
letterati-poeti, percependo in qualche modo il vuoto e il fallimento connesso
ad aver sostituito la poesia con la letteratura, non potendo tornare alla
poesia (che non c’è più, ammesso che ci sia mai stata), vanno avanti;
rilanciano sul piatto dell’esaltazione: non gli basta più il bluff della
poesia. La poesia non deve più solo produrre letteratura: deve produrre
vaticinio. Il passaggio è stato epocale, e non lo è stato solo per la nostra
generazione: i letterati infatti hanno figliato letterati. I quarantenni di
oggi non sanno altro, non hanno neppure la memoria (non possono averla) di una
possibilità diversa: pensano che ci sia una perfetta equivalenza tra poesia e
letteratura, per loro si tratta di sinonimi. Il danno sembra irreversibile. Non
resta che sperare nei trentenni e nei ventenni di oggi: che trovino una loro
strada per uscire dalla letteratura e ritornare alla poesia.
Le scelte di questa antologia
Un’antologia – andiamo nel
merito – in cui non ci sono poeti dialettali. Un dialetto forse non è una
lingua straniera, ma una poesia in sardo è sicuramente «straniera» per tutti
gli altri italiani. Ma, se così è, che importanza hanno le poesie dialettali
per la contemporanea lingua italiana della poesia? Probabilmente l’importanza
di qualsiasi poeta straniero. La lingua della mia adolescenza è stata il
tedesco come per altri l’emiliano, il milanese, il siciliano o l’abruzzese.
Siamo sicuri che ci sia una grande differenza? Non sul piano meramente
linguistico, è evidente, ma sul piano della poesia? Sarebbe molto interessante
studiare il peso e l’importanza degli influssi regionali comparati a quelli
della poesia di altri paesi. Forse scopriremmo che i veri dialetti sono le
lingue straniere – e le relative letterature ovviamente. E se ancora non è
così, probabilmente così sarà per le prossime generazioni, se saranno veramente
europee.
Quindi, limitandoci alla poesia in
lingua, tra i grandi poeti contemporanei scomparsi ho scelto quelli il cui
influsso mi sembra ancora operante: Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Sandro
Penna, Pier Paolo Pasolini, Amelia Rosselli, Vittorio Sereni. Non ho voluto
dimenticare il caso estremo di Eros Alesi, morto drogato giovanissimo, un vero
talento, poteva diventare il poeta «americano» del Novecento italiano. L’altro
grande talento, Massimo Ferretti, prima di morire di una malattia cardiaca congenita,
aveva sacrificato il proprio dono sull’altare degli sperimentalismi
linguistici. La stessa cosa è successa a Elio Pagliarani. Dario Bellezza ha
avuto una fortuna «scandalistica» probabilmente superiore al suo valore di
poeta, che, comunque, è tutt’altro che trascurabile. Tra i viventi, il più
importante mi sembra Mario Luzi, con la sua alta dizione lirica.
Ridimensionerei invece Giovanni Giudici, alla fine più un letterato che un
poeta. Tra i neoavanguardisti, con molti dubbi, farei solo il nome di Edoardo
Sanguineti. La cosiddetta «linea lombarda» ha in Giovanni Raboni il suo degno
rappresentante. Ho poi voluto richiamare l’attenzione su Elio Pecora. Le sue
poesie reggono alla distanza più della maggior parte dei testi di coloro che
sembrano molto più affermati. Cosa che si può verificare anche in questa
antologia, che forse è la prima che includa anche esempi negativi, il maggiore
dei quali è Andrea Zanzotto con la sua suicida scommessa di mettere insieme
Petrarca e Pound. Ci sono poi Valerio Magrelli e Valentino Zeichen che, più che
altro, mi fanno rabbia, perché sono dei poeti in fuga dalla poesia. Un caso
inverso è, invece, Milo De Angelis, che sembra portare alla luce, mettere in
chiaro solo oggi la propria vena drammatica «oscurata» ma presente fin dal
primo libro. La linea del quotidiano e del vissuto è comunque ben rappresentata
da Patrizia Cavalli, da Michelangelo Coviello, da Ermanno Krumm, da Renzo
Paris, da Attilio Lolini e da Vivian Lamarque, la cui leggerezza fiabesca
supera la cantilena e dà il meglio di sé alla prova della vita di tutti i
giorni. Questi, e molti altri nomi presenti in questa antologia, sono autori
noti e affermati da decenni, ma, tra gli esordienti degli ultimi dieci anni,
quali sono le voci che hanno qualche probabilità, non dico di restare in
eterno, ma almeno di seguitare a pubblicare a un buon livello? Non sono stato
capace di individuarne più di cinque:
1. Umberto Fiori, Case (San Marco dei Giustiniani), Esempi,
Chiarimenti, Parlare al muro, Tutti, La bella vista (Marcos y Marcos).
2. Antonella Anedda, Residenze
invernali (Crocetti), Nomi distanti (Empirìa), Notti di pace occidentale (Donzelli).
3. Paolo Febbraro, Il secondo
fine (Marcos y
Marcos), Il diario di Kaspar Hauser (L’Obliquo).
4. Edoardo Zuccato, Tropicu da
Vissévar (Crocetti), La vita in tram (Marcos y Marcos).
5. Massimo Bocchiola, Al ballo
della clinica (Marcos y Marcos).
Una prima osservazione del tutto
estrinseca ma non irrilevante: i cataloghi dei grandi editori non ci fanno una
bella figura. La parte del leone la fa Marcos y Marcos (Bocchiola, Febbraro,
Fiori, Zuccato), da Donzelli ha pubblicato Anedda, i cui libri precedenti sono
sempre usciti da editori piccoli come Crocetti (che ha consentito anche l’esordio
di Zuccato) ed Empirìa. Tanto per essere chiari, non c’è neppure un libro
uscito da Mondadori, da Einaudi, da Garzanti o da Guanda. Evidentemente è
successo qualcosa. Io credo che i lettori delle maggiori case editrici, che
fossero poeti in proprio o non lo fossero, siano stati accecati dal poetichese.
In altre parole, si è presa per cultura «alta» una tipica idea mid cult della poesia: un mortale mix tra aspirazioni alla lirica,
mancanza di idee e letture mal digerite. Si tratta di una sorta di versione
alta del provincialismo: quando il basso diventa gergale sembra alto,
specialistico. Gergale nel senso di gergo poetico, qualcosa di immediatamente
riconoscibile come «poesia». Il gergo confina con la griffe – se ci
fossero dubbi sul fatto che si tratta di mid cult. Cosa è uno stile se non vive
di vita propria? È una sorta di «made in Italy» della poesia, una sorta di «made
in Poetry». E infatti i poeti somigliano sempre di più a degli «stilisti»,
pensate a Patrizia Valduga o a Gabriele Frasca, sono solo apparentente diversi,
si tratta di prêt à porter metrici, l’una più postmoderna, l’altro ancora
semplicemente moderno, l’una rivisita costumi sei-settecenteschi, l’altro
rivisita i musei delle avanguardie.
La seconda osservazione è che cinque
nuovi poeti possono sembrare pochi, ma in dieci anni è una «densità» perfino
eccessiva. La terza è una domanda: questi cinque poeti hanno qualcosa in
comune? Questa scelta, che potremmo chiamare il nostro canone per l’ultimo
decennio, su cosa si basa? Certo, sulla bravura, sul valore. Ma la loro qualità
poetica è legata alla discontinuità. Antonella Anedda, Massimo Bocchiola, Paolo
Febbraro, Umberto Fiori, Edoardo Zuccato, ognuno a suo modo, hanno contribuito
ad alterare significativamente il panorama della poesia italiana rispetto agli
anni Ottanta. In questi libri e in questi autori non c’è più nulla di
Postmoderno, nulla di neoclassico o neoromantico o neo-orfico, non ci sono
giochi di abilità, sperimentazioni, avanguardismi. È finito il Novecento. E la
cosa non riguarda solo coloro che sono giovani anagraficamente. Da un punto di
vista generazionale sono nuovi anche autori nati negli anni Quaranta, come
Umberto Fiori, o Massimo Bocchiola e Antonella Anedda che sono nati negli anni
Cinquanta. Sorprende meno che a portare aria nuova siano quelli nati negli anni
Sessanta come Paolo Febbraro e Edoardo Zuccato. Tre generazioni diverse hanno
cambiato – e stanno
cambiando – la situazione della poesia italiana senza sbandieramenti,
manifesti o proclami. Non hanno bisogno di adeguarsi a delle poetiche, a
ideologie della poesia o della letteratura. C’è in loro qualcosa di primario,
di primario nei confronti della poesia. Zuccato e Bocchiola parlano apertamente
di «etica» e di «contenuto». Parlando di poesia tutti credono di parlare di
estetica, di muoversi nell’ambito del bello. E il bello, si sa, è
irresponsabile. Ebbene, nessuno di questi cinque poeti pensa di essere
irresponsabile o che la lingua che usa sia priva di una dimensione etica:
Antonella Anedda parla addirittura della guerra, Paolo Febbraro fa i conti con Dio,
Umberto Fiori prova a dire di nuovo il mondo. Ognuno di loro si prende le sue
responsabilità.
Responsabilità è un’altra parola
decisiva per capire che cosa si è spostato tra la fine del Novecento e l’inizio
del Duemila. E come potrebbe essere diversamente se la dimensione primaria di
cui parlo ha a che fare con la possibilità di fondare il senso di quello che
diciamo? Ha ragione Zuccato, la lingua che usiamo è etica per sua natura: perché
non c’è lingua che non sia una forma della mente, quindi portatrice, e
contemporanemente espressione, di una visione del mondo. Questi poeti hanno
capito che la poesia non ha nulla a che fare con la letteratura. La letteratura
è una sistemazione a posteriori. E negli ultimi decenni larga parte della
poesia italiana è stata scritta proprio «a posteriori»: a partire dalla
letteratura. E infatti si è parlato di letteratura postuma (prima Cordelli e
poi Ferroni).
Contrariamente a quello che credevo
(e che più o meno tutti hanno creduto) la morte della letteratura, alla fine,
non è un grande problema. Morta un’istituzione se ne fa un’altra. Magari a
partire da Internet. Non siamo, tanto per dirne una, alla Net Art, cioè a un’arte
che non usa la lingua ma i linguaggi dei programmatori? E come la mettiamo con
i videogiochi, come incideranno sul racconto? Se il cinema ha influito sulla
letteratura, perché non dovrebbero i videogiochi? Già un film come Matrix non si spiega senza videogiochi.
Cambia la formazione, cambiano le esperienze «culturali» dei nostri figli e dei
nostri nipoti che domani scriveranno quella che verrà chiamata letteratura. Le
prossime istituzioni letterarie ne terranno conto, quindi cambieranno faccia e
strutture: saranno un’altra cosa rispetto alla buona vecchia storia della
letteratura, anche perché diversi, non più solo cartacei, saranno i supporti.
Ma la poesia no. La poesia è un’altra cosa.
La poesia non ha niente a che fare
con la tecnologia, la poesia è «arcaica». Noi siamo fatti di poesia. La poesia è
la parte più antica del nostro modo di pensare e perfino di essere. Figuriamoci
se può avere a che fare con la tecnica o con la letteratura. Buona parte del
Novecento non è stata altro che il tentativo, vano, di ricondurre la poesia
alla tecnologia, dal Futurismo fino alle neoavanguardie, o di ricondurre la
poesia alla letteratura, da D’Annunzio fino a Conte.
Ecco, questi cinque poeti stanno di
nuovo fuori dalla morsa novecentesca, hanno fatto tesoro dei migliori autori
del Novecento, eppure in loro non c’è nulla di epigonale, e non c’è nulla di
epigonale perché alla fine del secolo la modernità non è più un problema. La
modernità era un problema dell’Italia contadina, dell’Italia delle tumultuose
trasformazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, appunto della modernizzazione,
l’Italia del neocapitalismo e del benessere. Oggi la modernità è vecchia come
era vecchia l’Italia agropastorale negli anni Cinquanta. Per questo parlare di
Postmoderno significa guardare indietro. Di fatto è un atteggiamento
nostalgico. I postmoderni, senza saperlo, sono dei laudatori del buon tempo
antico, del tempo in cui c’era la modernità. Non riescono a staccarsi da un
futuro che è passato. Ecco perché, giustamente, i nostri cinque poeti non hanno
il problema di essere moderni. Sanno, i loro testi sanno, che la poesia è un’attività
addirittura costitutiva, e quindi espressiva, e caratterizzante, del nostro «esserci».
Non è un ritorno all’assoluto o a un’idea necessariamente alta della poesia. Si
tratta di qualcosa che unisce tutti perché tutti pensano per immagini e in modo
analogico.
La poesia è il prodotto della parte
più antica del cervello. Per questo la poesia è ineludibile e non sarà mai un
prodotto industriale, qualunque sia il supporto che la veicola o la veicolerà.
Anche se un libro di poesie devesse vendere un milione di copie in quindici
giorni, non cambierà nulla perché resterà se stesso. Incontrando una poesia si
incontra una persona che è contemporaneamente singola e multipla: è chi ha
scritto quel testo, ma è anche tutti coloro che lo leggono e dentro ci trovano
se stessi e quindi tante, infinite volte, di nuovo l’autore. Questa persona
singola e multipla non diventerà mai un oggetto, non diventerà mai una cosa del
mercato per il mercato. Perché la poesia nasce dalla parte ancestrale di colui
che la scrive e va a toccare la parte ancestrale della persona che la legge, e
questo la rende comprensibile a tutti. Questa, forse ora è chiaro, è la poetica
che mi ha consentito di fare le scelte di questa antologia: io sono convinto
che «la poesia è la forma della mente» (e infatti è il titolo di un mio libro
pubblicato da De Donato-Lerici nel 2002).
La critica della poesia
Devo tornare al tema della critica,
infatti rileggendo questa introduzione ho capito perché questa antologia è il
mio ultimo lavoro dedicato alla poesia italiana contemporanea. Cerco di
spiegarmi: se discuto le idee di un saggio storico o filosofico o letterario,
l’autore del saggio criticato mi risponderà, se crede, sul piano delle idee.
Insomma possiamo parlare. Qualcosa del genere avviene anche per la critica
della narrativa, sia che si tratti di romanzo sia che si tratti di cinema. Il
racconto, come un saggio, si distende nel tempo e nello spazio, snoda, dipana,
svolge, offre una visione del mondo. Una narrazione provoca identificazione, è
(o comunque sembra) afferrabile, perspicua. Il narratore scrive per tutti,
quindi non può non sopportare una lettura critica. Non è così per i poeti
– i quali, come ho già notato, non sopportano nessuna forma di critica.
Forse questo dipende dalla mancanza di pubblico, ma la stessa cosa succede con
gli attori di teatro. Non gli autori e neppure i registi. Gli attori di teatro
non accettano di essere criticati. E infatti sono insopportabili esattamente
come i poeti. Come mai? Il fatto è che in ambedue i casi non c’è distinzione
tra fare artistico e prodotto artistico. Un attore si realizza come persona
nella finzione, e lo fa impudicamente di fronte ai suoi simili: rischia tutto
il suo essere nel momento in cui si esprime anima e corpo. Di fatto è nudo.
Come un poeta. Tra un poeta e la sua poesia non c’è nessuna distanza. Anche
perché il poeta, al contrario dell’attore di teatro, non si realizza nella
finzione (in un agire che instaura un rapporto con il fruitore attraverso il
filtro di un personaggio) ma nella verità del proprio essere lì, in quel
momento, per tutti: in quella poesia che qualcuno sta leggendo. Diverso è anche
il rapporto che c’è tra un pittore e il proprio quadro appeso alla parete.
L’oggetto finito che arreda il mondo crea distanza.
La mia impressione è che il testo
poetico non sia criticabile perché è il luogo in cui il poeta si sacrifica per
esistere senza il filtro del personaggio e senza la distanza del quadro. Nel
momento in cui pubblica si mette a nudo e se non è riconosciuto come poeta non
esiste tout court. Ma questo aspetto soggettivo, in virtù del sacrificio che
comporta, in virtù del fatto che il poeta si brucia senza riserve in ogni
poesia, e quindi si trasforma da persona in materia poetica precipitata nel
testo, quell’individuo che scrive non c’è più: al suo posto c’è una poesia che,
non solo parla di tutti noi, ma è tutti noi, eppure non sta nel mondo come un
quadro, e neppure come una musica – che tutti possono ascoltare anche se
non lo vogliono. Non siamo pervasi dalla poesia come lo siamo dalla musica, che
troviamo in qualsiasi negozio e perfino per strada, o dalle arti figurative o
plastiche: non troviamo la poesia nelle piazze o nei bar. La poesia mantiene
qualcosa di segreto, e ciò che è segreto è precisamente il sacrificio che un essere
umano ha compiuto perché quella poesia vedesse la luce, e quel sacrificio ne
fosse la sostanza: il sacrificio è l’essenza della poesia. Il poeta è una
fenice: muore come singolo e rinasce «plurale» nel testo poetico. In questo
senso una poesia trasmette un’enorme forza, ma anche una spaventosa
vulnerabilità.
Quello che ho appena detto, forse,
contribuisce a spiegare perché per la poesia e solo per la poesia, se la
critica è positiva non conta, se è negativa, invece, è una ingiustizia
assoluta. Ma le ragioni dell’insostenibilità della critica sono talmente
profonde che, forse, bisogna accettare che la poesia non nasce per il mondo
dello scambio e del colloquio. Se è vero che la poesia dà voce alla parte più
antica del nostro cervello, se, quindi, la poesia non è riconducibile alla
koiné culturale del momento storico in cui appare, difficilmente i poeti
potranno accettare che venga sottoposta a vaglio sulla base del sapere critico
e del sistema di valori condiviso in quel momento storico su quella porzione di
crosta terrestre. Se le cose stanno così, la critica della poesia contemporanea
è ontologicamente impossibile: è un oggetto sbagliato per un’attività
sbagliata. La poesia non può essere oggetto della critica militante perché la
poesia è fuori del tempo. La critica (a quel punto non più militante) può
essere esercitata solo sul canone – cioè su qualcosa che non ha bisogno
della critica; tale non è, infatti, la cosiddetta critica accademica. Il
paradosso è tutto qui, e nel Novecento l’equivoco di cui sto parlando è
diventato globale: i poeti stessi sono diventati i critici della poesia nel
doppio senso che solo i poeti scrivono di poesia e, quel che è ancora peggio
(perché mortale), hanno scritto poesie che erano già la critica della poesia.
Si è trattato di una sostituzione. La critica della poesia ha divorato la
poesia e ne ha preso il posto. Detto in altri termini: il pensiero razionale ha
preso il posto del pensiero magico, analogico, ancestrale. La domanda è: può il
pensiero critico (che è pensiero razionale) esercitarsi sul più raffinato e
complesso e ambiguo prodotto del pensiero arcaico senza distorcerlo e
distruggerlo? Se non può dobbiamo concepire la lettura di una poesia come un
atto di adorazione. Dobbiamo pensare la lettura come rito, dobbiamo alzare un
altare alla poesia. Non ho nulla in contrario, ma io devo sapere chi devo
adorare, non mi bastano i sacerdoti delle case editrici, non sono le mie
chiese. Devo sapere. Il mondo è pieno di scriventi, chi mi dice quali sono i
poeti? Non me lo dice nessuno, perché nessuno me lo può dire? È una forma
metafisica di impotenza? Ci dobbiano arrendere tutti alla magia della poesia e
farne una sorta di religione? Se così fosse i poeti sarebbero contenti, e i
critici pure. Infatti, non mi parrebbe vero di non leggere più poeti italiani
contemporanei.
Eppure c’è qualcosa che non va.
Seguito a pensare che così la poesia non può sopravvivere: se la critica è
impossibile, la poesia, senza testimoni, rischia di avvitarsi nel gorgo
dell’arbitrio assoluto. Ma la critica è davvero impossibile? La poesia, pur
nascendo fuori dal tempo e dallo spazio, una volta pubblicata è sia nel tempo
sia nello spazio. Tutti godono della poesia, tutti godono dell’arte. Dov’è la
differenza tra la lettura pura e semplice e la critica? Una lettura ingenua può
essere empatica (adorante), ma una lettura critica per quanto empatica non può
essere adorante, deve esercitare la critica cioè il pensiero razionale. O non è
così? Forse la critica non deve necessariamente ridurre tutto a pensiero razionale.
Forse la vera critica non è questo. Chi l’ha detto che il vero critico di
poesia non funzioni come un poeta, non abbia anch’egli, e sia pure in modo
diverso, accesso al pensiero arcaico e non sappia tradurlo in pensiero
razionale? Il vero critico è nella posizione di uno psicoanalista nei confronti
di un paziente: accede agli strati più antichi della mente e li traduce (sia
nel senso di passare da una lingua all’altra, sia nel senso di traslare). Il
vero critico, entrando in colloquio con la poesia, la aiuta ad esistere nel
mondo, la porta nell’universo dello scambio. Per questo i veri critici di
poesia sono altrettanto rari dei veri poeti, e in qualche caso, rarissimo,
coesistono nella stessa persona. Nel Novecento ci sono stati forse solo Eugenio
Montale e Pier Paolo Pasolini e, tra i critici «laici» mi vengono in mente
Giacomo Debenedetti per Montale e Gianfranco Contini per Saba.
[…]
Antologia
Eros Alesi
Pochi anni appesi
ai ganci impietosi
della droga,
ma nella foga di morire hai
fatto,
da vero maledetto,
vera poesia.
E te ne sei andato via.
Eros Alesi è morto a vent’anni, non
ha mai pubblicato poesie in vita, e «ciò che lo ha rivelato prematuramente a se
stesso» non è stata la malattia (come per Ferretti) o l’omosessualità (come per
Bellezza), ma la droga. Insieme a uno sconvolgente inno alla morfina, la poesia
più bella di Alesi è una lunga lettera al padre. Franco Cordelli scrive che «è
un testo-limite e insieme un testo essenziale. Si potrebbe dire che a partire
da queste cose si misura tutto il resto. È un linguaggio che parla a noi da un
“oltre”. Ma da un oltre che è qui, non è altrove. Ha come una vibrazione
fosforica, “shocking”. Come l’apparizione di un fantasma. È una voce, nello
stesso tempo, presente e postuma. Postuma fin da subito. Il “che” iniziale di
ogni frase non ha solo un valore percussivo (come nella musica orientale): è
l’elemento minuscolo e decisivo che mette tutto il discorso “a rovescio”. Cioè
lo colloca tutto intero “fuori contesto”. A testa in giù».
Le poesie di Alesi sono un caso
limite anche per ciò che interessa qui: sono la manifestazione estrema di cosa
intendo per poesia. In un certo senso, i suoi testi sono anche una didascalia:
rendono evidente in corpore vili l’idea che sostiene le scelte di questa antologia. Lo
sprezzo della forma della poesia, qui non è un vezzo letterario o
intellettualistico, ma una pura e semplice necessità espressiva, non è una
scelta stilistica, ma una coazione allo stile. Le sue poesie sono preghiere.
Forse le uniche preghiere laiche della letteratura italiana degli ultimi
decenni. La religiosità che pervade questi testi e dà loro forma (il verso
inedito, mai visto, generato dal «che» percussivo di cui parla Cordelli) è
qualcosa di molto fondamentale, assolutamente originario. Alesi, che non sa
nulla, se non la propria disperazione, riparte dai rapporti primari che hanno
generato il sentimento religioso: il suo non è altro che il bisogno di amare il
padre e la madre, e di esserne riamato. Se questo non avviene – e per lui
non è avvenuto – nasce la religiosità: si adora chi non ci ama e, anzi, è
terribile con noi. La sua bellissima poesia al padre non è altro che un «padre
nostro che sei nei cieli» e la poesia alla morfina non è altro che una poesia
alla madre, che aiuta, consola, lenisce – e strangola. L’amore materno è
venefico almeno quanto la violenza del padre è distruttiva. Se le cose stanno
così non resta che pregare le due divinità, la fonte di ogni possibile
benessere e di ogni legge.
Si tratta di preghiere che nascono
da una solitudine totale, ma, direi, fondante. Alesi parte da questa ferita
immedicabile e deve esprimere, per sopravvivere, il proprio amore senza
oggetto, la propria «inesistenza», quindi, ma non può rinunciare ad «esserci».
La preghiera, un modo di comunicare con le divinità assenti, non basta, non può
bastare: da qualche parte e in qualche modo Alesi deve trovare la sensazione di
non essere assolutamente e irrimediabilmente solo, e in effetti i suoi testi ci
comunicano una dimensione corale. Leggendoli sentiamo che non parla solo per sé
e non parla solo alle sue cattive divinità. Alesi è il frammento di un mondo
che parla tramite lui, e non sono i giovani della sua epoca (non è una
dimensione sociologica), è la giovinezza, è la gioventù come tale. Alesi ci sta
dicendo che lui è bello dentro, ci sta dicendo che non è ancora morto, ci sta
dicendo che ha un mondo dentro di sé. È questa l’apertura, la coralità che
passa nei suoi testi.
Ma come avviene che il trauma della
solitudine si trasformi «surrettiziamente» nel bene della coralità (che è poi
la vera ragione per cui scrive, per cui riceve lenimento dalla scrittura)?
Probabilmente quella «magica» trasfomazione avviene transitando per la musica,
per l’esperienza della musica. È la musica che gli ha consentito di passare
dalla preghiera individuale in uno spazio vuoto, a preghiere che inglobano una
misteriosa coralità. E dicendo musica alludo alla mutazione antropologica che
si è verificata a cavallo degli anni Settanta nel modo di ascoltare musica, i
giovani passarono da un ascolto individuale, «colto», a un ascolto corale,
«tribale». In quella «tribalità» è la salvezza di Alesi come poeta e come
persona, fino a quando si è salvato, in quella tribalità è la ragione del suo
scrivere poesie, perché è ciò che gli ha consentito di uscire da se stesso, dal
lamento autobiografico di un ventenne sfortunato, è ciò che gli ha consentito
di riscoprire una coralità antica, stilisticamente rivelata da quel «che»
percussivo che è la cifra della sua poesia.
Da Il pubblico della poesia
***
Cara, dolce, buona, umana, sociale mamma morfina. Che tu
solo tu dolcissima mamma morfina mi hai voluto bene come volevo. Mi hai amato
tutto. Io sono frutto del tuo sangue. Che tu solo tu sei riuscita a farmi
sentire sicuro. Che tu sei riuscita a darmi il quantitativo di felicità
indispensabile per sopravvivere. Che tu mi hai dato una casa, un hotel, un
ponte, un treno, un portone, io li ho accettati, che tu mi hai dato tutto
l’universo amico. Che tu mi hai dato un ruolo sociale, che richiede e che dà.
Che io a 15 anni ho accettato di vivere come essere umano «uomo» solo perché
c’eri tu, che ti sei offerta di ricrearmi una seconda volta. Che tu mi hai
insegnato a muovere i primi passi. Che ho imparato a dire le prime parole. Che
ho provato le prime sofferenze della nuova vita. Che ho provato i primi piaceri
della nuova vita. Che ho imparato a vivere come sempre ho sognato di vivere.
Che ho imparato a vivere sotto le innumerevoli cure, attenzioni di mamma
morfina. Che non potrò mai rinnegare il mio passato con mamma morfina. Che mi
ha dato tanto. Che mi ha salvato da un suicidio o una pazzia che avevano quasi
del tutto distrutto il mio salvagente.
Che oggi 22.XII.1970 posso strillare ancora a me, agli
altri, a tutto ciò che è forza nobile, che niente e nessuno mi ha dato quanto
la mia benefattrice, adottatrice, mamma morfina. Che tu sei infinito amore
infinita bontà. Che io ti lascerò soltanto quando sarò maturo per l’amica morte
o quando sarò tanto sicuro delle mie forze per riuscire a stare in piedi senza
le potenti vitamine di mamma morfina.
***
Caro Papà.
Tu che ora sei nei pascoli celesti, nei pascoli terreni, nei
pascoli marini.
Tu che sei tra i pascoli umani. Tu che vibri nell’aria. Tu
che ancora ami tuo figlio Alesi Eros.
Tu che hai pianto per tuo figlio. Tu che segui la sua vita
con le tue vibrazioni passate e presenti.
Tu che sei amato da tuo figlio. Tu che solo eri in lui. Tu
che sei chiamato morto, cenere, mondezza.
Tu che per me sei la mia ombra protettrice.
Tu che in questo momento amo e sento vicino più di ogni
cosa.
Tu che sei e sarai la fotocopia della mia vita.
Che avevo 6-7 anni quando ti vedevo
Bello-forte-orgoglioso-sicuro-spavaldo rispettato e temuto dagli altri, che
avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente, cattivo, che ti vedevo
come l’orco che ti giudicavo un Bastardo perché picchiavi la mia mamma.
che avevo 13-14 anni quando ti vedevo che vedevi di perdere
il tuo ruolo.
che vedevo che tu vedevi il sorgere del mio nuovo ruolo, del
nuovo ruolo di mia madre.
che avevo 15 anni e mezzo, quando vedevo che tu vedevi i
litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare spaventosamente. che vedevo
che tu vedevi che i tuoi sguardi non erano più belli, forti, orgogliosi, fieri,
rispettati e temuti dagli altri.
che vedevo che tu vedevi mia madre allontanarsi. Che vedevo
che tu vedevi l’inizio di un normale drammatico sfacelo. Che vedevo che tu
vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare fortemente.
che avevo 15 anni e mezzo che vedevo che tu vedevi che io scappavo
di casa, che mia madre scappava di casa.
che tu hai voluto fare il Duro.
che non hai trattenuto nessuno.
che sei rimasto solo in una casa di due stanze più servizi.
che i litri di vino e le bottiglie di cognac continuavano ad
aumentare. che un giorno, che il giorno, in cui sei venuto a prendermi dalle
camere di sicurezza di Milano ho visto che tu ti vedevi solo, che tu volevi o
tua moglie o tuo figlio o tutti e due in quella casa di due stanze più servizi,
che ho visto che tu hai visto che eri disposto a tutto pur di riavere questo.
che ho visto che tu hai visto la tua mano stesa in segno di
pace, di armistizio.
che ho visto che tu hai visto sulla tua mano uno sputo.
che ho visto che tu hai visto i tuoi occhi lacrimare
solitudine incrostata di sangue masochista, punitivo.
che ho visto, che tu hai visto il desiderio di voler punire
la tua vita. che ho visto che tu hai visto il desiderio di non soffrire, che ho
visto che tu hai visto i litri di vino e le bottiglie di cognac continuare ad
aumentare.
che ho visto che hai visto in quel periodo la tua futura
vita.
che ho saputo che hai saputo che tuo figlio era un
tossicomane che tua moglie attendeva un figlio da un altro uomo (figlio che a
te non ha voluto dare).
che ho visto che hai visto 3 anni passare.
che ho visto che hai visto che il giorno 9.XII.69 non sei
venuto a trovarmi al manicomio. perché eri morto.
che ora tu vedi che io vedo, che ora il 1° sei tu. Che
giochi questo tresette col morto facendo il morto.
Ma che giochi ugualmente, che ora vedi che io vedo che ti
adoro che ti amo dal profondo dell’essere.
Che ora vedi che io vedo che mia madre rimpiange. ALESI
FELICE PADRE DI ALESI EROS
che vedi che io vedo che sono fuggito ancora una volta verso
la solitudine.
Che tu vedi che io vedo solo grande grandissimo nero lo
stesso nero che io vedevo che tu vedevi.
Che ora continuerai a vedere ciò che io vedo.
Antonella Anedda
La snella
Antonella
bella
nei suoi rapimenti mentali
non ha eguali,
quell’Omero in gonnella!
Il primo libro di Antonella Anedda (Residenze
invernali, 1992),
ha sicuramente rivelato un poeta, ma ha anche suscitato in me molta
irritazione, fino a quando sono arrivato alla sezione centrale, quella che dà
il titolo al libro. Ero irritato, ma anche ammirato, perché tutto ciò che detesto
stava quasi (e sottolineo il quasi) in piedi: nelle poesie della Anedda il tono
vagamente oracolare, le analogie per sottrazione, quindi eccessivamente
ellittiche, ai limiti dell’arbitrio, insomma quella modalità che potremmo
rubricare sotto il segno del «poetico» in lei c’era tutta, eppure si sentiva la
qualità, una vera sostanza, qualcosa che aspettava solo di liberarsi da una
malintesa idea della poesia, da tutti quei cascami. E questo avveniva nella
sezione intitolata Residenze invernali, un unico poemetto – diviso in sette lunghe
strofe – dedicato a un’esperienza ospedaliera. Diventa subito chiaro che
nella Anedda c’è una forte componente narrativa, nelle prime poesie artatamente
deviata verso un malinteso lirismo. La tendenza ad andare «verso la prosa» è
talmente forte che alcune lasse del poemetto non hanno scansione metrica. Si
tratta di un vero e proprio racconto, eppure non ha nulla di «prosaico», né,
per raggiungere la poesia, di pretenzioso. L’atmosfera di sofferenza e dolore
non è detta, ma il testo si muove tra nostalgia e delirio. Nostalgia della vita
e delirio per sopravvivere. L’accostamento analogico di pensieri e immagini non
è più arbitrario, ha un habitat fisico e sentimentale. La poesia di Antonella Anedda è
narrativa ma non descrittiva, e dà l’impressione di una grande solidità, di una
vera compattezza, le sue sono parole pesanti e, malgrado pesantezza e
narratività (forse epicità), la sua è poesia lirica. Non c’è nulla di
evanescente, nulla di leggero, sembra che la lingua abbia un qualche greve
fondamento. Come è evidente anche in Nomi distanti (1998), la sua peculiarità, la sua
originalità è nell’equilibrio tra pesantezza epica e durezza lirica. Insomma,
questi testi – non so perché – ma sembrano scolpiti nella roccia,
una roccia levigata, lavorata, ecco: non sono disegni né gouache, sono sculture. Non sto parlando di
un effetto esteriore, di un effetto voluto, non c’è ricerca, è semplicemente
così. E immagino che Antonella Anedda non lo sappia. La fase in cui voleva
essere qualcosa di diverso da quello che è, per fortuna, si è rapidamente
esaurita con l’esaurirsi dell’influsso dei cattivi maestri (penso soprattutto a
Milo De Angelis, che non per caso ha pubblicato il suo primo libro). Questa
poetessa non ha bisogno della letteratura più di quanto ne abbiamo bisogno
tutti – ma, si dirà, il suo secondo libro nasce esplicitamente dalla
letteratura. Le poesie di Nomi distanti, pubblicate in una collana di «riscritture», non
sono – come sostiene la stessa Anedda nella prefazione – «versioni,
non esercizi, non variazioni. Libere versioni? Non troppo libere, anzi legate
alla promessa di una risposta». Vero, sono poesie nate per rispondere a ciò che
una poesia suscita in noi, a ciò che quella poesia è o, almeno, a una delle sue
possibilità di esistenza, a uno dei suoi possibili significati emotivi: bisogna
«rispondere con se stessi», se «un seme ulteriore era maturato a confermare la
vita del testo».
Nomi distanti presenta la poesia della Anedda
scritta ispirandosi a..., poi il testo originale con la traduzione a fronte
(che non è dell’Anedda). È un caso in cui è legittimo (perché non
metaletterario) dire che dalla poesia nasce poesia. Non c’è nulla di
estetizzante in questi testi esplicitamente scritti dopo aver letto
Mandel’stam o la Cvetaeva, Tjutcev o la Bronte¨, Pound, Herbert o Jaccottet
– e anche tre italiani Giacomo Noventa, Franco Loi e Fabio Doplicher. Le
poesie della Anedda reggono bene il confronto con le sue fonti di ispirazione,
in un caso (Fabio Doplicher) è la fonte a non essere all’altezza della
«reinvenzione».
La Anedda è un caso paradossale, nel
momento in cui riscrive, traduce, si ispira a un altro poeta, invece di
dipendere dal testo di partenza, invece di fare un’operazione tutta letteraria,
invece di soccombere al confronto, si esalta e si decanta: il «faccia a faccia»
con i grandi testi letterari la rende più limpida e meno letteraria. È come se
avesse bisogno di binari, è come se avesse bisogno di tracciati da seguire per
non perdersi nelle sue lirico-religiose oscurità interiori: forse dà il meglio
di sé se naviga lungo fiumi e canali, evitando il mare aperto delle proprie
profondità. Riscrivere liberamente (ispirarsi a...) è per lei utile, forse
necessaria, disciplina. Basta confrontare, sempre in Nomi distanti, i testi scritti in dialogo o,
meglio (come dice lei), in risposta alla lettura di altri poeti con i cinque
notturni che concludono il libro. Cinque poesie riuscite nella loro mistica
letterarietà vagamente mitologizzante, eppure inferiori mediamente agli altri testi
del volume, così densi semplici e forti. Chissà, il dialogo, forse, costringe
alla chiarezza e alla sostanzialità, in qualche modo alla concretezza, anche a
quel livello, anche alle altezze della lirica pura. Per questo la Anedda non è
postmoderna (come i suoi cattivi maestri), perché non imita, non riscrive «alla
maniera di». Lei entra in un vero dialogo con il passato. Per lei, giustamente,
tutta la poesia che vale (che vale per lei) è presente: i testi sono organismi
viventi, persone cui rispondere.
Con Notti di pace occidentale (1999) siamo di fronte a un vero
grande risultato. Dico questo, e lo dico con questa sicurezza, ma proprio
adesso la poesia di Antonella Anedda per me è diventata un problema. Mi piace
ma non la capisco o forse il contrario: non mi piace ma la capisco, mi arriva.
Già, cosa mi arriva? Mi arriva un universo di immagini che mi dà la sensazione
di una grande coesione. Quelle immagini sembrano essere accostate senza nessuna
logica, o con una causalità misteriosa. Mi rendo conto che sto dicendo delle
bestialità: sappiamo tutti che la poesia pensa per immagini e la sua modalità
non è logica (causale) ma analogica – ma sappiamo anche quanto questa
verità sia stata usata per far passare qualsiasi cosa, perfino qualsiasi
imbecillità.
Il punto è che, purtroppo, una
lettura critica deve tentare di separare il grano dal loglio, non deve
accettare il testo, lo deve capire, analizzare e quindi, in qualche modo
ridurre, me ne rendo conto: ogni lettura critica è una provvisoria «riduzione»
delle poesie per capire la poesia. Ecco, mi riesce difficile ridurre Notti
di pace occidentale,
o forse non voglio. Qualcosa mi impedisce di fare la solita operazione:
prendere un dettaglio, trovare una smagliatura, infilare lo strumento critico,
agganciare un filo e tirare, e qualcosa viene fuori. Forse questa resistenza
alla «riduzione» (non alla lettura) dimostra che si tratta di un libro di
poesia come raramente accade di incontrarne: la polisemia è tale, e talmente
densa, che sciogliere la matassa del senso e del significato è impresa ardua.
Per farvi capire vi dico la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il
poemetto eponimo, il primo pensiero è stato: omerico. Mi sono fermato stupito:
ma come omerico, perché omerico, se non ho ancora capito neppure di che cosa
sta parlando? Quindi omerico non aveva niente a che vedere, almeno
consapevolmente, con la guerra che è il tema del poemetto. Per me omerico aveva
a che fare con la lingua, con il ritmo, con il tono... insomma direi con il
significante, ma tutto ciò non aveva nulla di classico o classicista, la Anedda
non stava «rifacendo» niente.
Confesso di avere avuto quasi uno
shock medianico: come se questa poetessa avesse succhiato l’anima a Omero:
quella cosa lì era Omero oggi. Un’idea mostruosa, insensata e vagamente kitsch
o, peggio, postmoderna. Eppure chiunque prenda in mano Notti di pace
occidentale capisce che non c’è nulla di postmoderno, e però (e quindi) neppure
nulla di moderno. È veramente Omero. Ma non chiedetemi perché. Non sono in
grado di spiegarvelo, non sono in grado di «ridurre» o di «tradurre» perché la
lingua semplice e piana dell’Anedda ha la misteriosa qualità di rendere
memorabile, mitico, assoluto e irreversibile qualsiasi tema decida di toccare.
Forse perché non decide di toccare un tema qualsiasi ma solo il tema
necessario. Necessario? Come si fa a dire che un tema è necessario e un altro
non lo è? Provo a dirlo così: in questa poesia si materializza qualcosa di
arcaico. Ma l’affiorare di una dimensione arcaica ci stupisce perché siamo
troppo abituati (perché il secolo ci ha abituati) all’invasione del letterario
e del razionale – insomma delle poetiche – nei territori della
poesia.
Forse per questo, pur capendo così
poco della poesia della Anedda, ho avuto un moto di ottimismo: ho visto come la
poesia può andare oltre il Novecento facendo tesoro del Novecento migliore. Non
per caso, per restare all’Italia, la Anedda dedica una poesia ad Amelia
Rosselli, una poetessa in cui, in qualche modo si manifesta la stessa
dimensione arcaica: quel pensiero emotivo o pensiero selvaggio che è una vera
emozione ritrovare in un libro che mi pare chiuda il Novecento e inauguri il
futuro, un futuro che per la poesia è antico – cosa che il pensiero del
progresso non poteva capire – e questo spiega i fallimenti delle
avanguardie.
Dopo tanto entusiasmo (da parte
mia), il più recente libro di Antonella Anedda (Il catalogo della gioia, 2003) è stata una vera delusione:
torna in forze l’aspetto peggiore del primo libro con in più, e purtroppo,
l’impianto esterno e didascalico del catalogo: una costruzione per reggere il
nulla lirico, per dare forma alla voglia di lirismo a tutti i costi. Ormai la
Anedda ha una poetica: trovare per forza nel quotidiano l’alto, il sublime: la
gioia. Per fare questo pensa che basti l’annotazione, il lacerto,
l’osservazione: per fare questo non servirebbero né metrica né rima, né altro.
Stiamo tornando alla prosa lirica (ed è una tendenza che infesta la poesia dei
quarantenni). A me sembra una sorta di tiepido dégagement dalla poesia, un lasciarsi andare a
un quotidiano «poetico» che non esiste e non è sostenuto dal testo, e quindi
scivola dolcemente e inconsapevolmente nel Kitsch. Voglio chiarire: la Anedda
non cerca la poesia nel quotidiano (che sarebbe giusto e legittimo) ma ciò che
sembra, o si ritiene essere, poetico, che è tutt’altra cosa dalla poesia: se va
bene è letteratura. Ma Antonella è un poeta, e il libro nella seconda parte
(finito il «catalogo») migliora, anche con qualche risultato di tutto rispetto.
Da Residenze invernali
Residenze invernali
I
Le nostre anime dovrebbero dormire
come dormono i corpi sottili
stare tra le lenzuola come un foglio
i capelli dietro le orecchie
le orecchie aperte
capaci di ascoltare. Carne
appuntita e fragile, cava
nel buio della stanza. Osso lieve.
Così la membrana stringe
la piuma alla spalla dell’angelo.
Trasparenti sono le orecchie dei malati
dello stesso colore dei vetri
eppure ugualmente sentono
il rullio dei letti
spostati dalle braccia dei vivi.
Alle quattro, nei giorni di festa
hanno fine le visite. Lente
le fronti si voltano verso le pareti.
Nei corridoi vuoti scende una pace d’acquario.
Luci azzurre in alto e in basso
sulla cima delle porte
sul bordo degli scalini.
Luci notturne.
I malati dormono gli uni
vicini agli altri posati
su letti uguali.
Solo diverso è il modo
di piegare le ginocchia
se le ginocchia
possono piegare, diversa
l’onda delle loro coperte.
Pochi riescono ad alzarsi sulla schiena
come nelle malattie di casa
e ogni letto ha grandi ruote di metallo dentato
molle che di scatto
serrano il materasso
o di colpo lo innalzano.
Il letto stride, si placa.
Luci di Natale.
La corsia è una pianura con impercettibili tumuli.
Con quali silenziosi inchini s’incontrano i pensieri dei
morti.
Luci d’inverno.
Nella sala degli infermieri luccicano carte di stagnola
l’odore del vino sale nell’aria.
Se i vivi accostassero il viso ai vetri appannati
se allungassero appena le lingue
il vapore saprebbe di vino.
C’è un attimo prima della morte
la notte gira come una chiave.
Quali misteriosi cenni fanno i lampioni ai moribondi,
quante ombre lasciano i corpi.
Le dieci. Sulla tovaglia un coniglio rovesciato di fianco
patate bollite, asparagi passati in casseruola.
Nella stanza regna una solenne miseria.
I vivi si chiamano come da barche lontane.
II
Sui vetri appannati dal freddo passavano ombre confuse.
Nel cielo, oltre le case salivano fuochi d’artificio. Quando
le
lancette degli orologi raggiunsero le dodici da uno dei
letti
vicino alla finestra venne una breve risata infelice.
È scesa una notte orientale, si è incollata sui tetti
di colpo come nei presepi
da una fessura del cielo è precipitata la neve.
Davanti alla sponda dei letti sfilavano silenziose le renne
contro il legno degli armadi ardevano i fuochi dei Lapponi
fuori crepitavano rami e bottiglie
bruciavano alberi di Natale
legno e vetro segreto scintillio di carte.
È arrivato il Capodanno.
Noi abbiamo vegliato senza fatica,
semplicemente
la luna spezzava le travi
l’ombra di una calza velava il cortile
ogni lume era spento.
Gennaio lascia nelle isole
gusci di riccio sugli scogli
e tesa luce
sulle secche invernali.
Come una desolata corona di pietra
in un naufragio polare
lastre di granito e chiuse lapidi
nell’acqua e in terra
oltre il promontorio della Trinità
dentro il recinto del cimitero.
Vi chiedo coraggio, sognate
con la dignità degli esuli
e non con il rancore dei malati
cancellando la visione dei muri e della neve
trasformando l’ombra dei fiocchi
e la sagoma scura dei gabbiani
con l’animo teso dei marinai
che ammutoliscono al sollevarsi dell’onda
e pregano
raccolti nel cesto del vento.
Un filo d’acqua scende nel lavabo
il ghiaccio riga le finestre
ed è difficile pensare al soffio marino
e l’urtare dei carrelli
e il fischio di sirena mattutino
non contemplano nessun eroismo.
Eppure, distesi sulla misteriosa rotta dei letti
noi siamo nello stesso splendore
della marea che si placa
vicinissimi al nodo che l’acqua finalmente distende.
La nave salpa e cammina
ed è un quieto santuario.
III
Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il
fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del
crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di
nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra
batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie
barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti;
l’acqua è gelata, di foresta. Il tempo sosta, dilegua. Di colpo nella quiete
solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta
la notte, l’ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti
nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
lì dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca
con la malinconia del pattinatore notturno
che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare.
da Notti di pace occidentale
***
È vero, l’allarme si alza dalle stelle
l’argento non ha luce sul barbaro grido di terrore.
L’imperatore ha spento il lume.
Ha chiuso il libro.
In basso la terra scuote l’orlo dei vasi e il ferro brucia.
Freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli
alti nel vento come aeree gabbie.
Non sentivo il bronzo del trono sulla nuca
né il rintocco dei chiodi sulle porte.
Dormirà per sempre.
Perciò sospendi tu la quiete
prova a rovesciare il dorso della mano
a raggiungermi nel nome di una lingua sconosciuta
perché parlo da un’isola
il cui latino ha tristezza di scimmia.
Un mare una pianura nuvole di tempesta contro i fiumi
uccelli nel cui becco gli steli annunciano alfabeti.
Forse solo così – Zbigniew
può viaggiare il cesto dei libri sulle acque
così credo giunga la voce
la stretta del viso nell’orrore
fino a un’orma fenicia, a un basso scudo
privo – come il tuo – di luce.
Nella morte di A.R.
Se non fosse che questo: giungere a un luogo
esattamente pronunciarne il nome, essere a casa.
Felice inverno adesso che il nuovo inverno è passato
da un inizio per noi ancora senza nome
non diverso dal varco estivo di reti
forse, un cerchio debole di lumi.
Intorno solo piante
che non avresti fatto in tempo a scansare
acqua soffia sulle pietre – grandine
che mai sapremo se è arrivata col suono
che faceva sui tetti là nel tuo tempo
nella bianca, umana pulizia dei bagni.
Finora solo passi recisi
che forse ascolti con ardente silenzio
e aria tra gli aranci mossi piano dai vivi.
Vedi qui nulla per la prima volta si perde.
Stamattina hanno battuto la terra
fredda – colma della gioia dell’acqua
ha dimenticato per te
la sbarra della sedia, la nuca rovesciata
il vetro del cortile.
Così fece notte ora che il nuovo è notte
e non è vero che il gelo resti
e abbassi piano il pensiero
forse uno scatto invece schiude qualcosa in alto
molto in alto –
una nota
oltre il becco oltre gli occhi lucenti di un uccello
una scheggia di collina – quella laggiù
serrata al tetto verde-bronzo della chiesa.
Felice notte a te
per sempre priva di abisso, una steppa dell’anima-sommessa
dove l’ulivo si piega senza suono
Gerusalemme della quiete
della quiete e del tronco che cerchia e incide la morte
che la succhia nel vuoto e nel vuoto la getta
e la macera piano.
Non ho voce, né canto
ma una lingua intrecciata di paglia
una lingua di corda e sale chiuso nel pugno
e fitto in ogni fessura
nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell’alba
dal buio al buio
per chi resta
per chi ruota.
da Il catalogo della gioia
Sei, sette, otto
Non vorrei più toccarvi, ma sedermi con voi su di una [panca
stringervi i polsi, seguire da vicino le vene
quei dettagli di azzurro, quei delta trasparenti oltre le
dita
poi navigare nel sangue con cautela
senza che voi sappiate intero il mio piacere.
Apocalisse
Non è più tempo di abeti, di fruscii, di secchi pieni di
latte
di lardo stagionato sulle pietre e neppure più storia di
città
con portici che sorgono di nuovo dove c’era rovina.
Ora l’uccello della tempesta
tocca col ventre la schiuma delle Bocche
il maestrale tronca spine al ginepro
e ha vita solo ciò che è freddo e forte.
È un medioevo marino che spinge i pensieri sulle isole
che sparge sale dove fecero fuochi e pestarono l’erba nei [mortai
dove carri e cani entrarono nell’Ade.
Eppure in basso, scrutando il promontorio
con esattezza si vedono altri uccelli:
quello della tempesta non è solo
ne arrivano – scossi dall’aria – in grandi
schiere.
Significa che la tempesta continua e il mare disperato [ingrossa
ma molti sono qui, quasi al riparo: grigi nel grigio, le ali
chiuse, il becco pieno di respiro.