| AL QA’IDA
|
||
| Islamici di casa nostra | Un groviglio immenso | L’Alqaidismo malattia giovanile dell’Islamismo |Netwar| Osama comunication | ||
Islamici di casa nostraLe indagini scattate subito dopo l’attentato di Madrid hanno confermato ad abundantiam quello che gli inquirenti di tutte le forze di sicurezza europee sapevano già da tempo. I nuclei operativi jihadisti attivi in tutto il territorio della Comunità sono formati solo in minima parte dagli «afghani», cioè dai reduci della guerra di liberazione contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. E inoltre sono formati solo in parte – questo è il dato più interessante – da mujaheddin che risiedono in Paesi arabo-islamici. La maggioranza delle operazioni europee fanno capo invece a nuclei di immigrati residenti in pianta stabile da molti anni nel nostro Continente, più spesso provenienti da Marocco, Tunisia e Algeria che non da altre aree del mondo. Immigrati che parlano un misto di marocchino, tunisino, francese, spagnolo e italiano. Sono di casa tra noi e si mimetizzano tra varie attività economiche spesso modeste, difficilmente monitorabili. Mantengono in parte uno stile di vita arabo, mangiano più kebab che spaghetti, ma stanno attenti a non dare troppo nell’occhio. […] Serhane ben Abdelmajid Farkhet, 35 anni, noto come «il Tunisino», è tra gli uomini che si sono fatti saltare a Leganés. È lui, probabilmente, il regista dell’intera operazione di Madrid e del tentato attacco al treno Ave. […] Chi era Abdelmajid Farkhet? Le testimonianze raccolte dagli inquirenti a Leganés parlano di una persona distinta e gentile, ben conosciuta nel quartiere. Ironia della sorte, per un esperto di timer e di esplosivi, un negoziante della zona racconta che il tunisino aveva riparato gratis alla sua nipotina un orologio. […]I nuovi jihadisti europei combattono e muoionono inneggiando alla liberazione dell’Iraq dalle forze d’occupazione americane, ma il loro odio per l’Occidente è maturato facendo la spola tra il Maghreb e casa nostra. Si tratta di giovani che hanno abbandonato Tangeri, Rabat, Casablanca, Tunisi perché spinti dalla povertà e dall’assenza di prospettive. Giunti a Parigi, a Madrid, a Roma e a Milano si sono subito accorti che la festa del capitalismo è un party per pochi invitati. Hanno capito che l’immagine di benessere europeo trasmessa dalla Rai, dalla Fininvest e dalle Tv francesi vale solo se si ha un preciso ruolo e un lavoro ben pagato. Hanno potuto constatare con mano che la sicurezza sociale europea riguarda per il momento solo gli Europei stessi, oppure quelle fasce di immigrati della prima ora che ormai hanno un permesso di soggiorno, un lavoro, un’identità socioculturale ormai sbiadita e quasi perfettamente integrata. Molti di questi giovani maghrebini, invece, finiscono a fare gli schiavi per la raccolta del pomodoro nelle campagne del Sud Italia, o i mozzi sui pescherecci siciliani, napoletani e marsigliesi. Fanno i manovali avventizi, i lavavetri, i barboni. Fanno marchette nei parchi, vivono di mille espedienti, dormono in trenta in appartamenti sudici e periferici affittati clandestinamente. Oppure, trovando con un po’ di fortuna i contatti giusti, vanno a ingrossare l’esercito di piccoli spacciatori e papponi che, nelle metropoli europee, lavora per esclusiva concessione e su mandato diretto di Cosa Nostra, della ’Ndrangheta e degli altri cartelli criminali. Ma una cosa è certa: la maggior parte di loro ha tagliato i ponti alle spalle con i Paesi di origine. Si tratta di giovani islamici soli, sostanzialmente dei senza-famiglia. L’osservazione non è di poco conto, perché mentre per i giovani europei (soprattutto al Nord) è abbastanza comune tagliare i ponti molto presto con le famiglie di provenienza, nel mondo arabo questo è impensabile e, quando succede, è vissuto come una vera e propria tragedia sociale. E si tratta, per essere chiari, di giovani islamici spesso senza più Islam, cioè senza «osservanza» (Islam vuol dire, etimologicamente parlando, ‘sottomissione a Dio’): perché da noi hanno conosciuto la «libertà» di sbronzarsi a piacimento e di fare sesso al di fuori del matrimonio, che sono altre due cose impensabili in un Paese islamico. Ma la Grande Tradizione delle Libertà Garantite dalla Rivoluzione Francese e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, per loro, si rivela molto presto un’atroce beffa. La tolleranza e la dolcezza delle popolazioni europee sono una cosa diversa se osservate da una casa ben riscaldata di un condominio piccolo-borghese, o da un vagone ferroviario gelido usato come dormitorio. La tradizionale permissività delle polizie europee è molto più apprezzabile da un cittadino residente che da un sanspapier che vive e vegeta senza alcuna prospettiva nei ghetti multietnici delle banlieues di tutto il Continente. Spesso questo orizzonte di vita è inasprito da storie di microcriminalità e da qualche passaggio nelle galere dei Paesi ospitanti, dove i nostri hanno modo di toccare con mano dei livelli di brutalità, sia nei colleghi carcerati che nei secondini, non certo degni di una democrazia avanzata. Ecco allora che, quando alcuni di questi giovani si «politicizzano» e cercano un riscatto, quello a cui aderiscono non è l’Islam moderato propugnato dai ceti medi e moderati dei loro Paesi, e neppure un Islam duro e puro di stretta osservanza, ma un iper-Islam senza Patria né Stato, una sintesi di proclami coranici e odio antioccidentale qual è quello di AQ e delle varie organizzazioni che le si ispirano. […] Un groviglio immensoCon questo excursus palestinese non abbiamo voluto dire dire che anche la Jihad, che è un fenomeno planetario molto più ampio di Hamas, sia esattamente un’azienda. Cadremmo apertamente in contraddizione con quanto abbiamo detto finora sul primato della religione nel mondo islamico. Vogliamo dire però una cosa molto precisa: la guerra mondiale (perché tale è) che si è scatenata a inizio Millennio è esplosa con tanta virulenza e odio anche perché gli interessi economico-strategici che la muovono non sono per il momento componibili e negoziabili in tempi rapidi, né in termini occidentali né in termini islamici. Questi interessi, come vedremo meglio più avanti, ruotano intorno a: •Produzione e distribuzione di idrocarburi •Risorse idriche •Produzione e Commercio di Stupefacenti •Vie commerciali terrestri e Contrabbando •Traffico di esseri umani •Traffico di Armi •Successione dinastica in Arabia Saudita •Sistemazione della Questione Palestinese •Entrata della Turchia nella Comunità Europea •Sistemazione della Questione Curda •Sistemazione della Questione Cecena •Transizione dell’Iraq alla democrazia •Ruolo dell’Iran nella Comunità Internazionale Osservando questa lista – largamente incompleta - tre considerazioni, entrambe molto amare, sono inevitabili: la prima è che tutti questi problemi nascono nel, o attraversano il, continuum geopolitico islamico per migliaia di chilometri da Est a Ovest. La seconda è che, in passato, si sono scatenati atroci conflitti mondiali, con milioni di morti, per molto meno. La terza è che, data la quantità e la gravità degli interessi in gioco, la cattura di Osama bin Laden e del suo vice Al Zawahiri, da tempo annunciate come imminenti dagli Usa, non porranno certo fine alla guerra. La cosa certa è che, invece, per lenire la virulenza della Jihad alcune di queste ragioni di conflitto andranno risolte manu militari. Ma altre andranno sottoposte a lunghe fasi negoziali, non prive di incognite e soprattutto di compromessi in nome della realpolitik. Inoltre, è bene sapere che alcune delle soluzioni da proporre riguarderanno questioni contingenti – un mandato Onu per una crisi regionale, una negoziazione su ostaggi rapiti, ecc. Ma molte altre soluzioni andranno individuate come risposte di lungo periodo a crisi e turbolenze di lungo periodo. Non dobbiamo ignorare, infatti, che le ragioni più profonde di questa guerra stanno in una gigantesca fase di redistribuzione di risorse ed equilibri geostrategici, che si è aperta dopo la fine dell’Impero Sovietico. L’esplosione della violenza terroristica cui stiamo assistendo è dovuta al fatto che, per una serie di ragioni storiche evidenti, la fine della Guerra Fredda ha lasciato irrisolti i nodi suelencati, che adesso si sono sovrapposti l’un l’altro in maniera inestricabile. Se si tocca l’Islam, si vanno a toccare anche gli idrocarburi. Se si ridisegnano i confini, si tocca il problema del traffico di stupefacenti. Se si combatte il traffico di stupefacenti, si va a condizionare la prosperità economica di milioni di individui che ormai, in un modo o in un altro, di narcotraffico vivono. E così via, in una giostra di rinvii e di destini incrociati che non si prestano certo a una soluzione secondo i meccanismi della logica lineare. Lo stesso gioco geostrategico non somiglia più ad una serie di mappe «orizzontali» su cui si muovono forze, conflitti, risorse, ma ad un immenso cubo di Kubrick in cui ciascuna delle microsuperfici considerate ha almeno altri cinque lati, che cambiano continuamente di posizione a seconda di come li ruotiamo . E la cosa più complicata, per rimanere in questa metafora, è che se proviamo ad esaminare un lato per volta, ce ne sono almeno altri cinque che ci rimangono invisibili. L’Alqaidismo, malattia giovanile dell’IslamismoIl progetto jihadista si basa, oltre che su una serie di supporti finanziari e logistici, anche su un’ampia rete di strutture educative che formano fin dalla più tenera infanzia i futuri guerrieri di Allah. È interessante notare che bin Laden stesso, oltre che posare da capo guerriero in molti video che lo ritraggono in movimento circondato dai suoi fedelissimi, in altri video assume i toni e le movenze di un’autorità profetica, di un imam dottrinario come quelli laureati ogni anno dalla prestigiosa Università di Studi Islamici Al Azhar del Cairo. Anche nel caso della cultura che la ispira, comunque, AQ è un fenomeno molto complesso. Si è cercato più volte di inquadrare la cultura alqaidista nel filone wahhabita-saudita classico, una delle grandi tendenze dell’Islam radicale. In effetti, sembrerebbero puntare in questa direzione alcuni indizi: la frequenza, ad esempio, con cui bin Laden cita à la lettre Ibn Tamiyya (m. 1328), pensatore ascetico e violentemente astratto vissuto nel Medioevo islamico, e tutt’oggi considerato uno dei pilastri del wahhabismo. Contro un’affiliazione wahhabita di bin Laden si sono pronunciati molti intellettuali sauditi ed egiziani, desiderosi di non «sporcare» il buon nome di questa corrente. Si sono ricordate alcune ascendenze sufi-yemenite (il che è compatibile con la provenienza del clan dei bin Laden) a proposito di certe pratiche di preghiera funebre operate dal nostro in memoria dei commilitoni caduti in battaglia. Altri hanno attribuito all’influenza salafita di alcuni gruppi di combattenti algerini ed egiziani confluiti in Afghanistan molte pratiche dottrinarie alqaidiste, come il tipo di teorizzazione di un fronte islamico contro i «Crociati». Da ultimo c’è chi pensa al fascino che può avere esercitato sullo sceicco del Terrore l’incontro con il messianismo sciita, non estraneo ad alcuni ristretti clan afghani. Il porre sé stesso come un nuovo Alì, un nuovo Profeta combattente, praticamente un reincarnato, sarebbe dovuto a queste influenze. La verità è che, nel crogiuolo della guerra di liberazione Afghana in cui sono confluiti militanti islamici da tutti gli angoli del mondo, il culto combattente alqaidista si è formato come una specie di Iper-Islam di sintesi. Un Islam postmoderno, estremizzante, ma raffinato nei suoi riferimenti scritturali: bin Laden si esprime quasi salmodiando, in una magniloquente lughaat fusha, un arabo coranico arcaizzante da predicatore, non privo quà e là di neologismi criptici o di termini presi a prestito dalle tribù afghane. La perfetta lingua, antica e New Age, di un Nuovo Profeta. Niente a che vedere con l’accento levantino imborghesito e pragmatico da notabile di Arafat, o con l’arabo pronunciato alla persiana degli ayatollah sciiti di Teheran, o con la cadenza da zotico iracheno di Tikrit di Saddam Hussein. Il suo linguaggio è crudo e sanguinario, ma a tratti ha impennate di tenerezza mistica che vogliono sollecitare ed entusiasmare le giovani menti di un Islam inquieto e in cerca d’identità e di purezza. In poche parole: se dovessimo dare un nome alla religiosità di AQ, questo sarebbe proprio Alqaidismo. Un culto islamico sincretistico (non è la prima volta che succede, tra Turchia, Persia e Asia centrale) che si propone di trascendere, riassumendole e rilanciandole, tutte le componenti dell’Islam radicale. Ciò che legittima l’Alqaidismo agli occhi di milioni di ammiratori e di migliaia di affiliati combattenti è la prova diretta del combattimento, la perseveranza, la semplicità di vita e il fisico temprato alla sofferenza dei mujaheddin. Niente sfarzi principeschi, niente cuscini istoriati o drappi ricamati, niente servitori e baiadere. Una predicazione che si rivolge in primo luogo contro i lati «corrotti» dell’Islam, contro l’occidentalizzazione dei costumi ma anche contro certe mollezze principesche e orientaleggianti. Un paio di pantaloni tubolari, una camicia lunga al ginocchio con il collo (impropriamente) detto alla coreana, una giacca mimetica per combattere, e al fianco l’onnipresente kalashnikov, che nelle preghiere dei guerrieri dari, pashtun e tagiki sostituisce il culto della Spada di Allah, ma ne mantiene inalterate le valenze. Osama e i suoi uomini non vestono come sauditi, ma come guerrieri centroasiatici. Al Zawahiri, quando gli compare a fianco nei video, ha in testa il pakul, il tradizionale copricapo afghano. Queste fattezze sono semplici ma «esotiche» non tanto per noi – che di solito non le distinguiamo da un look generalmente «arabo» – ma anche e soprattutto per un giovane saudita, marocchino, yemenita, che invece aspirino a spogliarsi degli abiti occidentali e coprire il volto con un velo leggero di pashmina, e fuggire lontano dalle metropoli e dalle bidonville schifose del mondo arabo moderno. «Andare ai monti», come nuovi partigiani della Fede. Ascendere. Purificarsi. Se necessario, morire recitando a memoria una Sura coranica. In questo fascino ascetico e quasi ipnotico-sacrale dell’Alqaidismo sta la spiegazione dell’Icona/Osama, che ritroviamo dipinta sui muri in tutto il mondo arabo-islamico, addirittura verniciata a caldo sulle auto e sui furgoni, intessuta tra i nodi dei tappeti, raffigurata nei quadranti degli ororlogi, nei calendari, nei grembiali da cucina. Estremo paradosso di una religione che di per sé vieta le rappresentazioni iconiche del Profeta e dei suoi santi, ma che vuole oggi, in qualche modo, controbattere all’eccesso di immagini invadenti riversato in milioni di case islamiche dai media occidentali, dalla pubblicità, da Mtv, da Internet. (Si noti che non è la prima volta, nella Storia, che una «religione dei soldati» sopravanza le religioni storiche con una violenta e solenne stilizzazione sincretistica. Si pensi ad esempio al Mitraismo che dilagò fra i soldati dell’Impero romano nei primi due secoli dopo Cristo, che era cosa ben diversa dal Mitraismo tradizionale). Religione dei combattenti, e oggi religione dei reduci, l’Alqaidismo chiama tutto l’Islam a continuare una guerra di liberazione che non è più o non è solo – una guerra territoriale. La guerra è quella di un Islam che vive la modernità, la nostra e la sua, come un incubo da cui non riesce a svegliarsi. La liberazione è l’illusione che impugnare il kala e sparare serva a risvegliare il mondo da questo incubo. O a morire e a risvegliarsi in Paradiso. I conflitti postmoderni sono sempre più spesso caratterizzati dalla cosiddetta netwar, ‘guerra in rete’. La «rete» non è Internet o un’altra rete informatica ma una nuova modalità organizzativa, resa possibile anche dalle nuove tecnologie della comunicazione. La guerra classica, che esiste forse più sui libri che nella realtà storica, prevede due eserciti che si oppongono l’uno di fronte all’altro, e ciascuno dovrebbe essersi preoccupato prima del combattimento di raccogliere informazioni sul territorio, sul morale del nemico, sulle sue armi, e così via. Sul campo di battaglia si confrontano quindi due armate, ma anche due strategie e, in ultima analisi, due diverse culture. In una netwar questi aspetti vengono esaltati mentre gli scontri frontali sono ridotti al minimo, e piuttosto che su grandi eserciti si fa affidamento su piccole unità di uomini addestrati a compiti diversi. La struttura dell’Esercito tradizionale è verticale e fortemente gerarchica. Esiste un centro strategico, un "cervello", che prende le decisioni, e una catena di comando lungo cui viaggiano gli ordini. Gli eserciti delle netwar, invece, sono composti da "nodi" collegati in rete ad altri nodi, senza che vi sia un solido corpo unitario. Questo significa che un "Esercito in rete" non deve essere necessariamente legato a uno Stato preciso, e può invece essere trasversale ai poteri statali, tenuto insieme da vincoli ideologici, religiosi o di altra natura. Inoltre può superare le barriere tecnologiche che limitano nel mondo contemporaneo la possibilità di azioni segrete: i satelliti e in generale l’intelligence sono capaci di individuare gli spostamenti di un Esercito anche piccolo, ma è impossibile monitorare le attività di centinaia di gruppi formati da una decina di uomini o anche meno. Se nella guerra tradizionale ogni Esercito parte da un territorio per difenderlo o invaderne un altro (la classica situazione degli scacchi), la netwar è deterritorializzata. Una cellula può trovarsi negli Stati Uniti, una in Afghanistan, una in Italia, e una addirittura nel cyberspazio. Per un Esercito in rete, che non deve preoccuparsi di mantenere una posizione territoriale, è facile muoversi tanto negli spazi fisici degli Stati quanto in quelli immateriali dei mass media, e attaccare sui due fronti anche con un numero relativamente esiguo di uomini. L’attacco tipico viene definito swarming: parecchi nodi della rete convergono all’improvviso verso un unico punto, colpiscono, e poi si disperdono altrettanto velocemente. Una buona azione di swarming tende a creare una sorta di effetto-domino che ne ottimizzi le conseguenze, ed è esattamente quello che è accaduto l’11 settembre. Due aerei sono stati dirottati, le telecamere occidentali sono state allertate, il World Trade Center è crollato, i network del fondamentalismo islamico in Internet hanno diffuso con gioia la notizia, bin Laden ha fatto la sua comparsa, e poi i "nodi" si sono allontanati di colpo, rendendo la vita molto difficile all’intelligence statunitense. È insomma una situazione più complessa di un "Davide contro Golia": più che a Davide AQ somiglia a una mobile nube di gas non meno potente del suo gigantesco nemico. È chiaro comunque che essa non è una rete del tutto priva di centro. Il suo cuore, simbolico e finanziario se non organizzativo in senso stretto, è Osama bin Laden, che con ripetute chiamate alla Jihad ha fatto nascere attorno a sè un potente network fondamentalista. Per capire in che modo un miliardario sia diventato il nume tutelare di un movimento ferocemente anti-capitalista occorre risalire fino alle origini dell’Islam. La caratteristica più saliente degli attacchi alqaidisti, non solo di quello dell’11 settembre, è di nascere esattamente dentro questa percezione dei grandi eventi. Tra i molteplici piani di lettura che presentano, dunque, gli attacchi di AQ hanno anche la caratteristica di essere progettati come eventi mediatici, nel senso che abbiamo definito sopra. La forma della comunicazione mediata assomiglia sempre più alla forma dell'interazione diretta faccia a faccia. In misura sempre crescente, i media ci trasformano in spettatori in diretta di accadimenti che avvengono in altri luoghi e ci fanno accedere a pubblici che non sono fisicamente presenti. Essi trasportano informazioni ed esperienze in ogni luogo e da ogni luogo. Funerali di Stato, guerre, attentati terroristici, scambi di ostaggi e voli spaziali diventano spettacoli ormai recitati sul palcoscenico di qualunque salotto e i personaggi di questi spettacoli vengono vissuti quasi come se fossero seduti sul divano del salotto di casa. I media elettronici hanno cambiato il significato relativo degli incontri reali e mediati; ora, gli attori sociali "vanno" dove non vorrebbero - o non saprebbero - andare, e il pubblico "assiste" ad eventi lontani. Quindi, i media elettronici sminuiscono il significato del luogo fisico come determinante delle situazioni sociali, e tuttavia, lo utilizzano come sfondo di eventi sociali. Più di ogni altro medium elettronico, la televisione ci coinvolge in temi che una volta non credevamo fossero «affari nostri», ci lancia a pochi centimetri dai volti di assassini e di Presidenti, e rende barriere e passaggi fisici relativamente privi di significato in qualità di modelli di accesso all'informazione sociale. Essa ha fatto sì che quasi tutti gli argomenti divenissero oggetto di interesse praticamente per tutti. Inoltre, molti comportamenti un tempo privati e isolati sono stati introdotti nella vasta e unificata arena pubblica. I media elettronici spingono informativamente gli individui verso lo stesso "luogo". Attraverso essi tutto ciò che accade quasi ovunque può capitare ovunque noi ci troviamo. Ma se siamo ovunque, non siamo neppure in un posto particolare; è cambiato il "senso del luogo" (Meyrowitz, 1995). |