| Francesco Dimitri
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| All’alba dell’Apocalisse | Miti e riti di partito | Magia bolscevica e bolscevismo fortiano |Comunisti dallo spazio profondo | ||
All’alba dell’ApocalisseCome ho accennato nella prima parte (Magia e Comunismo, p. 13) che la magia ottocentesca fu un fenomeno spiccatamente borghese. Il suo sviluppo seguì passo passo quello della borghesia, sia come protagonisti che come diffusione quantitativa, finendo per confluire massicciamente in quella che è una delle più grandi invenzioni borghesi di sempre, l’industria culturale. Mentre in Europa, dal Rinascimento alla Rivoluzione Industriale, la magia cresceva, si assopiva e si risvegliava, in Russia essa seguiva una propria strada. Nelle immense campagne di tutta la nazione erano attivi guaritori e streghe, la cui persecuzione non raggiunse neppure nei momenti peggiori i livelli di quella europea. La fede nella potenza dei poteri sovrannaturali e nella presenza di una gran quantità di spiriti era ampiamente diffusa: un contadino russo poteva imbattersi nelle «forze impure» in ogni momento della sua vita, stesse andando in bagno o lavorando nei campi. Anche in Russia vi fu un periodo oscuro per la magia, parallelo a quello europeo. Nel secolo XVIII, in continuità con i sovrani illuminati europei, Caterina modificò il vecchio codice che prevedeva la pena di morte per alcune pratiche magiche, proibendole non tanto perché pericolose o eretiche ma semplicemente perché truffaldine. Il che non ostacolò più di tanto il diffondersi tra il popolo di un bric-à-brac occultista simile a quello occidentale: libri di divinazione, manuali per l’interpretazione dei sogni, amuleti, formule come l’ abracadabra o il quadrato magico sator, ecc. A partire dagli ultimissimi anni dell’Ottocento e fino al fatidico 1917 (e, lo vedremo, anche oltre) la Russia visse «un rinnovato interesse per la mistica e l’occultismo», come afferma uno dei protagonisti del periodo, Berdjaev. La borghesia era anche in Russia una classe in crescita, mentre il sistema imperiale dava evidenti segni di obsolescenza. Il progresso tecnologico, inseguito con una certa fatica, prometteva un miglioramento delle condizioni di vita ma, nello stesso tempo, minacciava un impoverimento dell’anima. E la Chiesa Ortodossa, troppo gerarchizzata e incancrenita, non era in grado di soddisfare le nuove esigenze spirituali. Si trattò insomma di un risveglio della magia marcato dalla crisi, simile eppure diverso rispetto a quello occidentale. Quest’ultimo si sviluppava in un contesto in cui i vecchi equilibri erano già stati rotti e ne andavano nascendo di nuovi, mentre quello russo, che pure era fortemente legato al primo, aveva a che fare con una società in bilico, perennemente sull’orlo di un cambiamento che non giungeva mai. Fu quasi ovvio quindi che gli interessi magico-religiosi finissero per legarsi a istanze escatologiche. Gli occultisti russi del primo Novecento erano in perenne attesa di un’apocalisse, a un tempo rivelazione e sconvolgimento, che avrebbe imposto una nuova direzione alla storia del loro Paese. Sentivano di trovarsi al tramonto di una vecchia Era: la miseria del popolo, la corruzione del clero e della politica, la debolezza della famiglia imperiale, tutti questi erano segni non di una semplice crisi istituzionale, ma di una «fine del mondo» prossima ventura. Sarebbe un errore credere che quest’attesa apocalittica portasse a un diffuso atteggiamento pessimista. Tutt’altro: gli ambienti culturali russi erano percorsi da grandi fermenti e da correnti innovatrici, tanto che il periodo viene ricordato come l’«Età dell’argento» della cultura russa. L’apocalisse sarebbe stata sanguinosa e dura, ma avrebbe portato a un miglioramento radicale, a patto che ciascuno svolgesse il compito che il destino gli aveva assegnato. Gran parte delle espressioni artistiche e culturali dell’Età dell’argento furono influenzate, quando non completamente plasmate, da forme di occultismo più o meno apocalittico. All’arrivo della Rivoluzione, poi, parecchi pensarono di riconoscere in essa l’apocalisse tanto attesa. A prima vista sembra un errore di prospettiva colossale: com’è possibile che delle persone colte scambiassero una rivoluzione atea e materialista per un’apocalisse spirituale? La risposta, forse un po’ banale, è che essa lo fu davvero, anche se in modo molto diverso da quanto si aspettassero gli occultisti. Il bolscevismo, come vedremo, si dimostrò razionalista più nella retorica che nella sostanza: magia e religione scomparvero (quando scomparvero) soltanto dalla vista, restando ben vive, anche se il più delle volte sotto mentite spoglie, nella pratica e nella teoria stessa del Partito. Più che combattere il sacro, il Governo bolscevico si preoccupava di mantenerne il monopolio. Con questo non voglio dire che quella magico-religiosa sia l’unica o la più autentica chiave di lettura della Rivoluzione, né, chiaramente, che il Comunismo sia stato il frutto di oscuri complotti stregoneschi. Voglio soltanto sottolineare che vi è una continuità tra il risveglio occultista dell’Ottocento e il comunismo russo, dalle sue radici prerivoluzionarie fino alla fine del suo ciclo storico negli anni Ottanta. Miti e riti di partito[…] Abbiamo visto come fosse molto presente nella tradizione rivoluzionaria un’autopercezione sacrale: il rivoluzionario era un santo, il Marxismo l’unica Verità rivelata dall’ultimo profeta ebreo. Partendo da queste premesse non è poi tanto strano che il regime sovietico, alfiere dell’ateismo nel mondo, abbia assunto ben presto la forma di una teocrazia. Questa era basata sostanzialmente su due pilastri: il culto del capo e la canonizzazione degli eroi da una parte (i «miti»), e un complicato apparato di liturgie dall’altra (i «riti»). Ancora una volta, tutto cominciò con Lenin. Come un faraoneTu sei per la Russia un firmamento! Tu sei la luce della verità! Tu sei il popolo stesso! Questi versi sembrerebbero scritti da un mistico e dedicati a un santo. Invece sono stati scritti da un lavoratore sovietico e dedicati a Lenin. Negli anni Venti nacque, attorno al corpo ormai morto del leader rivoluzionario, un vero e proprio culto, con un suo apparato rituale e una sua mitologia. Il culto del capo è una costante di tutti i regimi totalitari, comunisti e non. Un «uomo forte» che guida da solo una nazione non può che essere investito da un carisma semidivino o divino tout court. Nei regimi il capo diventa il nodo simbolico attorno cui ruota tutto il Paese, e quindi ha il privilegio (ma anche il dovere) di assommare simbolicamente in sé tutte le caratteristiche migliori che quel Paese ha o dovrebbe avere. In un sistema basato su un capo carismatico è il capo stesso ad essere l’autentica «bandiera» del Paese, e quindi è lui ad essere, fisicamente, il simbolo emotivo e sacramentale del legame del popolo. Il suo corpo diventa un corpo divino, perché non è più un corpo fatto di carne e sangue, ma è un corpo composto soprattutto da simboli. Simili culti esistono dai tempi delle più antiche civiltà. Il caso emblematico, conosciuto da tutti, è quello dei faraoni, imperatori direttamente legati agli dèi e, in alcuni periodi, dèi essi stessi. Il culto di Lenin fu, però, molto particolare fin dall’inizio. Innanzitutto non fu basato sull’adorazione di un leader vivente, ma sull’adorazione del suo corpo mummificato e dei suoi scritti. In secondo luogo non nacque da un progetto del capo stesso (cosa un po’ difficile, visto che era morto), ma in parte dal lavoro dei suoi successori e in parte dal sincero affetto del popolo. Infine va sottolineato che quello di Lenin non fu solo il culto di un capo sacro, ma anche di un divo nel senso hollywoodiano. Procediamo con ordine. […] La gestione della figura di Lenin, nei pochi anni che andarono dalla Rivoluzione alla sua morte, corse su due binari non sempre nettamente distinti. Lenin perseguiva, almeno all’esterno del Partito, una strategia che potremmo definire della «normalizzazione»: aveva modi semplici, andava a parlare con i contadini, non richiedeva grandi privilegi. Gli altri bolscevichi seguivano invece la strategia della «santificazione»: addirittura, installarono nel Cremlino una stanza in cui i visitatori che volevano parlare con Lenin sarebbero dovuti passare a lavarsi. L’abluzione prima del contatto con il luogo o l’icona sacra è una costante di molte religioni. Lavarsi non è solo una norma igienica, ma anche un modo per mondare le impurità spirituali, simbolicamente rappresentate da quelle materiali. Il primo sacramento del cristiano, il battesimo, è un rito di abluzione. Pur rifiutando ufficialmente di diventare un profeta, fu da profeta che Lenin si comportò. Una delle sue prime azioni, dopo la Rivoluzione, fu quella di cambiare i nomi di strade ed edifici, ricoprendo la Russia di una nuova ragnatela simbolica. Proprio come un profeta, egli diede un nuovo senso a un vecchio mondo, trasformandolo così ipso facto in un mondo nuovo. Quel mondo non era stato costruito solo da Lenin, ma da una stirpe di eroi che andava onorata e rispettata, e la cui memoria bisognava preservare. Il più grande tra i grandi non era ancora Lenin, ma Marx: il 7 novembre 1918 Mosca fu attraversata da una processione che trasportava una sua effige, ed entro lo stesso anno era già stato costruito un monumento a lui ed Engels. I semi per la crescita di una mitologia vera e propria c’erano già tutti. Lenin comprendeva molto bene l’importanza del controllo dell’economia simbolica. Continuò fino alla morte a combattere duramente ogni forma di «eresia» interna al Partito, perché era necessario che il verbo di Marx avesse un’unica esegesi, la sua. In un suo ritratto del 1920 veniva citato il famoso incipit del Manifesto «C’è uno spettro che si aggira per l’Europa – lo spettro del Comunismo», sottointendendo così che Lenin fosse quello spettro. Spettri a parte, il capo bolscevico pensava di muoversi in un territorio assolutamente laico, quello della politica. Ma abbiamo visto che politica, religione e magia hanno caratteristiche strutturali molto simili, e basta poco per passare dall’una all’altra. Lenin voleva evitare questo passaggio, eppure, con le sue azioni, di fatto lo accelerò. Il sistema che costruì era interamente basato su di lui, sul suo carisma personale, sulle sue capacità: in un doppio processo metonimico, egli legò il corpo della Russia al corpo del Partito (perché la Russia «era» bolscevica), e il corpo del Partito al suo corpo personale (perché il Partito «era» Lenin, doveva seguire minuziosamente la sua ortodossia). E quindi, alla fine, il corpo di Lenin divenne il simbolo del corpo della nuova Russia. Ma, anche a causa della tradizione di potere locale, questo «simbolo» fu concepito almeno in parte come un simbolo magico, e dunque potente in sé e per sé. Colpire la Russia significava colpire Lenin, colpire Lenin significava colpire la Russia. Il capo era diventato la bambola voodoo di un’intera nazione. [¼] Il 21 gennaio del 1924 Lenin morì,
facendo precipitare il Governo nel terrore di una crisi. Fino a quel momento l’equilibrio
di potere era stato interamente basato su di lui, chiave di volta sia dell’organizzazione
del Partito che del suo rapporto con la nazione. Più che seguire i bolscevichi,
il popolo seguiva Lenin, il batius [¼] Il successo del funerale mise i bolscevichi in una situazione delicata. La popolazione era legata a Lenin ancor più di quanto essi avessero immaginato, e questo accentuava il peso di un problema immediato: che fare del corpo? Cremarlo non era possibile. Nella tradizione ortodossa la cremazione era considerata un segno di massimo spregio per il defunto, vista la forte fede nella risurrezione della carne. Pur volendo rischiare di offendere la sensibilità di tanti fedeli, in tutto il Paese mancavano i crematori. L’unica soluzione sarebbe stata seppellirlo, ma era un gesto troppo povero, da un punto di vista simbolico, per un uomo così grande. E poi, seppellendo Lenin in terra consacrata si sarebbe fatto un torto alle ferme convinzioni atee sue e del Partito. Seppellendolo in terra sconsacrata, invece, si sarebbe rischiato lo scontento del popolo, un prezzo che i bolscevichi non erano ancora sicuri di poter pagare. La storia russa offriva una terza ipotesi, l’imbalsamazione. Se Lenin era stato, volente o nolente, un vero Zar, perché non riservargli il trattamento tradizionalmente destinato agli Zar? Le idee e le azioni di Lenin gli avevano già donato un’immortalità coerente con quella deriva panteista che abbiamo visto essere a volte presente nel materialismo. Sulla «Petrogradskaia pravda» del 25 gennaio c’era scritto: Lenin non è morto. […] Non c’è un angolo al mondo in cui ci sono lavoratori, oppressi, sfruttati, in cui Lenin sia assente. Per il Partito era utile che la gente onorasse Lenin a tale livello, ma era anche potenzialmente pericoloso. Da vivo egli stesso poteva controllare i discorsi su di lui. Da morto, però, la sua figura poteva diventare un simbolo per gli scopi più diversi, proprio come era stato per gli Zar: paradossalmente in nome del «vero Lenin» sarebbero anche potuti nascere movimenti controrivoluzionari. Era dunque necessario che il Partito costruisse un unico Lenin simbolico, una figura mitologica con un suo canone da cui non era possibile allontanarsi. Conservare intatto il corpo sarebbe stato un passo importante in questa direzione, perché così Lenin sarebbe rimasto in qualche modo ancora accanto al suo Partito. Non era «in ogni angolo del mondo», era proprio nella Piazza Rossa, e lì doveva rimanere. Si trattava insomma di garantire a Lenin due tipi di immortalità, entrambi rigidamente controllati e finalizzati al mantenimento dell’ortodossia bolscevica. Il primo tipo era l’immortalità simbolica: il corpo di carne sarebbe stato definitivamente trasfigurato in un eterno corpo di simboli, fatto di insegnamenti, scritti, leggende e agiografie. Il secondo tipo era l’incorruttibilità materiale del corpo. Se era impossibile avere Lenin vivo e integro, i suoi scritti avrebbero rappresentato il suo cervello, e la sua salma la sua persona. E non era da escludersi che tutto questo avrebbe potuto portare un giorno alla risurrezione in corpore del vero Lenin, che sarebbe tornato a guidare e proteggere per sempre la terra che amava. [¼] Come la scienza (marxista), e non la fede, aveva compiuto il sogno di fraternità e pace, così sarebbe stata la scienza, e non la fede, a compiere il miracolo della conservazione dei corpi. E, magari, della loro risurrezione. [¼ ] C’è un suo discorso, tenuto durante un funerale, che non lascia dubbi: Io sono certo che verrà il tempo in cui la scienza diventerà onnipotente, in cui sarà capace di ricreare un organismo deceduto. Io sono certo che verrà il tempo in cui potremo usare gli elementi della vita di una persona per ricreare la persona fisica. E io sono certo che […] quel tempo verrà, che […] la liberazione del genere umano, utilizzando tutto il potere di scienza e tecnologia, la forza e le capacità delle quali al momento noi non possiamo neppure immaginare, sarà in grado di far risorgere grandi figure storiche. Durante tutti gli anni Venti l’adorazione di tipo
religioso per Lenin crebbe a dismisura. Nella parata del Primo maggio 1924 fu
trasportato in processione un suo gigantesco busto. Nascevano dovunque degli «angoli
Lenin», citati anche nella fiaba che abbiamo riportato, che si rifacevano alla
tradizione religiosa dell’angolo votivo presente in ogni Chiesa Ortodossa. Le
icone presenti erano ovviamente quelle del batius Un’ultima osservazione è doverosa. Ho detto che le forme che ha assunto il culto di Lenin nel suo periodo di massimo successo (gli anni Venti) sono analoghe a quelle destinate ai santi e ai profeti. Va aggiunto che il modo in cui le pratiche tradizionali furono declinate per Lenin sembra echeggiare anche un altro tipo di adorazione, apparentemente di marca laica: quella della popstar. La popstar, il divo creato dall’industria culturale, ha però a sua volta un valore profondamente magico-religioso, come ha sostenuto Morin: I nuovi divi sono calamitati sia sull’immaginario che sul reale: ideali inimitabili e al tempo stesso modelli imitabili, la loro duplice natura è analoga alla duplice natura teologica dell’eroe-dio della religione cristiana: divi e dive sono superumani nel ruolo che impersonano, umani nell’esistenza privata che vivono. Basti pensare che, accanto alle icone sacre che rappresentavano Lenin come profeta del Comunismo o santo dell’elettricità, il Partito diffuse negli anni successivi alla sua morte un vastissimo merchandising che andava dalle agiografie piene di atti mirabolanti e profezie, ai pacchetti di sigarette e le tazze con sopra la sua immagine, ai giocattoli per bambini (uno, particolarmente inquietante, era il kit di costruzione di un modellino del mausoleo). Le effigi di Lenin circondate da lampadine ricordavano sì la vecchia adorazione delle icone, ma erano anche una prefigurazione dei ritratti di rockstar circondati da lucette rosse oggi in vendita nei negozi di memorabilia di qualsiasi grande città. Il particolarissimo carattere del suo culto, ateo eppure religioso e pieno di speranze escatologiche, orchestrato dall’alto ma anche spontaneo, è un ideale anello di congiunzione tra le costruzioni mitologiche tradizionali e quelle della moderna industria culturale. Lenin era grande come un faraone, paterno come uno Zar, santo come Cristo. E immortale come Elvis Presley. Magia bolscevica e bolscevismo fortianoComunismo Psichico [¼] Nel corso della prima metà del Novecento era convinzione comune in Occidente che l’Unione Sovietica fosse immune dalla dilagante «febbre parapsicologica». Scettici e credenti erano d’accordo almeno su una cosa: un regime ateo e materialista non avrebbe mai consentito lo studio di telepatia e affini. Poteva forse esserci qualche ricercatore isolato, ma niente di più. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, e soprattutto nei Sessanta, si diffuse nel blocco occidentale l’ipotesi che la situazione potesse essere un po’ diversa: dopo la morte di Stalin iniziarono ad arrivare notizie che facevano pensare che l’Unione Sovietica fosse avanti negli studi di parapsicologia. Molto avanti. C’era forse il rischio di uno psichic gap? Tra le due superpotenze si instaurò una sorta di «corsa agli armamenti psichici», anche se fu ben lontana dall’avere le dimensioni che alcuni le vogliono dare. Sappiamo per certo che esistevano dei programmi americani volti allo studio delle eventuali applicazioni di intelligence dei poteri psichici, e pare assodato che anche in Unione Sovietica ci sia stato qualcosa di simile. È molto difficile, però, tracciare i contorni precisi di questa «corsa». Per quanto oggi quei tempi possano sembrare lontani, sono passati solo pochi decenni, e molti documenti dell’epoca sono ancora classificati come segreto. A questo bisogna aggiungere la considerazione che erano anni in cui le azioni di spionaggio e controspionaggio, e contro-controspionaggio, si susseguivano a ritmo vorticoso: l’attenzione rivolta alla cosiddetta «ricerca psi», dall’una e dall’altra parte della Cortina di Ferro, poteva forse essere un modo per nascondere altri progetti. Se dall’Unione Sovietica filtravano tutte queste notizie su telepati e psicocineti, era perché venivano davvero studiati in modo massiccio, o si trattava di semplice disinformazione? La risposta più probabile è: l’uno e l’altro insieme, anche se non è possibile dire quale fosse l’aspetto prevalente. [¼] L’illusione secondo la quale essa non avrebbe potuto trovar posto in un Paese comunista era dovuta a un errore di prospettiva, dovuto al fatto che la parapsicologia occidentale nasceva in ambienti fortemente «idealisti»: molti dei primi parapsicologi avevano anche interessi religiosi e il tentativo di dimostrare l’esistenza della telepatia era spesso un modo per riportare i fenomeni spirituali sotto l’ombrello della scienza. In Unione Sovietica la parapsicologia nacque invece da una costola della biologia materialista. Essa assunse il nome di «psicotronica», che sembrava più adeguato ad una disciplina che si voleva asettica e assolutamente non idealista. È evidente che stiamo parlando ancora una volta di differenze retoriche più che sostanziali: comunque la si voglia mettere, spostare oggetti con la forza del pensiero o addormentare persone a distanza non sembrano azioni granché «materialiste». Ma se la biologia riusciva a trasformare gli ontani in betulle, perché non avrebbe dovuto trasformare i cervelli in radio? Uno dei primi ricercatori psicotronici fu lo psichiatra Naum Kotik. Agli inizi del secolo XX portò avanti alcuni studi su una particolare energia prodotta dal cervello, l’«energia psicofisica», irradiata in quelli che lui chiamava «raggi N». Si tratta di una forma di energia in grado di superare ogni ostacolo e, soprattutto, di garantire la comunicazione telepatica. L’intero genere umano è legato da una ragnatela di raggi N, che rende possibili tutti i misteriosi fenomeni della psicologia di massa. Kotik era alla ricerca di una spiegazione materialista a un fenomeno apparentemente magico come quello della telepatia, e la trovava in una forma di radiazione biofisica: solo qualche anno prima erano stati scoperti i raggi X, quindi l’idea dei raggi N non sembrava affatto un’ipotesi peregrina. Essi non venivano generati da qualche ineffabile corpo di luce, erano semplicemente una nuova forma di radiazione fino a quel momento sconosciuta. L’ipotesi, come abbiamo visto, affascinò Gorky. Attraverso di lui l’idea dell’influenza psichica sulle masse divenne una delle fondamenta del realismo socialista. E fu proprio il concetto di «influenza» a caratterizzare la psicotronica. Mentre la parapsicologia occidentale si interessava di lettura del pensiero e, successivamente, di visione a distanza, per la psicotronica il problema centrale fu sempre quello di riuscire non tanto a leggere quanto a influenzare le attività cerebrali altrui. Questo portò ad alcune differenze sottili e ad altre più grosse. La più evidente è che se negli esperimenti occidentali si diede importanza soprattutto a chi riceveva il messaggio psichico, in quelli sovietici se ne diede altrettanta, se non di più, a chi lo inviava. [¼] Comunisti dallo spazio profondoL’America degli anni Cinquanta era percorsa in lungo e in largo da strani individui, spesso con base in California, che affermavano di comunicare più o meno regolarmente con gli alieni, e che ci tenevano a diffondere i loro messaggi in tutti gli Stati Uniti e in tutto il mondo. Questi messaggi non brillavano certo per originalità o profondità: gli umani dovevano stare attenti alle bombe atomiche, smettere di inquinare, non imbarcarsi in una terza guerra mondiale, e così via. I «contattisti» però tendevano ad avere posizioni ideologiche eretiche e abitudini di vita devianti, il che li marcava come potenziali sovversivi. Uno di essi, George Van Tassel, viveva in una grotta, e predicava la necessità di liberarsi dalla schiavitù dei beni terreni: questo, detto in un’epoca in cui la corsa al consumo era tra le più grandi forze motrici del rinnovamento sociale, suonava decisamente eversivo, tanto da suscitare nell’Fbi il sospetto che l’uomo fosse finanziato dall’Unione Sovietica. Il più «pericoloso» di tutti, però, era George Adamski, un venditore di panini che nel 1952 incontrò nel deserto del Mojave (lo stesso in cui Parsons aveva portato a termine l’operazione Babalon) il bellissimo venusiano Orthon. Adamski sosteneva che il Governo statunitense sapesse dell’esistenza degli Et, ma che non lo dicesse al popolo perché gli alieni «probabilmente hanno una forma di governo comunista e il nostro Governo americano non vuole rilasciare questo tipo di informazioni, naturalmente. È una cosa del futuro – più avanzata». Inoltre sosteneva in pubblico che «la Russia avrebbe dominato il mondo e allora avremmo avuto un’Era di mille anni di pace», che i sovietici avevano la bomba atomica e che i loro piani strategici rendevano del tutto inutili le contromisure americane. Il Governo statunitense aveva già abbastanza problemi con i comunisti terrestri, senza doversi occupare anche di quelli alieni: Adamski sarebbe potuto diventare un problema nazionale da un momento all’altro. Ma non lo divenne mai, perché, nonostante tutto, non era un sovversivo. Che credesse o no a quello che diceva, più che rovesciare il sistema il venditore di panini ne cavalcò le paure, come facevano i surfisti con le onde del mare californiano. Nel 1953 si disse addirittura propenso ad aiutare il suo Governo, procurando una macchina in grado di abbattere i dischi volanti inventata da un misterioso scienziato, che sarebbe stata ovviamente pericolosa per l’Air Force. Questo non gli impedì di continuare a sostenere la matrice comunista della società degli extraterrestri i quali, secondo un rapporto dell’Fbi, «hanno trovato la pace in un sistema in cui le chiese, le scuole, i governi individuali, il denaro e la proprietà privata sono stati aboliti a favore di un consiglio governativo centrale, e il nazionalismo e il patriottismo sono stati aboliti con tutto il resto». In fondo Adamski amava gli Stati Uniti, e se gli alieni erano comunisti non era certo colpa sua. È poi una curiosa coincidenza che, anche se è poco probabile che il contattista ne fosse al corrente, il primo a utilizzare la parola «comunismo» fu anche il primo a parlare di Comunismo sul pianeta Venere. Gli americani degli anni Cinquanta vivevano un rapporto di amore-odio con i beni materiali. Da una parte ne volevano sempre di più, perché erano status symbol del benessere raggiunto e perché in effetti semplificavano parecchio la vita. Ma dall’altra parte vi era la paura dell’olocausto imminente, che veniva messa a tacere (anche) grazie a quei beni, con il risultato che i beni stessi diventavano in qualche modo un simbolo di quella paura. Adamski proponeva una soluzione eminentemente magica: lavorare con il simbolo per mutare la realtà. Abolendo i beni la società sarebbe guarita. Se l’Unione Sovietica faceva tanta paura, nella sua diversità, occorreva tagliare il nodo gordiano ed eliminare la diversità, in modo da non avere più motivi di scontro. Più che un programma rivoluzionario la sua era una «cura miracolosa», un unguento da alchimia popolare. Se Adamski era un profeta un po’ improvvisato che sfiorava solo tangenzialmente il Marxismo, la tesi di un comunismo alieno fu portata avanti anche da marxisti duri e puri. Il primo e più famoso fu Juan Posadas, un argentino di origine italiana. Il suo vero nome era Homero Cristali e, tra le altre cose, era stato il portiere della nazionale. Seguace di Trotsky e figura di spicco del comunismo dell’America Latina, dopo la morte dell’illustre sovietico Posadas fu uno dei continuatori del suo lavoro nella Quarta Internazionale, finché non fu dilaniata da uno scisma interno, che portò alla nascita della Quarta Internazionale Posadista. Posadas era un teorico instancabile che scrisse un’enorme quantità di saggi su qualsiasi argomento colpisse la sua attenzione(dalla bomba atomica alle automobili), sempre però da un punto di vista «marxista». Nel 1968 pubblicò Les Soucoupes volantes (‘I dischi volanti’), un libro in cui esponeva le sue teorie marxisto-ufologiche. Gli extraterrestri avevano una tecnologia molto più avanzata di quella terrestre, e questo non poteva significare altro se non che la loro società era organizzata in modo comunista, visto che solo il Comunismo poteva davvero portare avanti il progresso scientifico. Ecco perché i dischi volanti si limitavano a brevi visite sul nostro pianeta: «Il capitalismo non interessa ai piloti degli Ufo. Questo è il motivo per cui non ritornano. Similarmente, a burocrazia sovietica [non li interessa] perché manca di prospettiva». I comunisti terrestri, quindi, avevano davanti a sé soltanto una scelta sensata, in caso di incontro ravvicinato del terzo tipo: «Noi dobbiamo chiedere agli esseri degli altri pianeti, quando vengono, di intervenire, di collaborare con gli abitanti della Terra per sconfiggere la miseria. Dobbiamo lanciar loro la richiesta di usare le loro risorse per aiutarci». [¼] Posadas morì a Roma nel 1981. Italoargentino era anche anche uno dei suoi migliori eredi, il semisconosciuto Dante Minazzoli. Probabilmente se Minazzoli fosse nato in Inghilterra o in qualche altro Paese con una grossa tradizione di studi fortiani oggi sarebbe un piccolo mito: il suo libro Perché gli extraterrestri non prendono contatto pubblicamente? è, a modo suo, un capolavoro. Per quanto le posizioni espresse possano essere considerate deliranti, la loro coerenza interna e la documentazione che le sorregge sono impeccabili. Non ho trovato prove di un legame diretto tra Posadas e Minazzoli, ma sarebbe una coincidenza fin troppo strana che due marxisti italoargentini avessero creato parallelamente due teorie tanto simili. Minazzoli, comunque, sembra allo stesso tempo più raffinato e più mistico di Posadas. La sua idea di partenza è molto semplice. Gli ufologi hanno sempre considerato gli Ufo come un problema scientifico, ma sbagliano, perché si tratta prima di tutto del «problema sociale e politico più formidabile che giammai ha affrontato questa Umanità terrestre». Una delle più grandi difficoltà della nostra epoca è data dalla distanza che esiste tra studi ufologici e studi marxisti, con una successiva impasse per entrambi i tipi di ricerca. Gli studiosi di Ufo, per quanto benintenzionati, hanno spesso competenze più ingegneristiche che politiche, mentre gli studiosi di Marxismo si sono adagiati su un pensiero ortodosso e incancrenito, chiudendo gli occhi di fronte all’enorme vantaggio che gli Ufo portano al Marxismo. Ora questa situazione deve cambiare: l’analisi marxista deve costituire l’ossatura della scienza ufologica, e l’ufologia deve dimostrare di essere il completamento della Rivelazione di Marx. Ad esempio la teoria degli «antichi astronauti», secondo cui gli dèi delle varie religioni terrestri sono trasfigurazioni superstiziose degli alieni e della loro tecnologia, conferma in pieno le idee di Marx sulla religione, ma nello stesso tempo le rilancia verso vette nuove: «Bisognerà riscrivere e completare la Storia sulle origini delle religioni. L’analisi marxista, pur essendo una approssimazione scientifica corretta, non basterà più». Studiando gli «indiscutibili» casi di presenza aliena nella storia dell’uomo, risulta evidente che «l’Umanità progredisce verso il contatto cosmico». Se finora questo contatto non è ancora avvenuto, è colpa del capitalismo: «Fino a che esisterà il capitalismo, l’Umanità terrestre non emigrerà verso le stelle. [...] “Essi” ci sbarreranno la strada, fino ad obbligarci a maturare socialmente e spiritualmente, imponendoci, se non riusciranno a persuaderci, un Patto galattico che ci sottometterà a leggi e rapporti progrediti realmente umani [corsivo dell’autore]». O diventiamo comunisti noi, insomma, o ci penseranno gli alieni. Minazzoli è convinto, come vari altri ufologi, che la Terra sia visitata da diverse razze di extraterrestri. È molto probabile che esse siano legate tra loro da un «Patto» cosmico la cui legge principale è molto simile alla «Prima Direttiva» di Star Trek: non bisogna interferire con le razze a più basso livello tecnologico. Per quanto con prudenza, però, gli extraterrestri si mostrano sulla Terra relativamente spesso. E non perché abbiano qualche segreto piano di invasione, come molti credono: sarebbe puerile pensare una cosa del genere, perché se avessero voluto gli alieni avrebbero già potuto invaderci da molto tempo. La triste realtà è che noi esseri umani siamo ritenuti potenzialmente pericolosi, non certo per le società ultratecnologiche di coloro che arrivano sul nostro pianeta, ma per quelle di pianeti meno sviluppati anche del nostro. Ecco perché gli Et hanno costituito intorno alla Terra una specie di fascia di sicurezza che ci impedirà, finché non avremo raggiunto il giusto sviluppo sociale e politico, di raggiungere le stelle più lontane. Il loro scopo è insomma quello di «far maturare le grandi masse del pianeta», ma visto che la legge cosmica gli impedisce di intervenire in modo troppo brusco, devono essere molto discreti nelle loro azioni. I Governi di tutto il mondo, ovviamente, sanno che gli extraterrestri esistono, ma tengono nascosta l’informazione. Il potenziale rivoluzionario di un contatto con gli alieni è infatti enorme, e mette a rischio sia il capitalismo degli statunitensi che il cieco burocratismo dei sovietici: Capitalismo e burocrazia dovranno morire, abbandonare lo scenario della Storia. La linea di azione delle masse conduce a questo obiettivo. Gli ufologi devono comprendere, e anche i marxisti, che le civiltà dello spazio si muovono nella stessa direzione. Con metodi diversi da quelli delle masse, però gli obiettivi coincidono. Insomma: se i proletari di tutto questo mondo e le creature da altri mondi si unissero, chi mai potrebbe sperare di tener loro testa? Solo il Marxismo consentirà ai terrestri di comprendere la mentalità aliena e di dosare gli effetti epocali che il contatto avrà sulla nostra cultura. I marxisti, invece di ridicolizzare gli Ufo, devono capire che sono loro gli alfieri della Rivoluzione: [...] l’idea che non siamo soli nell’universo e che civiltà che ci visitano e vigilano desiderano il contatto cosmico, porta in sé un potenziale rivoluzionario immenso, che converge col potenziale combattivo delle masse povere e sfruttate. [...] Questa idea contribuirebbe ad alimentare le ribellioni contro tutte le forze che cercano di assoggettare, sottomettere, sfruttare l’essere umano, e mantenerlo nella superstizione e nell’ignoranza. Inoltre la tecnologia extraterrestre, che a volte può sembrare «paranormale» perché è avanzatissima, è in grado di compiere prodigi tali da rendere inutile la violenza. Minazzoli propone come esempio la possibilità di trasformare Reagan in un coniglio, invece di eliminarlo. L’ufologo marxista ci tiene a sottolineare che anche se la sua può sembrare una boutade non si tratta di un’idea irrealizzabile, perché «per l’ascesa dell’intelligenza in linea di principio non c’è nulla di impossibile». Come tanto spesso abbiamo visto accadere nel corso di questo libro, anche per lui il materialismo più rigoroso (o che tale pretende di essere) sfocia senza traumi nella magia pura. I casi ufologici cui più spesso l’autore fa riferimento riguardano i contattisti (che lui chiama «contattati»), casi, questi, che in genere gli ufologi prendono scarsamente in considerazione. L’esperienza contattista è diversa da quella «soltanto» ufologica perché ha connotati più nettamente mistici. Il normale testimone può vedere un Ufo, un alieno e, nei casi più estremi, persino essere rapito da una disco volante, mentre il contattista comunica in modo più o meno regolare con gli Et, ricevendo da loro una sequenza di messaggi cosmici di pace e amore. Il seguito dei contattisti non è costituito da ufologi in senso stretto, ma da gente comune in cerca di nuove forme di religione. È significativo che Minazzoli denunci la scarsa attenzione rivolta ai contattisti dagli ambienti ufologici. Queste persone, sostiene, potrebbero davvero essere in contatto con intelligenze aliene che vogliono inviare messaggi all’Umanità, messaggi che in alcuni casi mostrano di essere basati sul materialismo dialettico, che evidentemente è la verità ultima del cosmo. Minazzoli percepisce lucidamente che il fenomeno contattista può essere il culmine del comunismo magico, perché permette una lettura della vita e dell’universo che è trascendente, pur restando all’interno dei rigidi canoni del materialismo. «L’impostazione marxista della struttura dell’universo» ci insegna che ogni cosa viene dalla materia e che il cosmo non morirà mai, ma si trasformerà costantemente. Prima o poi anche le leggi della natura cambieranno, «disperdendo oceani cosmici di materia planetaria e stellare», ma il cambiamento sarà sempre dominato dalle leggi della dialettica, unica certezza immutabile. Minazzoli giunge a concepire un cosmo in cui ogni cosa è collegata alle altre, in una comunione totale che l’uomo ancora non ha compreso ma di cui gli extraterrestri presto o tardi ci sveleranno i segreti. Ancora una volta il materialismo si trasforma in una sorta di immanentismo, più panteista che davvero ateo. Sembra quasi che l’ufologo concepisca i contattisti come degli sciamani materialisti che per conto della loro tribù (i terrestri) comunicano con «spiriti» più elevati e in grado di compiere magie (gli «extraterrestri»). E simili a sciamani sono anche alcuni degli ultimi «nipotini» di Marx. |