| Zuleika Fusco |
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| L’interpretazione dei sogni | Tradizione tibetana | Tradizione islamica | Le nuove correnti:il Voice Dialogue | ||
L’interpretazione dei sogniIl sogno ha un potere illimitato e l’uomo di ogni tempo, cultura e società ha percepito intuitivamente il suo potenziale dedicandogli grande attenzione in maniera più o meno consapevole o volontaria. Nel sogno ha trovato l’ebbrezza della libertà, l’annullamento dei limiti e dei confini, il piacere e la paura di potere tutto, l’abolizione delle distinzioni. Sognare, infatti, consente a chiunque, al di là dei propri limiti convenzionali, di valicare i confini di tempo e spazio, di amare e odiare, di vivere le proprie paure o di avere profondo coraggio, di morire per trasformarsi. In Occidente, il surrealista francese André Breton si è accorto dell’importanza del sogno e, ponendosi nella posizione di chi non lo seziona, ma lo vive, è giunto a formulare un assioma estremamente suggestivo, ovvero quello secondo cui sogno e realtà sono due vasi comunicanti che si influenzano a vicenda. Lo ribadirà in tempi molto più recenti l’eclettico e spirituale artista Alejandro Jodorowsky, che, compiendo un viaggio nelle profondità del proprio mondo interiore, è arrivato a leggere la vita come un sogno da interpretare e, giocando sul valore simbolico di quello che può capitare, ha colto l’analogia tra sogno e quotidianità: il potere della metafora è diventato per lui uno strumento di comprensione e di risoluzione delle difficoltà umane. Infatti, vivere e sciogliere il nodo della propria metafora, secondo Jodorowsky, è terapeutico, e comporta un effettivo cambiamento nell’esistenza di ciascuno: Il sogno, infatti, mi ha anche insegnato a reagire di fronte alle mie paure. C’è stato un periodo in cui avevo spesso lo stesso incubo: ero in un deserto e dall’orizzonte si levava un’immensa nube di negatività, un’entità psichica decisa a distruggermi. Mi svegliavo gridando, sudato fradicio… Un giorno mi sono stancato e ho deciso di offrirmi a lei in sacrificio. Nel culmine del sogno, in uno stato di lucido terrore, mi sono detto: «D’accordo, non sceglierò di svegliarmi. Devi solo venire da me e distruggermi». Quell’essere mi si avvicinò ma, come per incanto, si dissolse all’improvviso. Mi svegliai per qualche secondo per riprendere poi a dormire tranquillo. Allora ho capito che siamo noi ad alimentare le nostre paure. Ciò che ci intimorisce perde qualsiasi potere nel momento in cui smettiamo di combatterlo. È uno degli insegnamenti del sogno lucido. Spesso sono riuscito a dissipare la paura del destino finale attraversando la mia propria morte. È stato così che la comprensione della dimensione onirica ha indotto Jodorowsky a individuare all’interno del sogno stesso un percorso evolutivo che ricorda la tradizione sciamanica cui fa riferimento. Il percorso si snoda in diverse fasi, distribuite lungo un lasso di tempo non definibile, poiché, come in ogni cammino interiore, è più importante evolversi che arrivare. Tutto sta dunque nell’imparare a ricordare i propri sogni in maniera sempre più ricca e dettagliata, interpretarli decodificando i simboli in essi contenuti e, comprendendone l’insegnamento, diventare consapevoli del proprio sognare mentre è in corso. Infine si arriva a comandare le proprie azioni nel sogno così come nella quotidianità, poiché diventare padroni di se stessi nella dimensione onirica comporterà cambiamenti oggettivi nell’esistenza reale. Il sogno è come gli archetipi di cui parla Jung: l’esigenza di esplorarlo appartiene all’uomo e, qualsiasi sia la cultura di riferimento, la ricerca approda da sempre alle stesse rivelazioni, evidenzia cioè un’identica matrice. In Oriente l’onirocritica risale alla notte dei tempi e si colora di tinte intrapsichiche, esoteriche e spirituali. Per le culture orientali il sogno è parte integrante della vita e, nell’alternarsi alla veglia, ricorda l’avvicendarsi di vita e morte. Per i tibetani l’uomo sogna proprio per abituarsi alla morte e, se sfrutta consapevolmente questa possibilità, sogna per prepararsi a vivere il trapasso in maniera adeguata, guadagnandosi l’opportunità di scegliere la successiva incarnazione. Il legame tra sogno e quotidianità, l’influenzarsi reciproco in cui maggiore è il potere della dimensione onirica è anche un topos dell’antica letteratura cinese. I numerosi episodi dell’opera Liezi, ispirata al Taoismo, ne sono un esempio: Il vecchio servo di un grande proprietario terriero alla fine di ogni giornata di duro lavoro sprofondava sfinito nel sonno. Ogni notte sognava di essere un Re e di vivere nel lusso e fra i piaceri di viaggi, banchetti e palazzi. Quando si svegliava tornava ad essere lo schiavo di prima, ma si consolava pensando che metà della vita si trascorre dormendo, e che quindi le fatiche del giorno erano compensate dai fasti della notte. Anche il proprietario, il signor Yin, dopo una giornata dedicata all’amministrazione degli affari di famiglia, la sera cadeva nel sonno. Ma ogni notte sognava di essere uno schiavo e di lavorare duramente, maltrattato dal padrone. Così, nella sua vita notturna ripagava il piacere e le ricchezze di cui godeva il giorno. Questa storia riporta alla mente un’affermazione dell’occidentale Blaise Pascal, il quale affermò che se un artigiano sognasse dodici ore al giorno di essere un sovrano, sarebbe felice quanto un sovrano che sogna per lo stesso tempo di essere un artigiano. Nell’ambito dell’onirocritica, però, fra Occidente e Oriente c’è una frattura dovuta a una differenza sostanziale, esemplificata in modo perfetto da un evento preciso, che ha privato il sogno del suo tradizionale ruolo di potenza esoterica e universale: Cartesio, il 10 novembre 1619, interpreta tre suoi sogni, decodificandone i simboli in relazione alla sua vita in quel momento: Nel sogno egli vide un insieme di simboli al servizio delle problematiche nascenti dallo stato, allora attuale, della sua vita. Il sogno diventò il riflesso della situazione contingente e non la chiave universale di interpretazione della vita. L’esaltazione della ratio, leitmotiv del pensiero cartesiano fondato sul celeberrimo «Cogito, ergo sum», porrà le basi per la moderna interpretazione dei sogni di cui Freud sarà l’ideatore. Spogliato il sogno di ogni valenza straordinaria, l’uomo può contestualizzare l’esperienza onirica, renderla un fatto storico e fare i conti con l’inconscio, i cui unici misteri finiscono per essere la nostalgia per l’infanzia e la necessità di appagare desideri inespressi: Non potendo pervenire a una chiara formulazione a causa della rimozione, il senso [del sogno] trova nella densità dell’immagine di che esprimersi in modo allusivo. L’immagine è un linguaggio che esprime senza formulare, è una parola meno trasparente al senso del verbo stesso. Per un altro verso, Freud ipotizza il carattere primitivamente immaginario della soddisfazione del desiderio. Nella coscienza primitiva, arcaica o infantile, il desiderio viene soddisfatto primariamente nella modalità narcisistica o irreale della fantasticheria. Nella regressione onirica si rintraccerebbe questa forma originaria di soddisfazione. Mircea Eliade, ritenendo che un inconscio così descritto sia un po’ troppo asservito alla coscienza umana, contesta il bisogno di ancorarsi all’aspetto politico della vita a discapito della creatività, che appartiene non alla logica, ma alla dimensione analogica o principio femminile. Se l’uomo occidentale ha scelto la via della razionalità identificandosi con la Storia, di cui la storia personale è parte integrante, è perché teme l’imminenza della morte, la cui idea attiva una serie di ansie: quella dell’ignoto, della fine, della perdita materiale, del vuoto. L’uomo è caduto dunque nella trappola della Ma¯ya¯, di cui si occupa l’insegnamento hinduista, ossia, cedendo all’ignoranza e all’illusione, ha pensato la quotidianità nei termini di una realtà oggettiva: La Ma¯ya¯ è un’esperienza particolare del nulla, del non-essere. L’insegnamento di Krishna ad Arjuna contenuto nella Bhagavad Gı¯ta¯ si può comprendere nell’affermazione che l’ignoranza e l’illusione non risiedono nel partecipare attivamente alla Storia, ma consistono nel credere alla realtà ontologica della Storia. Il passo successivo che permette lo sciogliersi del nodo dialettico della Ma¯ya¯ consiste nell’assimilare l’angoscia legata alla coscienza storiografica, all’angoscia della morte iniziatica. Freud, che ebbe il gran merito di riportare l’attenzione sul sogno in Occidente, si preoccupò più di sezionarlo che di viverlo. Lo osservò con attenzione e rigore scientifico, lo intellettualizzò, ben attento a non profondersi nell’esperienza. Il pensiero freudiano incarna la paura della dimensione demonica, sulla quale c’è una gran confusione. Il da´imon infatti, ossia il ‘regno di mezzo’, che prima che in ogni altro luogo risiede negli abissi dell’anima, patria dei simboli e delle energie che vivono nell’uomo, diventa l’Inferno nelle sue varie rappresentazioni. Non a caso, per gli antichi Greci il regno dei sogni si trova, come racconta Omero nell’Odissea, presso l’ingresso dell’Ade. Le ombre dell’anima, che sarà Jung a riportare alla luce, diventano spettri, e nell’immaginario collettivo ciò che è demonico assume le sembianze del demoniaco e del malvagio. È così che sono nati il diavolo e l’esigenza dell’esorcismo. In ambito cristiano predomina la tendenza alla demonizzazione del sogno, tanto che questo diventerà elemento di riconoscimento dell’eresia. Come la sessualità, infatti, la dimensione onirica è per l’uomo un baluardo di libertà e di forza, e stimola la paura dell’ingestibilità, da cui consegue una naturale reazione di censura: La repressione e la manipolazione dei sogni sono state imposte, com’è successo anche per la sessualità, dalla grande censura ecclesiastica, da cui non siamo ancora completamente liberi, e che, nel bene o nel male, ha condotto alla psicoanalisi. Nella Bibbia ci si interroga sulla veridicità dei sogni. L’asceta Evagrio Pontico (345 ca.-399) arriverà a sostenere che l’anima sana si contraddistingue per un sonno privo di immagini. Il monachesimo dell’Alto Medioevo, in un atteggiamento di rifiuto del mondo, rintraccerà nel sogno lo zampino del diavolo e farà di questa convinzione un punto cardine del fenomeno del conptemptus mundi. Non a caso il cardinale Lotario, che diventerà Papa col nome di Innocenzo III, nella sua opera De conptemptu mundi (1196) dedica un capitolo alla paura del sogno. Infatti, facendo riferimento alle esperienze oniriche di Giobbe, ammonisce su sogni e visioni che impediscono all’uomo di riposare durante la notte, in quanto i primi «terrorizzano», le seconde «abbattono». Sull’argomento sogno la tradizione ebraica ha assunto dei toni più pacati, in particolare nello Zohar, il testo della Cabala, si dice che l’uomo che percorre la via del bene non fa mai sogni menzogneri, poiché Dio concede all’uomo sogni appropriati alla sua indole. Secondo questa tradizione, quando l’essere umano si addormenta, la sua anima intraprende un viaggio verso il luogo che le si addice. Durante il suo pellegrinaggio incontra numerosi spiriti che le mostreranno la verità solo se riconosceranno la sua bontà, altrimenti la inganneranno. Il sogno altro non è che il racconto che l’anima offre al sognatore quando questo si sveglia. Ma un punto accomuna le culture tradizionali alla psicologia nata in Occidente: tutte hanno raccontato come interpretare i sogni significhi svolgere un lavoro fondamentale per la conoscenza di se stessi, in quanto consente all’uomo di vivere a stretto contatto con il proprio inconscio, scoprendo quella parte di sé spesso rimossa perché vera, estremamente sincera e, dunque, dolorosa e scomoda da riconoscere: Le forme immaginarie del sogno contengono i significati impliciti dell’inconscio, nella penombra della vita onirica esse conferiscono loro una quasi-presenza. Ma, appunto, questa presenza del senso nel sogno non è il senso stesso che si realizza in una completa evidenza: il sogno tradisce il senso via via che lo rivela, lo offre sottraendolo. Tutti, ingenuamente, maliziosamente o consapevolmente, cadono nella tentazione di mentire a se stessi o agli altri. E la menzogna è un processo complesso che interessa gli aspetti meno evoluti della personalità. È l’istinto di conservazione che genera nell’uomo a confronto con le difficili esperienze della vita l’impulso di una reazione immediata. Così la paura di perdere qualcosa di prezioso si tramuta in un’emozione negativa. In quel preciso momento, al culmine della preoccupazione e della pesantezza di uno stato d’animo, la mente percepisce lo stimolo e crea una strategia difensiva: la menzogna, appunto, espediente che consente di trovare la soluzione facile, e quindi consente la sopravvivenza. La dinamica in atto, chiaramente, non trova conclusione nella bugia in sé, poiché dire il falso genera una retroazione che travolge immediatamente l’uomo: sensi di colpa, dubbi, insicurezze e malessere sono solo alcune delle conseguenze più note del mentire, ma sono anche i sintomi evidenti che il processo tenderà a ripetersi ciclicamente e a perpetuarsi. Le tradizioni esoteriche e spirituali, ma anche la psicoterapia, insegnano che l’uomo può interrompere questa dinamica prendendo contatto con «la parte reale dell’Io», l’inconscio, che non mente mai e che si palesa attraverso due canali: il linguaggio non verbale, ossia la gestualità, l’espressività del corpo, spontanea e incontrollabile, e la dimensione onirica, che si manife sta attraverso simboli e metafore da ricordare e interpretare. Secondo gli insegnamenti orientali, in cui l’esplorazione del sogno è fondamentale, più la conoscenza di sé è veritiera e profonda, più l’uomo accede a questo mondo interiore sorprendente, in cui, contrariamente a quanto si penserebbe, tutto è oggettivo e non esistono segreti, ma solo rivelazioni. Sta all’uomo crescere e acquisire sempre nuove chiavi d’accesso, affinché la lettura sia immediata e si possa conseguire la verità. Ciò spiega come mai in ambito esoterico non esiste distinzione tra realtà e sogno e questo, anzi, sia considerato la vera espressione del reale. Svegliarsi, infatti, secondo quanto sostengono i monaci tibetani, significa acquisire una visione non-duale, ossia non operare distinzioni, non porre limiti e, soprattutto, non affidarsi agli occhi, direttamente connessi alla mente, poiché la vera vista è quella rappresentata dall’occhio cristico (indicato anche, a seconda della cultura di riferimento, come sesto Chakra o Terzo Occhio), ove simbolicamente risiede la capacità introspettiva. Questa capacità consiste nel «sapersi guardare dentro», nel guardare, cioè, in quel santuario prezioso dove ogni risposta esiste già e dove tutto è concesso all’uomo, anche le facoltà precognitive. In Oriente, un vero illuminato, un buddha (termine che, non a caso, significa ‘risvegliato’) è colui che non sogna più. Non ne ha più bisogno, poiché in lui conscio e inconscio si sono ricongiunti e costituiscono un’evidente, unica realtà. Storicamente la filosofia buddhista ha assunto nei Paesi in cui si è diffusa caratteristiche particolari, poiché ne ha riassorbito il sostrato spirituale e ha utilizzato «le forme esterne1 delle fedi locali per rendere più facile il passaggio ai concetti buddhisti». Questo è quanto è successo anche in Tibet, dove il Buddhismo ha integrato molte credenze e usanze del Bön, l’antichissima forma autoctona di sciamanismo secondo cui nel sogno è possibile ricevere insegnamenti fondamentali. Infatti, i maestri che hanno sviluppato l’alta dote di permanere nella coscienza e vantano una lucidità oggettiva e superiore, possono accedere al gong-ter, ossia al ‘tesoro della mente’, che è nascosto negli abissi dell’essere e appartiene all’Umanità. Il procedimento si realizza nel corso del rito chöd (‘recidere’), una pratica visionaria che concerne il Bön e che si rifà al concetto di smembramento tipico della tradizione sciamanica. La funzione della cerimonia è il conseguimento del distacco dal corpo e la totale offerta di sé al prossimo. La tradizione vuole che il chöd sia stato fatto conoscere al Maestro Tongjung Thuchen proprio nei suoi sogni, affinché potesse poi trasmetterlo. Durante il rito l’adepto, solo in un luogo macabro di montagna, danza: […] identificando le sue passioni e i suoi desideri con il suo corpo, lo offre in banchetto alle Dakini. In seguito lo visualizza come un «cadavere grasso e succulento» di vaste dimensioni e, ritirandosi mentalmente da esso, contempla la Dea Vajra-yogini che ne recide la testa, trasformando il cranio in un calderone gigantesco nel quale getta grossi pezzi delle sue ossa e brandelli della sua carne. Quindi, mediante le parole di potere, l’adepto tramuta l’intera offerta in amrita (‘nettare’) e invita i diversi esseri soprannaturali a divorarla. Il Buddhismo tibetano è definito lamaismo per l’importanza che storicamente assume nella sua tradizione la figura del Lama, ‘Maestro’. Il lamaismo prevede infatti una struttura fortemente gerarchizzata e teocratica in cui il potere anche politico spetterebbe al Dalai Lama, ‘Maestro che è oceano di saggezza’, e il potere spirituale al Pan c’en-Lama. Secondo le antiche consuetudini il primo risiedeva nel convento Potala a Lhasa, il secondo dimorava nel monastero di Tashi Lhumpo. Ai due Lama seguono nell’ordine gerarchico 180 Hutuktu, ritenuti incarnazioni di bodhisattva. Alla morte del Lama, gli alti religiosi si mettono alla ricerca di un bambino che, secondo il loro giudizio e in base all’accadimento di eventi straordinari, risulta essere la reincarnazione in cui si è rifugiata l’anima del defunto. Infatti, nel caso in cui le previste prove di accertamento confermino la legittimità della scelta, il piccolo individuato occupa il posto del Lama precedente. Il lamaismo, che predica il culto della naturalezza e dell’assoluta non-violenza, è molto attento all’alternarsi di fasi che costituiscono il Ciclo, l’eterno divenire, e presuppone una riflessione quanto mai semplice sull’uomo. Quali che siano la sua natura, il suo comportamento, il suo ruolo, il suo senso etico o la sua cultura, l’essere umano termina la giornata sempre allo stesso modo: dormendo. Lo stato di sonno per i tibetani rappresenta un’opportunità senza pari nel conseguimento di un livello superiore nella scala dell’evoluzione interiore. Secondo la loro cultura quando l’uomo si addormenta vive un momento di passaggio in cui tutto ciò che conosce di sé si dissolve nel buio per ricomparire in una dimensione diversa, profondamente esoterica, che si palesa attraverso le immagini del sogno. A tutti è dato sognare, a prescindere dalla capacità di ricordarlo. Per i tibetani la dimensione onirica è un fatto misterico che consente di sviluppare la consapevolezza, fornendo insegnamenti preziosi percepibili in maniera più immediata rispetto allo stato di veglia, poiché nel sogno l’uomo è libero da vincoli, condizionamenti e filtri, estremamente attivi nella quotidianità. Durante il sogno l’uomo contatta un bagaglio di Conoscenza che appartiene all’Umanità e che deriva dal proprio Saggio interiore e dall’esperienza dei Maestri ascesi, presente in lui come una sorta di Dna spirituale e pronto a riemergere. Il sogno diventa quindi un’occasione irrinunciabile per lavorare su se stessi, data la sua intrinseca qualità di far percepire, o almeno assaporare, la valenza del proprio Sé, a differenza della cosiddetta vita «reale», durante la quale l’uomo vive il limite dell’identificazione con la materia, con le proprie emozioni, con i desideri. Quindi, in alcuni nasce la necessità della Pratica, ossia della costante applicazione di se stessi al conseguimento dello scopo supremo secondo la spiritualità tibetana: la Liberazione, che, in altri termini, è il ricongiungimento dell’individuo con la Fonte Divina. Sorgono allora, secondo la tradizione, varie tecniche di Yoga meditativo, che portano a una presenza vivida e attenta dell’uomo, che nel sonno è meno afflitto dalle distrazioni abituali. Le tecniche vengono attuate con l’obiettivo di conseguire una continuità dello stato di coscienza, forma di consapevolezza permanente. Quando il praticante consegue un livello di stabilità ed equilibrio in questo senso, lo Yoga del sogno diventa anche preparazione al bardo, quello stadio che si vive nell’intervallo tra la morte e la rinascita, cui è necessario prepararsi durante la vita terrena per potersi liberare con facilità del proprio corpo e passare consapevolmente all’incarnazione successiva: La pratica della luce naturale riguarda fondamentalmente lo stato che precede il sogno. Ad esempio, una persona si addormenta, e addormentarsi significa che tutti i sensi svaniscono all’interno. Da quel momento c’è un periodo di transizione, di passaggio, fino a che si comincia a sognare. Tale periodo può essere più o meno prolungato. Per alcune persone lo stato del sogno inizia quasi subito non appena ci si addormenta. Ma che cosa significa lo stato di sogno? Significa che la mente riprende a funzionare. Al contrario, il cosiddetto stato o momento della luce naturale non implica il funzionamento della mente. È il periodo che va dal momento in cui ci si addormenta fino a quando la mente riprende a funzionare. Cosa avviene dopo? Inizia quello che è detto il milam bardo (rmi lam bar do), lo ‘stato intermedio del sogno’. Esiste una corrispondenza fra gli stati del sonno e del sogno e le esperienze che si hanno alla morte. Quando una persona muore, prima di tutto i sensi svaniscono. In riferimento agli stati di bardo, si parla del bardo del momento della morte, il chikhai bardo (‘chi kha’i bar do). Durante questo periodo il morente ha molte sensazioni legate alla graduale scomparsa o perdita delle funzioni dei sensi. Quindi, sopraggiunge uno stato di incoscienza, simile a uno svenimento, e a questo punto inizia la manifestazione delle quattro luci. […] In realtà è come se si fosse svenuti e, con il sorgere delle luci, la coscienza inizia a risvegliarsi molto lentamente. Secondo la cultura tibetana l’uomo comune è un essere imbrigliato nelle trame del Samsara, il regno della sofferenza causata dall’ignoranza e dalla visione duale. La visione duale appartiene all’essere umano da quando la mente logica ha cominciato a operare delle distinzioni, rompendo l’idea di Unità per cui ogni cosa è parte del Tutto e cominciando a creare il concetto di categorie opposte attraverso cui tutti giudicano. Da allora al bello si contrappone il brutto, al bene il male, alla vita la morte. I maestri tibetani insegnano che, a causa di un’identificazione con questo pensiero frazionato, l’uomo è caduto nella trappola di valutare reale la quotidianità, mentre l’unica realtà è quella interiore. E così, come subisce i fatti della vita terrena considerandoli veri, percepisce come vere le immagini della mente che gli si prospettano durante il sogno: In un sutra Buddha Shakyamuni descrive, mediante l’uso di diverse metafore, il mondo fenomenico da noi generalmente considerato reale. La nostra realtà viene paragonata a una stella cadente, a un’illusione ottica, alla fiamma tremolante di una lampada, alle gocce di rugiada all’alba, alle bolle d’acqua, al fulmine, a un sogno e alle nuvole. Secondo il Buddha, tutta l’esistenza, tutti i dharma e in pratica tutti i fenomeni sono assolutamente irreali e soggetti a repentino mutamento come gli esempi appena menzionati. Un altro sutra utilizza ulteriori immagini poetiche per mostrare la natura irreale della nostra condizione di esistenza. Queste includono il riflesso della Luna nell’acqua, un miraggio, una città fatta di suoni, un arcobaleno, il riflesso in uno specchio e ancora una volta un sogno. La Pratica è la possibilità di affrancarsi dall’ignoranza e dalla visione duale, e la Liberazione comporta il conseguimento del Nirvana, stato di unitarietà proprio dell’Illuminazione, che implica una beatitudine indefinibile. L’uomo che osserva oggettivamente il suo modo di affrontare le esperienze della vita sa già come affronterà il viaggio post mortem e, soprattutto, se è realmente sveglio o se ancora conduce un’esistenza da addormentato. Saper sviluppare una capacità di attenzione nel sogno comporterà, invece, la possibilità di vivere attivamente il proprio bardo. Nell’ambito della tradizione tibetana il concetto di ignoranza è un punto cardine per la comprensione di un eventuale percorso spirituale. Ogni esperienza della vita, inclusi i sogni, sorge proprio dall’ignoranza, cioè dall’innata incapacità di comprendere la natura propria e quella del mondo. È infatti l’incapacità di percepire l’oggetto in maniera integrale e obiettiva a rendere l’uomo vittima della visione duale, e il sogno, illusione indispensabile alla crescita così come la vita terrena, è lo spazio in cui con nitidezza si possono identificare e vivere le proprie contraddizioni e discriminazioni basate sui concetti di piacere e di volere: La tradizione tibetana distingue tra due tipi di ignoranza: quella innata e quella culturale. L’ignoranza innata è la base del Samsara, la caratteristica che definisce gli esseri ordinari. È ignoranza della nostra vera natura e della vera natura del mondo e ci fa cadere prigionieri delle illusioni della mente dualistica. Il dualismo reifica polarità e dicotomie. Divide l’unità inscindibile dell’esperienza in questo e quello, giusto e sbagliato, tu e io. Basandoci su queste divisioni concettuali, sviluppiamo preferenze che si manifestano come attaccamento e avversione, le risposte abituali che formano la maggior parte di ciò che identifichiamo come noi stessi. […] Esiste un altro tipo di ignoranza che è condizionata culturalmente. Sorge quando desideri e avversioni vengono istituzionalizzati in una cultura e codificati in sistemi di valori. […] I diversi credo nascono dai pregiudizi e dalle credenze che sono parte delle varie culture, non della saggezza fondamentale. La visione duale caratterizza l’esistenza sino al momento dell’Illuminazione ed è la madre di tutte le emozioni negative. Queste ultime sono alla base dell’agire e costituiscono il karma individuale. Questa legge non risparmia il mondo onirico, in cui si manifestano evidenti tracce karmiche. L’uomo riceve inconsapevolmente degli input dalla quotidianità che lo inducono a reagire anche all’interno del sogno. Ecco quanto sostiene Tenzin Wangyal Rinpoche: Qualsiasi reazione a qualsiasi situazione, esterna o interna, da svegli o in sogno, che abbia le sue radici nell’attaccamento o nell’avversione, lascia una traccia nella mente. Man mano che il karma detta le reazioni, esse a loro volta gettano ulteriori semi karmici, che dettano altre reazioni, e così via. Così il karma produce altro karma. È la ruota del Samsara, il ciclo senza fine di azione e reazione. Il ricordo di ogni esperienza è un’immagine che l’uomo imprime a fuoco in sé e serba in quel grande bagaglio personale che è l’inconscio. Secondo l’insegnamento tibetano, le forti emozioni rievocano immagini che diventano il simbolo delle varie tracce karmiche. Il sogno è la narrazione analogica delle immagini rielaborate dalla coscienza, che ha la funzione di portare la luce sugli oggetti smarriti o nascosti nella parte più recondita del Sé. Lo Yoga del sogno parte dal presupposto di comprendere il karma per poter reagire in maniera positiva alle esperienze di cui finalmente si comprende la dinamica spirituale. Non è una pratica che si prefigge la manipolazione dell’inconscio, ma un affinamento della capacità di introspezione in vista di un ampliamento della consapevolezza, affinché l’osservante diventi cosciente che ogni situazione è opportunità di crescita: Nel sogno le tracce karmiche si manifestano nella coscienza prive dei legami della mente concettuale, attraverso cui così spesso razionalizziamo una sensazione o una fuggevole immagine mentale, allontanandola. Possiamo pensare a questo processo nei seguenti termini: durante il giorno, la coscienza illumina i sensi e sperimentiamo il mondo, intessendo esperienze sensoriali e psichiche all’interno del complesso significativo della nostra vita. Di notte, la coscienza si ritira dai sensi e risiede nella base. Se abbiamo sviluppato una forte pratica della presenza, con una grande espe rienza della natura vuota e luminosa della mente, allora saremo coscienti di questa pura, lucida consapevolezza e presenti in essa. Ma, per la maggior parte di noi, la coscienza illumina gli oscuramenti, le tracce karmiche, e queste si manifestano come sogni. Secondo la visione yogica l’esercizio consente al praticante di bruciare i semi karmici che condizionerebbero il suo futuro. Quando si manifestano per la prima volta durante un episodio onirico, in una fase di chiara luce, l’uomo, libero da condizionamenti, può affrontarli e risolverli prima che attecchiscano nella quotidianità. Ciò avviene nello stato che i tibetani definiscono rigpa, letteralmente ‘coscienza innata’, ossia uno stato di piena consapevolezza in cui si recupera la visione non duale. Se il praticante non è ancora in grado di sperimentare questa condizione, può comunque lavorare sui sogni attivando in essi comportamenti positivi e spirituali, finché non sarà pronto ad abbandonare la visione degli opposti che implica distinzioni e predilezioni. Quando la coscienza sarà totalmente libera dai tratti bui e dai residui karmici che sono la radice dei sogni, potrà vivere incondizionatamente pura, nella Luce. Allora non ci sarà più necessità di sognare e si conseguirà l’Illuminazione, lo stato supremo che non a caso suole anche definirsi Risveglio. Esistono tre tipi di sogno: – I sogni samsarici. Sono quelli ordinari, che traggono origine dalle tracce karmiche. La loro rilevanza è connessa al sognatore, che attribuirà loro un significato la cui valenza è strettamente personale: infatti, lo stesso sogno prodotto da un’altra mente avrebbe interpretazione e senso diversi, così come una stessa esperienza nella quotidianità segna due persone in maniera differente, a seconda delle loro peculiarità. – I sogni della chiarezza. Costituiscono palesemente un gradino superiore nella scala evolutiva del praticante. Sono meno soggetti ai condizionamenti karmici e sono il premio per un’acquisita capacità del sognatore di mantenere attenzione nel sogno spingendosi oltre il limite della visione duale. Non sono più un’esperienza meramente personale, in quanto il sognatore può rintracciarvi insegnamenti ed elementi in genere appartenenti alla Conoscenza oggettiva. Se i sogni samsarici, che si connotano come semplice espressione del nostro vissuto quotidiano, sono semplicemente illusione, i sogni della chiarezza si avvicinano notevolmente alla purezza. Sebbene possa occasionalmente succedere anche a una persona comune di fare sogni appartenenti a questa categoria, è naturale che essi appartengano abitualmente a individui evoluti che praticano costantemente. – I sogni della chiara luce. Sono i sogni più elevati che si manifestano soltanto al praticante evoluto, in grado di mantenere una condizione di mente pura. Sono per colui, cioè, che sa vivere il rigpa nella quotidianità così come nel sogno. Questo particolare stato di coscienza non è, come molti intendono, l’assenza di pensieri, ma la capacità di non attaccarsi e identificarsi con essi, lasciandoli nascere e svanire nella più totale naturalezza oltre i limiti di ogni connotazione e di ogni dualità. Il primo tipo di sogni deriva dall’esperienza e dalle emozioni, i secondi dalla coscienza, i terzi non sono più una vicenda individuale in cui si distingue il sogno dal sognatore, il significante dal significato, ma rappresentano esclusivamente un’attività della mente nei confronti della quale il praticante mantiene un atteggiamento di osservazione, data l’ormai conseguita capacità di ripartire la propria attenzione. La funzione del sogno per i mistici tibetani è, dunque, evidente: è un insostituibile indicatore nella pratica spirituale. Fornisce le motivazioni per entrare nel cammino, rivela il grado evolutivo del praticante e la corretta esecuzione della Pratica. Un vero Maestro usa i sogni degli allievi per comprenderli e percepire il giusto momento per l’assegnazione di un nuovo compito, altrimenti verifica tramite l’attività onirica se i discepoli stanno davvero lavorando su di sé. La religione islamica si presenta al mondo come ultima (in senso cronologico) e perfetta rivelazione. Per i suoi proseliti l’Islam (letteralmente ‘sottomissione a Dio’) acquista un valore che supera il semplice senso di spiritualità e investe tutti gli ambiti del vivere, diventando la Legge. Ciò significa che regola non solo la vita interiore degli accoliti, ma anche quella politica e sociale, diventa sincronicamente loro forma mentis e loro modus vivendi. Muhammad, il fondatore, è definito Sigillo dei Profeti, ossia l’ultimo e il più elevato di coloro i quali trasmisero gli insegnamenti di Dio e ne furono interpreti. Nella tradizione coranica il sacerdozio come voto esclusivo non è contemplato: non esistono mediazioni tra l’uomo e Dio e Muhammad proibì qualsiasi pratica mantica, poiché nella divinazione rintracciava l’ignoranza e la cecità morale dell’epoca profana, ossia di tutto quello che c’era stato prima del suo avvento. Una sola scienza divinatoria viene risparmiata dalla censura e si guadagna un ruolo da vera protagonista nella spiritualità musulmana: l’oniromantica, ‘ilm al-ta‘bı¯r, ossia l’abilità di interpretare i simboli contenuti nel sogno per trarne auspici o insegnamenti. La scelta ovviamente non è casuale. Per i musulmani il sogno veridico, ru‘ya¯, ha in sé il potere e l’autorevolezza della profezia e consente a Dio di comunicare direttamente con l’uomo. La stessa vita di Muhammad, infatti, ribadisce la nobiltà del mondo onirico e attribuisce una pregevole rilevanza all’interpretazione: è un sogno che annuncia alla madre la nascita del Profeta, sono i sogni a scandire i momenti salienti della sua esistenza e, ancora, attraverso la loro interpretazione egli riesce a presagire per il bene dei suoi. Per Muhammad e per l’insegnamento coranico la notte è il momento propizio per cogliere la Parola di Dio, mentre il giorno disperde l’attenzione e allontana da sé: O Inviato, tu che ti avvolgi nel mantello pronto a dormire! Il Libro Sacro arrivò a Muhammad per diretta trasmissione divina: […] in verità, noi facemmo scendere su di te il Libro della
Notte del Destino, La Tradizione racconta che dai quarant’anni la sua vita fu pervasa di visioni. Nei sogni notturni una fi gura mostruosa, di proporzioni enormi, tanto da arrivare a toccare il cielo con la testa, cercava di afferrarlo. Di giorno udiva provenire da muri, sassi e ventri di animali, voci che lo riconoscevano quale Apostolo di Allah. Muhammad viveva queste esperienze con terrore, temendo di essere impazzito o di essere indemoniato. Una notte la solita figura gli comparve nuovamente in sogno: stringeva tra le mani un broccato su cui era scritto qualcosa e lo obbligò a leggere, nonostante tutte le sue resistenze. Al risveglio quelle parole erano impresse a fuoco sul suo cuore. Per i musulmani su quella stoffa erano stampate le parole che costituiscono l’incipit del Corano. La letteratura sacra non era nuova a questo tipo di storia: nell’ambito cristiano, infatti, si avvaleva già di un simile esempio nel Libro di Ezechiele o nell’Apocalisse di Giovanni, anche questo un testo nato, secondo gli insegnamenti, dal contatto con un’altra dimensione. Nel Corano, dunque, il sogno e la visione hanno un ruolo indiscutibile e scandiscono i passi salienti del testo. Vi si racconta, tra l’altro, del viaggio che Allah fece compiere al suo Profeta durante la fase onirica: Sia Lode a Dio, il quale, una notte, fece salire il Suo Inviato dalla Santa Casa alla Casa Celeste, affinché potesse mostrare a voi i Nostri Segni. I miscredenti non credettero alla veridicità dell’accaduto e il sogno divenne espediente per mettere alla prova la fede. Il sogno, quindi, è anche tentazione (fitna): Ricorda, Mohammad, di quando ti dicemmo che Dio è costantemente sugli uomini. E la visione che ti mostrammo la ponemmo quale tentazione per essi, allo stesso modo che, nel Libro, vi è l’Albero Maledetto. Noi minacciammo agli uomini i Nostri Castighi, ma ciò accresce solamente la loro miscredenza! In un’altra occasione, attraverso il sogno, Dio legifera. Egli, che è Onniscente, fa vedere al Profeta ignaro un suo pellegrinaggio verso la Mecca secondo le usanze preislamiche. Egli dovrà realizzare la visione nella veglia, pur paventando una pessima reazione dei Meccani, e il risultato sarà l’introduzione dell’uso del pellegrinaggio alla Santa Moschea nel culto islamico: Dio renderà concreta la visione da Lui mandata al Suo Inviato, quando gli disse: «Voi entrerete nella Santa Moschea vincitori, dopo esservi rasi il viso e accorciati i capelli e questa è promessa di Dio!» Egli conosce ciò che voi ignorate e ben presto vi concederà la sospirata vittoria! Attraverso la storia di Abramo e del sacrificio di Isacco, invece, si ribadisce la veridicità del sogno e il suo potere di legare i buoni a Dio. Abramo realizza il contenuto del sogno accingendosi al sacrificio del figlio, che si presta come docile vittima all’avverarsi della volontà di Allah. L’atto volontario è frutto dell’ispirazione divina e diventerà ricompensa stessa della fede: E noi gli demmo il lieto annuncio di un figlio, il quale
crebbe paziente e mite. Ma come Abramo fu sul punto di immolarlo, Noi lo chiamammo: «Abramo! Fermati! Ora Dio sa che tu sei nel numero dei Credenti e dei Timorati!». Ma sicuramente all’interno del Corano la storia di sogni e di interpretazioni più rilevante e rappresentati va è quella di Yûsuf, che si incentra fondamentalmente attorno a due sogni significativi: quello delle undici stelle, del Sole e della Luna e l’altro, celeberrimo, del Faraone. Nel primo caso il sogno, opportunamente compreso dal padre di Yûsuf, rivela al giovane la volontà di Dio di concedergli il dono dell’interpretazione: Un giorno Giuseppe disse a Giacobbe, suo padre. «Padre mio,
ho visto in sogno il Sole, la Luna e undici stelle e tutti si prosternavano
davanti a me». Nel secondo caso Yûsuf, il Benigno e il Favorito da Dio per ricompensa alla sua fede, legge il sogno del Faraone che è capo della corte idolatra. Per i musulmani solo chi è puro di cuore può interpretare i segni divini. Ciò rende alta dignità alla figura dell’onirocritico. Infatti, poiché Satana può interferire col sogno suscitando invidia nell’animo degli uomini, i sogni vanno raccontati solo a persone buone e compassionevoli: «Sire, io so chi potrà farvi conoscere il significato del vostro sogno, ma ora si trova in prigione. Andrò da lui ed egli mi svelerà ogni recondito segreto!». Si recò da Giuseppe e gli disse: «Giuseppe, Operatore del bene, dimmi che cosa significano sette vacche grasse mangiate da sette vacche magre e sette spighe verdi vicino a sette spighe secche. Parla affinché io possa riferirlo al Faraone e ai suoi Consiglieri». In una società religiosa, quindi, in cui l’istituzione del sacerdozio non è contemplata, il sogno diventa il mezzo espressivo per eccellenza con cui Dio si rivolge anche agli uomini comuni, e non solo ai Profeti, concedendo loro una piccola rivelazione, figlia minore della profezia stessa. L’onirocritica islamica trova la sua funzione nell’individuazione del sogno veridico, ru‘ya¯, che proviene da Dio e ha carattere divinatorio. A questo si contrappone un secondo genere di sogno, hulm, che è invece espressione di Satana, la cui natura fastidiosa e molesta ne rivela immediatamente l’origine. Un caso a parte costituiscono i sogni che vengono definiti «grovigli di sterpi», un’interessante denominazione per quelle esperienze oniriche che, secondo l’accezione islamica, sono una manifestazione del limitato pensiero dell’uomo che si ripiega su se stesso, perso nelle sue congetture anche quando dorme, e che nulla hanno a che vedere con la dimensione trascendente. Secondo l’onirocritica islamica individuare la provenienza del sogno è, tutto sommato, semplice e semplicistico. La discriminazione si basa infatti su due concetti essenziali: il primo di carattere sensibile, ossia un sogno che viene da Dio produce al sognatore sensazioni piacevoli, mentre un sogno demoniaco infligge percezioni sgradevoli che ne sottolineano i contenuti ingannevoli. Il secondo è di matrice etica, per cui più che considerare obiettivamente il contenuto del sogno, si giudica la personalità del sognatore che, se sincero, produrrà sicuramente materiale onirico attendibile. Ciò trova conferma nello scritto Il giardino dei devoti di Imam an-Nawawi, che riferisce come per Muhammad colui che è il più veritiero nel sogno è anche il più veritiero nel raccontarlo. Nawawi spiega che per i profeti il sogno è una delle quarantasei parti della profezia, definizione che si avvicina in modo impressionante alla tradizione talmudica in cui varia solo l’elemento numerico. Secondo la cultura ebraica il sogno rappresenta la sessantesima parte della profezia, mentre il sonno un sessantesimo della morte. Ma l’accezione del termine profezia non può considerar si nella sua valenza più banale, cioè quella di previsione. La sua valenza è decisamente più esoterica e una chiave di lettura interessante la propone indirettamente Papa Gregorio Magno, il quale sostiene che «è il caso di tener conto che la finalità specifica della profezia non è di predire il futuro, ma di rivelare ciò che è occulto». Sognare diventa quindi la possibilità stessa di aprirsi alla profezia e di esplorarne le sconfinate vie, la possibilità intrinseca all’uomo di farsi luogo per accogliere Dio attraverso le immagini, Dio che è l’Immagine per eccellenza. Ma, come sentenzia un antico insegnamento islamico, «il sogno è per il primo interprete», ossia appartiene non tanto al sognatore, che ha semplicemente il potere di produrlo, ma a colui che possiede le chiavi per penetrarlo e spiegarlo, tanto da poter innescare quel processo di eventi reali che non potrà più essere arrestato. Infatti, secondo la tradizione musulmana, «il sogno si avvera secondo la sua interpretazione», essendo quest’ultima il fatto reale e non il sogno in sé, che, senza un’adeguata lettura, rimarrebbe esperienza priva di senso. Di qui la necessità di scegliere adeguatamente la persona cui raccontare ciò che si sogna, così come quella di non riferire affatto i propri incubi, che vanno esorcizzati addirittura in maniera fisica, sputando tre volte al suolo, verso sinistra, come vuole il costume popolare, per scacciare il Maligno e rimettersi a Dio. Ancora una volta i punti di contatto con la tradizione ebraica sono netti. Nel Talmud, infatti, si racconta di Rabbi Bannah che, avendo fatto un sogno, lo portò a interpretare dai ventiquattro onirocritici presenti a Gerusalemme. Ricevette in cambio ventiquattro interpretazioni diverse, eppure il Libro Sacro insegna che nessuna di esse fu falsa, perché tutte si avverarono. È evidente, quindi, che l’onirocritico gestisce un potere infinito, assurgendo de facto al ruolo di tramite tra l’umano e il divino e potendo concreta mente influenzare la vita del prossimo. Per la cultura islamica, e d’altro canto per numerose altre culture, egli è il depositario della verità che risiede nel sogno, nell’ottica in cui sogno e veglia, essendo due stati dell’essere, si equivalgono, sebbene il primo celi in sé la possibilità di accedere a una conoscenza superiore. C’è un elemento, però, che caratterizza l’interpretazione del sogno nell’Islam, rendendola fondamentalmente fatto religioso e non spirituale e distinguendola dalle culture in cui l’interprete, mosso dall’ispirazione, è libero di perdersi nei meandri della propria particolare sensibilità: la conoscenza pedissequa, addirittura mnemonica, del Corano e delle Tradizioni, dato che ad essi si attinge per poter decodificare la valenza dei simboli onirici. Sono in linea di massima tre i criteri per svelare il senso dell’elemento sognato: ricordarne, qualora ne esistesse un esempio, l’interpretazione data dal Profeta Muhammad in vita, rifarsi al significato allegorico che gli si riferisce nel Libro Sacro, lavorare sul nome dell’oggetto del sogno attraverso il suo significato, il suo senso opposto o la sua valenza etimologica. A tal proposito, così è riportato nel Ta‘bir al-ru‘ya¯, antichissimo trattato sull’interpretazione del sogno veridico che la tradizione vuole di Muhammad Ibn Sı¯rı¯n, sebbene problemi di datazione non confermino tale attribuzione: Il sogno si interpreta in relazione ai tempi e ai momenti, talvolta con l’ausilio del Libro di Dio, talvolta delle Tradizioni o dei Proverbi. Può non rivolgersi a colui che sognò ma a chi gli somiglia nell’aspetto o nel nome. Il sogno si interpreta secondo il nome dell’oggetto sognato, considerandone il significato o il contrario o l’etimologia, qualche volta aumentando o qualche volta riducendone il valore. Interessanti i casi esemplificativi del concetto di interpretazione che fornisce la stessa opera: Esempi di interpretazione secondo Il Corano sono le uova, che indicano le donne per il versetto «Esse sono come uova celate», oppure la pietra che indica la durezza di cuore per il versetto «I vostri cuori si indurirono e divennero come le pietre». […] Esempi di interpretazione mediante le Tradizioni sulla vita del Profeta sono il corvo e il topo che indicano l’uomo e la donna turpi, perché turpi il Profeta chiamò questi animali, oppure la costola che rappresenta la donna poiché, come disse Muhammad, su di lui siano la preghiera e la pace, la donna fu creata da una costola ricurva. […] Esempi di interpretazione mediante il significato letterale del nome sono i nomi propri: Fadl vuol dire ‘eccellenza’, Ra¯sˇid ‘rettitudine’, Sa¯lim ‘pace’. […] Un esempio di interpretazione per contrario è il pianto che significa gioia purché non sia accompagnato da grida, urla o grande pena del cuore. Il mu‘abbir, ‘interprete di sogni’, quindi, non è un veggente, come negli usi preislamici. È un dotto e un indottrinato, che si inserisce in un quadro teocratico e che può muoversi in un ambito definito e delimitato: quello della Legge rivelata. E, per non influenzare negativamente la profezia contenuta nel sogno, deve essere irreprensibile da un punto di vista morale, come testimonia la Sura di Giuseppe. Su esempio del Profeta, l’uomo comune sentì l’esigenza di appropriarsi del linguaggio dei sogni. Sotto tale impulso, il numero degli interpreti aumentò incredibilmente e, quando anche questi non bastarono più ad appagare le necessità onirocritiche, nacque il bisogno di mettere per iscritto i criteri che imbrigliavano l’interpretazione nel quadro dell’insegnamento coranico. Il primo e più importante insegnamento riguarda l’oggetto sognato, inserito in una gerarchia che chiaramente prevede al primo posto Dio. Seguono per importanza, in maniera non così vincolante e rigida, i profeti e i giusti, gli esseri sovrannaturali (figure angeliche e demoniache), gli uomini, gli animali, i defunti: Sognare che il Sublime, l’Altissimo, esprima approvazione, si interpreta come benedizione, felicità e prosperità. Tale sogno, inoltre, indica che così lo si incontrerà nel Giorno del Giudizio poiché Egli approva l’operato della nostra vita. […] Sognare un angelo porta onore nella vita terrena, felicità e vittoria alla gente del luogo ove il sogno è avvenuto. Sognare gli angeli di rango più elevato è buon auspicio e predice sˇaha¯da, fertilità, abbondanza di pioggia, dovizia di ricchezza e modicità dei prezzi. […] Un uomo sconosciuto apparso in sogno è davvero un angelo e perciò non necessita di interpretazione. […] L’apparizione del Profeta in sogno è di buon auspicio e può indicare molte azioni di pietà purché non compaia alcun elemento riprovevole, in questo caso, infatti, il sogno è presagio di afflizione nella vita materiale e di miseria. Le nuove correnti: il Voice Dialogue Gli anni Sessanta vedono l’avvio di un grande periodo di trasformazione per quanto riguarda la psicologia. Personaggi come Abraham Maslow sentono la necessità di recuperare qualcosa rispetto a quanto fatto dalla psicoanalisi: per la precisione l’attenzione allo spirito e alla sua reintegrazione col corpo. Infatti, si riscopre il concetto secondo cui l’uomo è l’insieme di tre sfere (corpo, emozioni e mente), le quali costituiscono un unicum inscindibile, e si recupera in tal senso l’idea di consapevolezza, cardine attorno cui verte la neonata Psicologia Umanistica. Il lavoro sul corpo diventa fondamentale. Si afferma il concetto di grounding, ‘radicamento’, e si punta l’attenzione sull’esperienza delle energie che animano la Terra e l’uomo in un continuo interscambio. Ma lo stesso Maslow comprende che, al di là della terapia e dei percorsi di crescita interiore, c’è un punto in cui l’uomo si ritrova a proseguire il suo cammino da solo. È solo oltre questa soglia che secondo lui è possibile svolgere la meditazione. Negli anni Settanta dà vita, allora, alla Psicologia Transpersonale: questa branca concilia la scienza e le tradizionali filosofie orientali. Pone l’attenzione sulle alterazioni dello stato di coscienza e afferma un nuovo modello di consapevolezza: […] la consapevolezza era ora vista come un sistema energetico in movimento, composto di diversi «strati», e alla persona era possibile, così, fare esperienza di diversi livelli di coscienza. Anche l’esperienza spirituale e trascendentale era considerata un livello della consapevolezza. In questa fase storica si rivolge molta attenzione ai sogni, alle esperienze psichedeliche, ai processi creativi e all’ipnosi, alla meditazione, tanto che si arriva alla volontà di comprendere il funzionamento del cervello in relazione a tali fenomeni anche da un punto di vista fisiologico. Si giunge alla teoria dei due emisferi: quello sinistro, che governa la parte destra del corpo, cui appartiene il pensiero logico, e quello destro, a capo della parte sinistra del corpo, che è sede del pensiero analogico (immaginazione, intuizione, creatività, ecc.). L’ulteriore passaggio sarà l’ideazione della Psicologia della Trasformazione, così denominata poiché utilizza un potente lavoro di tipo energetico per arrivare a una presa di coscienza e alla consequenziale trasformazione (in senso di crescita). In seno alla corrente della Psicologia della Trasformazione si formano Hal e Sidra Stone, che daranno vita negli anni Ottanta al Voice Dialogue, un nuovo modello di consapevolezza che integra perfettamente il lavoro sugli schemi di energia con l’attenzione al sogno, pur non dimenticando Jung e il suo prezioso insegnamento sugli archetipi e sull’inconscio collettivo. Il Voice Dialogue, come i più attuali modelli di espansione del potenziale umano, propone sul sogno un lavoro che sia esperienziale, basato, cioè, non sull’interpretazione, ma sulla messa in atto di tecniche che favoriscano la creatività, l’auto-osservazione, la presa di coscienza e la personale rielaborazione al fine di un’evoluzione interiore. Nel Voice Dialogue la consapevolezza non è un punto d’arrivo, uno stato conseguito, ma un processo evolutivo costantemente in fieri che riconosce tre livelli distinti, seppur strettamente interconnessi: il primo, la visione lucida, corrisponde a una osservazione distaccata e oggettiva della vita, che, quindi, si discosta da qualsiasi atteggiamento di aspettativa o di giudizio, come nello stato del testimone insegnato da Platone. Il secondo è l’esperienza degli schemi di energia, intesi come tutte le parti che animano l’uomo (sub-personalità) e che danno vita al teatro interiore: ogni energia ha le sue determinate caratteristiche e risponde alle sue leggi e norme di comportamento. Questo livello non appartiene all’individuo ma all’Umanità, poiché costituisce un archetipo e fa parte del bagaglio dell’inconscio collettivo e il Voice Dialogue è appunto il dialogo delle voci che animano l’umano mondo interiore. Il terzo livello è costituito dall’ego, identificato nella sua accezione tradizionale di parte operativa, che compie le scelte e che è sopraffatta dalle sub-personalità. Lo scopo del Voice Dialogue è dunque «radicare un ego consapevole», creare, cioè, un ego che sia in grado di compiere scelte incondizionate e reali. Secondo gli Stone, quando il bambino nasce ha di fronte a sé l’opportunità di essere tutto ciò che vuole. Saranno i condizionamenti culturali, sociali, oltre che le esperienze individuali, a fargli scegliere di aderire a certi schemi, negandone altri che ne costituiscono l’opposto. Le energie scelte saranno emblema delle strategie di sopravvivenza. Serviranno secondo il suo inconscio a fargli ottenere ciò di cui ha necessariamente bisogno: l’amore e l’approvazione del prossimo in relazione all’ambiente in cui vive. Nella scelta del bimbo, infatti, non c’è un criterio etico. Ad esempio, essere mafioso può rappresentare un modo di ottenere il rispetto e il riconoscimento del prossimo in uno specifico contesto. Le sue opportunità si ridurranno quindi del 50 per cento, a discapito delle scelte trascurate che divente ranno energie rinnegate, presenti in lui comunque, ma ingestibili nei momenti della vita in cui emergeranno. Le energie primarie, gli schemi che rappresentano le leggi in base a cui muoversi nel mondo, hanno l’importantissima funzione di proteggere la vulnerabilità, la parte fragile dell’individuo, che, sempre esposta, non reggerebbe l’urto della vita. In questo processo di riconoscimento delle archetipiche parti interiori, il sogno ha uno spazio rilevante. Il Voice Dialogue rifiuta qualsiasi forma di interpretazione. Lavora invece sulle similitudini tra le scene oniriche e le situazioni della quotidianità. Il principio cardine cui fa riferimento è che «il sogno è esclusivamente del sognatore». Infatti, affinché possa recepire il messaggio proveniente dal suo sogno, deve consentire al suo inconscio di respirare nella realtà, per cui il facilitatore ha semplicemente il ruolo di aiutarlo a individuare le connessioni, facendo sobriamente da specchio e rimandando le proprie impressioni attraverso la formula «Se fosse il mio sogno»: Ogni notte i sogni passano in rassegna le attività del giorno e ce ne danno un riscontro in modo molto obiettivo. Ci danno informazioni sul processo psicologico del momento, evidenziando le aree coscienti e dando immagini specifiche delle aree di cui non siamo coscienti. Quanta più attenzione si presta ai sogni, tanto più chiaro diventa il loro messaggio. Per gli Stone il sogno è anche l’opportunità di osservare come su un grande schermo i propri piccoli Io in azione. Definiscono Io onirico la parte del sognatore che all’interno del sogno vive e agisce, il protagonista, che d’abitudine si identifica con l’ego operativo o con le energie primarie in azione in quella situazione specifica. Se il sogno consente alle energie primarie di esprimersi e manifestarsi, riproducendo i comportamenti della quotidianità, l’incubo serve a palesare le energie rinnegate: [Gli incubi] ci portano le energie più rinnegate, gli aspetti della personalità da cui ci siamo più allontanati. Quanto peggiore è un incubo, tanto più potenti sono gli aspetti rinnegati in azione. […] Così visti, gli incubi sono i nostri più grandi maestri, e dovremmo ringraziarli per quel che ci portano. Tutto sommato, se l’incubo è venuto a noi, vuol dire che siamo ancora in contatto con quell’energia inconscia, che c’è ancora possibilità di trasformazione e di integrazione. Integrare un aspetto vuol dire poterlo inglobare, opportunamente trasformato, nella nostra personalità: poterlo, quindi, esprimere, utilizzare o comunque esserne coscienti in modo che non saboti la vita. Secondo Voice Dialogue c’è una figura archetipica e affascinante, presente in ogni essere umano a dispensare episodi onirici: il Tessitore di Sogni. Non è un’invenzione degli Stone, ma uno stimolo interessante raccolto da tutte le tradizioni e le civiltà che attribuiscono grande importanza all’interiorità e all’aspetto spirituale della vita. La sua funzione è quella di guidare l’anima nel suo percorso evolutivo: È un’idea che dà soggezione, ma anche conforta, il comprendere che dentro di noi vi è un’intelligenza capace di dirigere il processo dei nostri sogni e che persegue l’obiettivo di farci diventare esseri umani più consapevoli. Questo Tessitore di Sogni è venerato in molte società dove il sogno è utilizzato come accesso diretto ai processi inconsci – società in cui la vita dello spirito è della più grande importanza. Il Tessitore ha un ruolo fondamentale per l’aspetto relazionale della vita. Attraverso i sogni, infatti, rivela ciò che sta davvero accadendo nei rapporti, illustrandone le dinamiche nascoste dietro tante apparenze, e suggerendo la giusta indicazione a seconda della circostanza. Invita, in altre parole, a vivere la relazione in maniera consapevole e a condividere con l’altro il contenuto dei propri sogni, perché secondo gli Stone, tra persone che vivono un qualsiasi tipo di legame affettivo esiste una connessione animica, per cui l’esplorazione del proprio e dell’altrui mondo inconscio rappresenta la possibilità di relazionarsi anche a livello spirituale e di integrare ciò che l’altro offre, ossia tutto ciò che si è rinnegato in sé. «In generale è nei sogni che i nostri sé dimenticati cominciano dapprima a chiamarci». L’incontro con l’altro costituisce infatti la migliore opportunità di riportare alla luce parte di quel 50 per cento represso: quando nel prossimo, nonostante l’amore che per lui si nutre, si riscontrano caratteristiche che arrecano fastidio o dolore o qualsiasi tipo di frizione interiore, si è semplicemente di fronte a ciò che di sé non si vuole riconoscere, poiché inibito: Il Tessitore di Sogni lavora giorno per giorno, fornendo un riscontro sulle nostre attività quotidiane e dandoci le informazioni necessarie per vivere le nostre relazioni in modo più cosciente. Ci mostra che cosa sta accadendo sotto la superficie quando la vita sembra svolgersi, al di sopra, molto normalmente. Accade spesso che i due partner facciano simultaneamente un sogno che tocca lo stesso tema. Personalmente, ci siamo accorti che quando ci risvegliamo tutti e due durante la notte senza nessuna ragione apparente, spesso è il Tessitore di Sogni che vuole catturare la nostra attenzione. Molte volte, i nostri rispettivi sogni, una volta messi insieme, portano un unico messaggio per noi. È fondamentale avere col Tessitore un rapporto cosciente e attivo: per esempio gli si può porre una domanda prima di coricarsi circa un problema che arreca afflizione, e la sua risposta, che ha la funzione di chiarire le idee del sognatore o di suggerire la via giusta per la soluzione, arriverà attraverso le immagini del sogno. Ma il sogno non è soltanto l’attività onirica notturna, anche l’aspetto magico della vita. Voice Dialogue, come tutte le recenti correnti che hanno riportato in auge il concetto di bambino interiore, attribuisce notevole importanza alla riscoperta nell’uomo delle parti bambine, che sono energie fondamentali, poiché portano in sé tante risorse: Il bambino interiore ci fa rimanere umani. Non cresce mai, diventa soltanto più sensibile e fiducioso via via che noi impariamo a dargli più tempo, più attenzione e l’affetto che così ampiamente merita. Proprie del bambino, infatti, sono la spontaneità, la genuinità, la curiosità nei confronti della vita, la gioia, la capacità di giocare e divertirsi. Nella relazione le energie bambine entrano molto in gioco: vanno accudite e protette, poiché in dinamica soffrono per la propria vulnerabilità esposta e hanno quindi bisogno di stabilità affettiva, ma sono anche le parti che creano reale intimità col prossimo: il bambino sa vivere a contatto con la Natura e con le energie cosmiche. Per Voice Dialogue, infatti, tra le diverse energie bambine ne esiste una che vive profondamente la relazione col trascendente: il bambino magico, quella parte dell’uomo che sa ancora vedere negli spazi vuoti tra le cose, che ha la naturalezza di un saggio, che percepisce ciò che le parti adulte non sentono più, che crede incondizionatamente. Ricontattare tale energia aiuta l’uomo a riappropriarsi del seme di deità che ha in sé: Il bambino magico in realtà è fratello o sorella del bambino giocoso: è il bambino della fantasia e dell’immaginazione, il bambino del lobo destro del cervello, dell’intuizione e dell’immaginazione creativa. È anche, in parte, la fonte delle visioni. Anch’esso si perde ben presto all’inizio della vita quando i pesi massimi prendono il sopravvento, e spesso, per farlo uscire, bisogna persuaderlo con molta gentilezza, cosa che richiede grande sensibilità da parte del facilitatore. Il bambino magico, prima di mostrarsi, essendo di solito molto timido, deve sapere che la stessa energia magica è stata attivata nel facilitatore. Comunque, quali che siano i futuri sviluppi di questa e altre correnti contemporanee, il Voice Dialogue ha segnalato un’esigenza generale, di cui tutti gli operatori della salute e del benessere sono pienamente consapevoli: quello che abbiamo appreso nel corso del Novecento dalla psicologia e dalla psicoanalisi sperimentali va ricongiunto e ricomposto con la parte migliore dell’eredità ancestrale che tutte le tradizioni testimoniano. Questo ricongiungimento è di sicuro un segnale positivo, anche perché indica una rigenerazione del nostro sapere nel solco dell’antico. Così, la scienza della Psiche potrà tornare ad essere la scienza di Psiche, cioè una capacità integrale di ascolto dell’Anima. Il sapere dei Padri – e delle Madri – riacquisterà pieno vigore non solo nei nostri viaggi notturni, ma anche nel cammino che facciamo quotidianamente con gli occhi bene aperti. |
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