Anna Petroni
DROGHE LEGALI
Il nostro agente in missione tra smart shop e farmacie

 
Negozi molto furbi | Prodotti per tutte le esigenze | Attenzione in cucina e in giardino | Conti in tasca | Quattro passi in farmacia | Drugstore cowboy: droghe o medicine? | Il business in (poche) cifre
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Negozi molto furbi

Storia recente

Il fenomeno delle cosiddette «droghe vegetali» comincia alla fine degli anni Novanta, con le campagne mediche e pubblicitarie contro il boom di ecstasy e droghe sintetiche da discoteca. La diffusione delle informazioni colpisce anche quella parte di pubblico che non intende rinunciare a uno stato alterato della coscienza ma che vorrebbe cercare una via «naturale» per raggiungerlo. Si presentano così sul mercato europeo un ventaglio di sostanze di origine vegetale che promettono gli stessi effetti «da sballo» delle pasticche, ma senza danni collaterali. Si scoprirà poi che non è esattamente così e che, in molti casi, naturale non è sinonimo di ‘sano'. Per niente scoraggiati dalle ricerche mediche e dai primi provvedimenti giuridici, i consumatori di pasticche «tradizionali», stanchi di vedere compagni di serata crollare sulla pista da ballo per un cocktail di alcool e anfetamine di troppo, si rivolgono a prodotti che vengono subito etichettati come smart: aggettivo che, in quel periodo, nei Paesi anglosassoni si accompagnava a una serie di prodotti per dimagrire. Le smart drugs, dette anche ecodrugs, ricevono il loro battesimo, e contemporaneamente la loro consacrazione, a Ibiza, nel tempio del divertimento discotecomane europeo: l'isola frequentata da milioni di ragazzi di ogni nazione lancia infatti la nuova moda e c'è chi, cogliendo al volo il potenziale business, intraprende immediatamente il commercio delle nuove droghe, che sembrano presentare meno problemi «di gestione» rispetto alle vecchie, soprattutto perché, trattandosi in gran parte di sostanze sconosciute, c'è un buon margine di tempo prima che vengano effettuate ricerche mediche che potrebbero farle dichiarare illegali. Naturalmente, la comparsa di queste sostanze riporta in primo piano il mai del tutto sopito dibattito sull'antiproibizionismo e, mentre medici e legislatori cercano di tener dietro al ritmo incalzante con cui vengono proposte le nuove droghe, ci si interroga sul continuo spostamento della frontiera tra legale e illegale in un campo difficilissimo da controllare perché potenzialmente inesauribile: la Natura.

Con il nuovo millennio aprono anche in Italia veri e propri smart shop, ispirati nel nome ai famosi coffee shop olandesi, ma con una sostanziale differenza: in Olanda la vendita di hashish e marijuana è tollerata, in Italia no. Fedeli al trend lanciato a Ibiza e ormai dilagante in tutta Europa, i gestori di questi negozi nutrono una sconfinata fede nelle possibilità della chimica applicata alla Natura e fanno un cieco affidamento sulla capacità umana di trovare sempre nuove sostanze con cui «sballarsi» senza infrangere la legge: sulla base di questo assunto, questi negozi hanno proliferato situandosi proprio sul mutevole confine tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Inoltre, dal punto di vista dei potenziali consumatori, al di là della possibilità di entrare in contatto con sostanze sconosciute ai più e che, fino a poco tempo prima, erano del tutto irreperibili in Italia, c'è anche la serenità di non correre guai con la legge. Un discutibile approccio di molti di questi negozi è quello di presentarsi al pubblico dei più giovani con lo scopo di educare e informare i clienti sui rischi derivanti dall'uso di droghe sintetiche per convertirli alle sostanze naturali, trascurando però di segnalare che anche quest'ultime non sono immuni da effetti collaterali di varia natura. Insomma, se per qualcuno l'iniziativa di aprire un negozio che vende sostanze stupefacenti perfettamente legali è un modo molto divertente di esplorare i confini degli stati alterati di coscienza senza sporcarsi la fedina penale, al tempo stesso guadagnandoci su, per la maggior parte dei gestori c'è in ballo una specie di missione educativa finalizzata a guidare i giovani verso esperienze controllate e di origine naturale, allontanandoli dal sordido mercato degli inaffidabili spacciatori «che non sai mai cosa ti vendono davvero». Ma neppure delle etichette di un tipico prodotto da smart shop ci si può fidare più di tanto…

Prodotti per tutte le esigenze

All'interno del circuito degli smart shop e delle ecodrugs si distinguono comunemente due categorie di prodotti: energizzanti/afrodisiaci da un lato e allucinogeni/rilassanti dall'altro. Possono essere messi sul mercato sotto forma di compresse, bevande, erba essiccata da fumare o da consumare in infuso. In corrispondenza di questa divisione possiamo grossomodo suddividere anche il popolo dei consumatori di sostanze stupefacenti in due ipotetiche macrocategorie: i «mistici» e i «profani»:

• I «mistici» sono coloro che si rivolgono alle sostanze psicoattive perché sono alla ricerca di un percorso evolutivo interiore anche all'interno del consumo. Preferiscono le sostanze naturali poco o affatto trattate chimicamente perché attribuiscono un senso mistico alla loro esperienza che, in genere, fanno risalire a una presunta naturalità del consumo di droghe nell'essere umano.

• I «profani», invece, tendono a non fare distinzioni tra chimico e naturale, purché la sostanza in questione sia efficace. Dirigono i loro consumi sulla base degli effetti ricercati: riuscire a ballare e a divertirsi tutta la notte, «sballare» più o meno lucidamente, risvegliare la propria vita sessuale, ma anche, più banalmente, dimagrire senza necessariamente mettersi a dieta, oppure concentrarsi sullo studio dopo una serata tirata fino a tardi.

Adeguandosi alle caratteristiche di queste due tipologie, gli smart shop offrono prodotti che soddisfano le esigenze dei consumatori appartenenti a entrambe le categorie, cercando di non oltrepassare i limiti imposti dalla legge. Anche se non sempre ci riescono. Offrono da un lato prodotti naturali (da consumare in tisana o da fumare a seconda dell'intensità dell'effetto desiderato), dall'altro energy drink e anfetamine cosiddette «naturali» (herbal ecstasy: herbal xtc). Denominatore comune a ciascuna sostanza è l'origine assolutamente naturale, anche se poi i prodotti possono essere soggetti a manipolazioni chimiche, come nel caso delle bevande energetiche o delle pasticche.

Introduzione alle sostanze psicoattive

Anche se esistono moltissime piante che contengono sostanze chimiche che possono alterare i sensi e lo stato mentale, i cosiddetti «princìpi attivi», il campo dei veri e propri allucinogeni è limitato a un piccolo numero di composti chimici, non sempre considerati illeciti dagli ordinamenti giuridici. La maggior parte di queste sostanze sono note da migliaia di anni presso diverse civiltà e vengono comunemente definite «droghe etniche» perché il loro uso fa ormai parte del patrimonio culturale e delle usanze, anche religiose, di numerosi popoli sparsi in ogni angolo del mondo. Non entrando nel dibattito di carattere antropologico sull'uso delle droghe da parte di popolazioni indigene, segnaliamo che c'è chi sostiene che l'uso di sostanze psicoattive potrebbe perfino essere all'origine dell'idea di divinità. Infatti, piante e funghi psicoattivi sono considerati – all'interno di molte tradizioni – come un dono lasciato agli uomini dalle divinità e il loro consumo è una componente basilare di diversi riti religiosi, iniziatici, terapeutici e divinatori.

Le sostanze psicoattive di origine naturale, cioè derivate dalle piante, sono composti a base di carbonio, elemento che si ricollega direttamente al processo vitale della pianta stessa. Questi composti possono essere suddivisi in due macrocategorie: quelli che contengono azoto nella loro struttura molecolare, detti anche alcaloidi, e quelli che non lo contengono, come ad esempio i cosiddetti «Cannabinoli», cioè i princìpi attivi della marijuana. Gli allucinogeni appartenenti al primo gruppo sono i più comuni e i più conosciuti: ne fanno parte la Caffeina, la Nicotina, la morfina e la cocaina: tra alcaloidi puri, relative basi e composti con strutture molecolari complesse se ne contano circa 5mila, tutti di origine organica (contengono, infatti, anche ossigeno, azoto, idrogeno e carbonio).

Tutte le droghe, e in particolare gli allucinogeni, hanno effetto sul sistema nervoso centrale (Snc), ma possono influire anche su altre parti del corpo con implicazioni sia fisiche sia psichiche. Tenendo presente che quasi tutte le sostanze psicoattive sono biodinamiche, cioè influenzano il metabolismo animale, è la Psicofarmacologia a studiarne gli effetti sul corpo e sulla mente: effetti che, generalmente, sono di breve durata e persistono fino a quando i princìpi attivi restano nell'organismo.

È bene inoltre ricordare che, quando una pianta contiene una sostanza attiva, il primo campo ad essere indagato è quello delle sue potenziali applicazioni in ambito medico e farmacologico, e molti composti che presentano effetti allucinogeni possono trovare applicazione anche in settori diversi da quelli in cui la loro psicoattività è rilevante. È noto l'esempio della Scopolamina, un alcaloide estraibile da piante appartenenti alla famiglia della belladonna che, se assunto in determinati dosaggi, comporta allucinazioni e uno stato di ebbrezza, tra il sonno e la veglia, non privo di effetti collaterali: ciò non toglie che negli Stati Uniti sia usato a basso dosaggio in diversi farmaci antistaminici contro il mal di mare.

Attenzione in cucina e in giardino

La maggior parte delle sostanze allucinogene attualmente reperibili sul mercato provengono dall'altro emisfero del mondo o da Paesi esotici e lontanissimi. Ma a ben guardare perfino la nostra cucina – per non parlare del prato sotto casa – possono rivelarsi posti molto pericolosi. Negli Stati Uniti, con il termine drugs si indicano non solo le droghe e le medicine, ma anche le spezie. Tra quest'ultime, ce ne sono alcune, talvolta di uso comune, che potrebbero rendere ancora più spinosa la questione del confine tra legale e illegale.

Noce moscata (Myristica fragrans)

La noce moscata è il frutto della Myristica fragrans, pianta appartenente alla famiglia delle myristicaceae, originaria delle Isole Molucche ma molto diffusa praticamente ovunque. La noce in sé ha una forma allungata che ricorda un piccolo siluro, è composta da un mallo esterno che, quando la noce è matura, si apre in due gusci morbidi che contengono la noce vera e propria. Gli usi culinari di questa spezia sono molto diffusi, soprattutto per la preparazione di dolci, mentre i suoi effetti allucinogeni sono sconosciuti ai più. Tali effetti sono dovuti essenzialmente alla presenza di due composti attivi: l'acido mistrico e l'Elemicina, le cui strutture chimiche sono molto simili a quella della Noradrenalina o alle anfetamine di sintesi. In realtà, la noce moscata produce effetti più vicini a quelli dell'Lsd che a quelli dell'anfetamina, effetti quindi a carattere prevalentemente allucinogeno:

Avevo sentito parlare della possibilità di fumarsi la noce moscata e l'ho sempre considerata una sciocchezza. Però una sera con un po' di amici eravamo in un clima scherzoso e così ci abbiamo provato. Non so se sia stata suggestione o cos'altro, però posso dire che in mancanza di meglio… [P., 25 anni, studentessa di Psicologia]

In realtà, per ottenere qualche effetto di tipo allucinogeno si devono macinare almeno dieci noci moscate (la quantità dipende anche dalla loro provenienza), lasciarle macerare per una notte in acqua calda e usarle per un infuso. Dopo l'assunzione può verificarsi un breve intervallo prima che gli effetti si manifestino: coloriture molto particolari a seconda del paesaggio, euforia e leggere allucinazioni. La noce moscata può essere tranquillamente acquistata in qualsiasi negozio di alimentari a un prezzo molto modesto e viene venduta in due versioni: intera o grattugiata. È preferibile sceglierla intera perché contiene una varietà di oli essenziali che svaniscono rapidamente al contatto con l'aria. Vero è che gli effetti collaterali gastrointestinali sono tanto sgradevoli da funzionare come deterrente per un uso frequente perché provocano una forte intossicazione:

La noce moscata, anche se fin dal Medioevo era conosciuta come sostanza terapeutica, veniva ricercata per le sue qualità afrodisiache, per le quali è utilizzata ancora oggi in Oriente, particolarmente nello Yemen, in India e in Malesia, dove addirittura viene usata per curare le malattie di cuore e le insufficienze renali. Anche nella Farmacopea tradizionale occidentale la noce moscata rientra in diverse ricette riconducibili alla stregoneria popolare: ad esempio, se a mezzo grammo di questa sostanza si uniscono altrettanti chiodi di garofano, cardamomo, macis, cannella, gengevo ed erba galanga, tritati e sciolti in 3/4 di litro di alcool e lasciati riposare per una notte, si realizza un infuso che rafforza la memoria, l'intelligenza e rende perfino di buon umore! [C., 26 anni, dottorando in Antropologia culturale]

Curnonsky, famoso gourmet francese, dichiarò a proposito della noce moscata che «[...] chiunque l'abbia assaggiata per lungo tempo non desidera altre spezie, esattamente come chiunque abbia fatto l'amore con una donna cinese per lungo tempo non desidera più farlo con altre donne». In effetti, tra la fine del secolo XVII e l'inizio del XVIII ci fu un periodo in cui il mondo delle classi borghesi occidentali fu colto da una passione per la noce moscata, tanto che molte dame ne portavano sempre con sé una piccola quantità, magari intorno al collo. Nelle famiglie popolari, invece, la si usava insieme ad altre spezie e aromi per preparare un medicamento molto diffuso, il cosiddetto «aceto dei sette ladri», che serviva, oltre che come condimento, anche per preparare impacchi antidolorifici o come sollievo per gli svenuti, ai quali si bagnavano le tempie o si faceva annusare la bottiglia come con i sali. Da segnalare il controverso uso della noce moscata in gravidanza: nella Medicina tradizionale la noce moscata è conosciuta per la sua capacità di provocare aborti, ma taluni erboristi sostengono che possa invece essere benefica proprio per le donne incinte. […]

Conti in tasca

Un business senza cifre

Non si può sottovalutare il business che l'apertura degli smart shop ha attivato in Italia. Naturalmente i gestori fanno di tutto per non divulgare le cifre del fatturato, anzi, se interrogati in proposito, rispondono che i guadagni coprono appena le spese. Eppure, trattandosi di un mercato in espansione e valutando la rapidità con cui il fenomeno si è allargato, non è solo per spirito di divertimento che Fabio Panariello, giovane manager con il pallino dei business plan ben riusciti, parla di un allargamento della catena Ecosmartshop. È difficilissimo fare i conti perché non esistono dati sul consumo e sull'effettivo giro di clientela di questi negozi. Inoltre, bisogna distinguere tra gli smart shop che comprano il prodotto finito direttamente all'estero e poi lo commercializzano in Italia, e i negozi che, invece, hanno la possibilità di comprare oltralpe solo le materie prime per poi sintetizzarle e confezionarle in laboratori italiani creati ad hoc e sottoposti ai regolari controlli Ce. Ad esempio, la catena Ecosmartshop tratta le materie prime nei laboratori della milanese DreamsLab che garantisce per le etichette dei prodotti confezionati al suo interno. Ad ogni modo, il passaggio di frontiera, che si tratti di materia prima o di prodotto finito, è obbligato e comporta un notevole aumento dei prezzi.

Proviamo a fare due calcoli. Ipotizziamo che la casa produttrice olandese venda una partita di foglie di salvia a 1 euro al grammo, il coffee shop che l'acquista si occupa di confezionare le «dosi» e di apportare un marchio riconoscibile: ecco che il prezzo comincia a salire e il negozio venderà un grammo di foglie di salvia a 5 euro. A questo punto, il negozio italiano che non ha i mezzi (e magari l'intenzione) di lanciare un proprio brand, acquistando dal coffee shop olandese le dosi di salvia già pronte, maggiorerà il prezzo per rifarsi delle spese di acquisto (e spedizione) e per ricavarci un margine di profitto. Risultato: in uno smart shop italiano 1 grammo di salvia viene venduto a 8 euro – e stiamo parlando di quella non potenziata. Nel caso, invece, in cui la catena italiana comprasse direttamente all'ingrosso dal produttore olandese, deve comunque rientrarci delle spese di laboratorio e di confezionamento e, in più, trattandosi di una catena che ha fatto un investimento, deve compensare nel marketing e nella promozione di apertura dei punti vendita in franchising. Risultato: in un Ecosmartshop un grammo di foglie di salvia costa 10 euro. Resta da chiarire come mai questo discorso è valido anche per prodotti meno «delicati» della salvia e tranquillamente reperibili in Italia già sintetizzati e confezionati: una scatola di pasticche a base di guaranà comprata in farmacia o in erboristeria può costare tra i 10 e i 20 euro a seconda della marca e dall'intensità dell'estratto. In uno smart shop, complici il confezionamento accattivante e la situazione «trasgressiva», può arrivare a costarne 40.

Affari in Rete

Il consumatore che non vuole compromettersi frequentando uno smart shop e che cerca di risparmiare si può rivolgere alle possibilità di E-commerce offerte da Internet: il commercio on-line può abbattere molti costi ed è anche considerato più sicuro dal punto di vista della privacy. Infatti la Rete pullula di siti che propongono i prodotti più eterogenei a bassi costi di spedizione e alta garanzia di qualità. Tuttavia, bisogna fare ancora più attenzione perché, sorvolando su tutte le possibilità di frode in cui si può incappare (spedizioni fasulle, clonazione della carta di credito, ecc.), spesso chi si occupa di questo tipo di commercio si trova oltre i confini italiani e può «dimenticarsi» di mettere in guardia i potenziali clienti sui margini di legalità da rispettare. I siti più frequentati, infatti, si riferiscono a magazzini e produzioni situate oltreconfine – in Olanda o in Svizzera – e non sempre informano il potenziale cliente sui rischi legali e medici che corre. Quelli più professionali, invece, raccomandano agli acquirenti virtuali di verificare se ciò che stanno comprando è legale nel proprio Paese, declinando ogni responsabilità al riguardo.

Sfogliando i cataloghi on-line, si trova davvero tutta la possibile gamma delle droghe leggere, spesso legali nel Paese d'origine del sito, ma non nei Paesi di chi vorrebbe acquistarle, e la responsabilità è generalmente scaricata sul solo compratore. Anche se i prezzi sono nettamente inferiori a quelli dei normali smart shop italiani, è troppo facile cadere nella tentazione di provare a fregare la legge, ma la Polizia postale italiana, quando si tratta di pacchetti provenienti dall'Olanda, non va tanto per il sottile. È cronaca recente l'«Operazione kryptonite» che ha permesso alla Polizia di intercettare piccole partite di hashish e marijuana miste a ordinazioni di salvia e semi acquistate via Internet da giovanissimi clienti italiani.

Quattro passi in farmacia

Tutto quello che avreste sempre voluto sapere

sui farmaci (e non avete mai osato chiedere)

Per abuso di un farmaco si intende qualsiasi uso del farmaco per scopi non medici, quasi sempre per modificare gli stati di coscienza ma anche per cercare di migliorare certe prestazioni (ad esempio nel Body-building). Si fa, invece, cattivo uso di un farmaco quando lo si assume seguendo un'indicazione sbagliata, a dosaggi errati o per periodi troppo lunghi. Ad esempio, l'assunzione di un sedativo per aumentare l'effetto di una droga è un abuso, invece la sua assunzione a dosi maggiorate per aumentarne l'effetto calmante è un cattivo uso.

Ogni società accetta alcuni farmaci come leciti e ne condanna altri perché illeciti. Negli Usa e in gran parte dell'Europa occidentale le «droghe nazionali» sono rappresentate dalla Caffeina, dalla Nicotina e dall'alcool. Nel Medioriente la cannabis può essere compresa tra le sostanze lecite, mentre l'alcool viene proibito. Tra alcune tribù degli Indiani d'America, il Peyote – fungo dalle proprietà allucinogene – può essere legalmente usato per fini religiosi. Nelle Ande del Sudamerica, la cocaina è usata per sedare la fame e per migliorare la possibilità di eseguire lavori pesanti a grandi altezze. Distinguere i farmaci leciti dagli illeciti dipende soprattutto dal giudizio sociale. A ciò bisogna aggiungere che la maggior parte delle droghe considerate pericolose, la cui vendita è più perseguita, sono state originariamente introdotte sul mercato come farmaci. Rappresenta poi un interessante paradosso il fatto che la regolamentazione legislativa dell'uso di alcuni farmaci conduca, a volte, alla produzione e al consumo di farmaci più pericolosi (è il caso, ad esempio, del passaggio dalla morfina all'eroina o dall'anfetamina alla cocaina).

Non a caso, le tabelle delle sostanze sottoposte a controllo non riguardano solamente le sostanze stupefacenti ma anche molti farmaci «pericolosi», il cui uso e la cui prescrizione devono essere controllati dalla legge. Molte medicine, infatti, se prese senza controllo medico o mischiate fra loro, possono essere nocive tanto quanto una droga. Ad esempio, nella Tabella I, insieme all'eroina e alla cocaina, ci sono tutti quei princìpi attivi da cui derivano i farmaci più potenti, come la morfina. Nelle cinque sottocategorie della Tabella II, invece, sono posti tutti i princìpi attivi e i farmaci da essi derivati, che i medici possono prescrivere solo attraverso un ricettario particolare. Inoltre, per questi farmaci si tratta di ricette non ripetibili, nel senso che si possono usare solo una volta. Le sanzioni per medici che prescrivono e farmacisti che vendono medicinali al di fuori degli scopi farmaceutici sono penali:

Questa è una società che si è scordata della morte. Non dimentichiamo che bastano due boccette di Novalgina per morire praticamente sul colpo con il fegato esploso. Anche l'Aspirina, se sovradosata, può causare un'insufficienza renale letale. E succede più spesso di quanto non si sappia. [U., 32 anni, medico]

L'iter necessario a immettere una nuova medicina sul mercato è lungo e complicato e non finisce quando il farmaco viene ammesso alla vendita: infatti, non solo molti effetti collaterali emergono sulla lunga distanza, ma spesso è la «creatività» (dettata dalla necessità) dei tossicodipendenti a mettere in luce il possibile carattere stupefacente di un medicinale. Anche senza voler rispolverare il vecchio luogo comune del mix tra Aspirina e Coca-cola, è un fatto che, ad esempio, molti medicinali interagiscono con l'alcool o tra loro in maniere non del tutto prevedibili. Gli esperti del settore ormai non parlano più di «cocktails del sabato sera», ma di veri e propri «crogioli neuroalchemici» o «neuroalchimie» che nascono dalla mescolanza tra droghe di origine naturale e farmaci, con effetti, a volte, del tutto incontrollabili. È bene ricordare che la maggior parte delle «nuove droghe», dalle herbal ecstasy alla ketamina, dagli inalanti agli psicofarmaci di «ultima generazione», non sono affatto nuove, né nell'ambiente scientifico in cui sono state create o scoperte, né negli ambienti underground: anzi, ciascuna di queste sostanze ha oramai una storia di uso e abuso di alcuni o di molti decenni. Ciò che vi è realmente di nuovo non sono le sostanze, bensì le modalità di utilizzo. La vera novità consiste nel fatto che le droghe via via «scoperte» e usate durante i decenni passati sono tornate tutte contemporaneamente alla ribalta e vengono consumate secondo le più disparate combinazioni. […]

Drugstore cowboy: droghe o medicine?

Il concetto di abuso di un farmaco è essenzialmente legato a tre situazioni che individuano un comportamento a carattere tossicomaniaco:

• il suo utilizzo al di fuori di situazioni terapeutiche

• il suo utilizzo in dosi nettamente superiori a quelle prescritte o terapeuticamente necessarie

• il suo utilizzo per periodi di tempo indefiniti e comunque non rapportati alle necessità terapeutiche.

Gli autori della biografia non autorizzata dell'ex-Presidente Usa George Bush raccontano che – durante una cena ufficiale con il Governo giapponese – Bush ebbe un malore e svenne sul tavolo, perdendo i sensi per qualche istante. Dopo l'iniziale imbarazzo, l'episodio fu candidamente spiegato: la perdita di sensi era dovuta all'assunzione di Halcion, un potente sedativo di cui, sempre secondo i due autori, Bush avrebbe fatto normalmente uso. Si tratterebbe dello stesso Halcion che i tossicodipendenti a volte utilizzano come supporto dell'eroina o, addirittura, in sostituzione di essa:

Sembrerà un'affermazione qualunquista, ma è terribilmente vera: tutte le medicine in commercio possono farti bene e ammazzarti nello stesso tempo. [U., 32 anni, medico]

Se passiamo brevemente in rassegna alcuni degli effetti collaterali delle sostanze finora trattate, scopriamo che talvolta possono coincidere con gli effetti che molti tossicodipendenti ricercano nelle droghe. Molte le specialità mediche ricercate:

Esiste una serie di farmaci che nascono per un utilizzo e poi finiscono per avere tutt'altro impiego. I tossicodipendenti, quando non trovano l'eroina o altre droghe, utilizzano questi medicinali ottenendoli sia in modo legale, attraverso prescrizione medica, sia in modo illegale. [E., 38 anni, farmacista]

Un'inchiesta in ambito medico ha appurato che la maggior parte dei morti per overdose da oppiacei (eroina principalmente) ricorrevano anche ad altre sostanze, come le Benzodiazepine, che non costituiscono la prima causa del decesso, ma che esaltano gli effetti e aumentano la pericolosità dell'eroina. Il Roipnol, ad esempio, normalmente usato per l'insonnia grave, è largamente utilizzato dai tossicodipendenti per placare lo stato d'ansia e d'agitazione in astinenza, o per controbilanciare gli effetti di qualche droga eccitante. Quasi tutti i farmaci che i tossicodipendenti utilizzano o associano agli oppiacei sono posti nella Tabella II delle sostanze sottoposte a controllo, la meno restrittiva, mentre alcuni, come certi sciroppi per la tosse ad alto tasso alcolico ed effetto sedante, non sono affatto compresi nelle tabelle di legge:

Bastano conoscenze chimiche davvero minime, che qualsiasi studente al secondo anno di Medicina può applicare, per sintetizzare ad esempio dal Vix Medinite alcaloidi della morfina. [U., 32 anni, medico]

La soppressione del riflesso della tosse è un tipico effetto degli oppioidi. La Codeina, in particolare, è usata con successo in pazienti affetti da tosse patologica e in pazienti per i quali è necessaria la ventilazione attraverso intubazione. Se ne trovano piccole percentuali in comuni sciroppi per la tosse, prodotti da banco accessibili a tutti e di cui è possibile abusare e che generano rapidamente abitudine. [Q., 33 anni, anestesista]

Il problema non è solo del Roipnol o delle Benzodiazepine in generale. Siamo di fronte a un abuso enorme di farmaci sia da parte dei tossicodipendenti, sia della popolazione che non fa uso di droghe, o almeno crede di non farlo. Basta un po' d'insonnia e subito si prende una pillola, così per liberarsi di un problema si finisce per aggravarlo. Per quanto riguarda la destinazione di questi farmaci, talvolta c'è un uso al di fuori delle regole che vede dei delinquenti falsificare delle ricette, così come dei medici e dei farmacisti compiacenti. Ci sono canali incontrollabili in cui si fanno circolare le medicine. Il vero problema è che non ci sono dati precisi sui contorni di questa situazione. Quello che posso dire è che in Italia nel 1995, solo di Benzodiazepine, sono state consumate 42 milioni di confezioni, per un totale di un miliardo e mezzo di compresse e una spesa di 600 miliardi. [Q., 54 anni, medico]

Nelle piazze dove si spaccia, i medicinali sono ricercati quanto qualsiasi altra droga e gli spacciatori sono spesso ben provvisti di molti tipi di medicine. Gli psicofarmaci sono i più richiesti, ma anche gli oppiacei come la morfina e la ketamina4 hanno un florido mercato. Segnaliamo poi anche altre due tipologie di prodotti reperibili legalmente, da considerarsi droghe a tutti gli effetti: gli steroidi anabolizzanti e gli inalanti.

Psicofarmaci come droghe

Tra le sostanze destinate a un uso diverso rispetto a quello previsto dal ciclo produttivo ci sono prima di tutto gli psicofarmaci. Tramite percorsi spesso illegali molti individui riescono a procurarsi i medicinali di questa categoria sia per fini puramente «ludici» (per quanto non privi di seri rischi per la salute), sia per sedare eventuali crisi di astinenza. La tolleranza agli psicofarmaci, in particolare ai sedativi ipnotici, si sviluppa dopo un prolungato uso quotidiano, ma la tolleranza agli effetti psicoattivi si sviluppa più rapidamente rispetto a quella verso gli effetti depressivi, tanto che il tentativo di riprodurre ed esaltare l'azione gratificante del composto può indurre a ingerire una dose letale. Il danno prodotto aumenta per i soggetti con cronica intossicazione da alcool o da droghe. Queste sostanze, inoltre, se combinate, potenziano gli effetti reciprocamente e dosi individuali non letali possono dare una depressione respiratoria fatale.

Ansiolitici, neurolettici e antidepressivi sono tra gli psicofarmaci più ricercati da coloro che abusano di sostanze stupefacenti. Le prime due tipologie di medicinali, in particolare, hanno efficacia nella diminuzione dell'attività del sistema nervoso centrale. Gli ansiolitici, soprattutto quelli a base di barbiturici (ma anche quelli a base di Benzodiazepine), possono dare inizialmente un leggero effetto euforico e disinibitorio paragonabile a quello dell'alcool o di alcuni tipi di anfetamine. Coloro che ne fanno abuso cercano di ottenere una diminuzione dell'ansia unita a una visione meno pressante, angosciante e immediata dei propri problemi. Associati all'alcool, provocano nel soggetto una sensazione di serenità e di beata passività. Intervengono anche sul normale livello di attenzione e di capacità di percepire i pericoli e di attivare le difese appropriate. I neurolettici vengono prescritti a pazienti che soffrono di deliri, allucinazioni, percezioni alterate della realtà, provocati da situazioni fortemente angosciose e stressanti e caratterizzate da un grave senso di isolamento e dall'impossibilità di condivisione con gli altri. Questi sintomi sono simili a quelli che possono essere provocati dal consumo eccessivo di cocaina e di allucinogeni. Gli antidepressivi possono dare una sensazione di aumento delle energie, di alterazione dei ritmi sonno-veglia e dello stato di eccitazione generale proprio come le anfetamine. Tutti questi tipi di farmaci godono di una bassa critica sociale («sono farmaci ufficiali, li usano tutti») e sono facilmente reperibili: questo non toglie nulla alla loro pericolosità e alla necessità di usarli secondo precise modalità:

Molti vengono immessi sul mercato di strada tramite addetti ai lavori in cerca di guadagni extra, oppure basta sottrarre a un medico il proprio ricettario o servirsi di amici compiacenti, che abbiano una minima pratica di laboratorio necessaria a sintetizzare princìpi psicoattivi anche dal più diffuso dei composti. [U., 32 anni, medico]

Tutti danno forte dipendenza fisica e, in aggiunta ai già citati effetti collaterali, possono dare sonnolenza, scadimento della performance psicointellettiva, difficoltà di coordinazione motoria, minor rendimento nelle attività quotidiane, maggior rischio di infortuni o incidenti e, particolarmente in associazione con alcool, accentuazione di problemi epatici. Inoltre, non esistono ancora studi finalizzati a verificare l'incidenza di danni cerebrali permanenti.

Il business in (poche) cifre

Non è difficile reperire dai suoi bilanci delle case farmaceutiche perché queste, se quotate in borsa, sono tenute per legge a renderli pubblici ogni quadrimestre. Il problema semmai è decifrare ed estrarre i reali profitti attraverso una ragnatela di cifre e codici per lo più incomprensibili: si tratta, comunque, di ricavi da capogiro. Ad esempio la Gsk (Glaxo Smith Kline) ha chiuso il 2003 con 7 miliardi di sterline di utili. È da notare che, se le spese per la ricerca scientifica in media non superano il 20% dei bilanci aziendali, in compenso ben oltre il 40% del bilancio delle aziende farmaceutiche è utilizzato per promuovere i farmaci «privatamente» presso medici e laboratori, e «pubblicamente» attraverso gli spot.

Le case farmaceutiche sul mercato sono colossi economici mondiali che investono non solo nel campo della ricerca medica, ma anche in molti settori collaterali, come l'alimentazione, la cosmetica e l'agricoltura, facendo in qualche modo pesare la loro influenza sui Governi nazionali. Stiamo parlando di multinazionali che si fondono tra loro, che si danno battaglia in Tribunale per i brevetti e che si accaparrano i migliori ricercatori con stipendi a sei cifre per poter incrementare i loro già astronomici profitti. Ogni tanto, però, qualcuno fa il passo più lungo della gamba ed esplodono gli scandali, come quando un quotidiano svizzero rivelò che il «mercato» della sclerosi a placche valeva «da 1 a 4 miliardi di dollari», e che per ogni malattia le case farmaceutiche compilano statistiche annuali sul profitto ricavabile. «Le Monde» rivelò che, per mantenere il profitti annuali sulla quota minima del miliardo di dollari ed essere competitivi sul mercato mondiale, i principali laboratori farmaceutici (negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone), nell'arco di uno stesso anno, devono lanciare due o tre nuove molecole. È dunque evidente che, per offrire agli azionisti tassi di rendimento del 20-30% e raggiungere alti profitti, può capitare di intraprendere pratiche non del tutto legali come il raggiungimento di un'intesa sul prezzo di un determinato tipo di medicinali, o la formazione di cartelli inattaccabili, fino ad arrivare a praticare sperimentazioni rischiose nei Paesi del Terzo mondo o su quelle fasce di popolazione emarginate e precarie (tossicomani, rifugiati, ecc.) facilmente gestibili.

Nell'autunno del 1999 Bill Clinton, ancora in carica come Presidente degli Stati Uniti, aveva dato il via a un'inchiesta sulle lobby farmaceutiche, accusate di innalzare artificialmente il prezzo di alcuni farmaci di largo consumo venduti a un prezzo doppio rispetto a quello applicato nel vicino Canada. Con il cambiamento dell'inquilino della Casa Bianca, però, di questa inchiesta non si sa più nulla, i prezzi delle medicine hanno ripreso a salire e le lobby ostacolano la riforma medica che vorrebbe introdurre una forma minima di assistenzialismo pubblico, almeno nei confronti degli anziani. Intanto, mentre la casa farmaceutica americana Schering-Plough ha realizzato profitti per 2,5 miliardi di dollari nel 2002, il Mit (Massachusetts Institute of Technology) ha scoperto che 11 dei 14 medicinali nati nell'ultimo quarto di secolo, tra quelli particolarmente proficui per gli industriali, provenivano da ricerche finanziate dallo Stato, ovvero pagate da contribuenti che non solo non ne hanno tratto alcun beneficio economico, ma che anzi vedono ogni anno aumentare i prezzi dei medicinali.

A questi dati poco incoraggianti vanno aggiunte alcune considerazioni circa le possibili conseguenze nefaste della globalizzazione: la Cina, che negli ultimi tempi sta affrontando molte emergenze proprio sul fronte sanitario, ha deciso di abbassare per legge i prezzi dei farmaci di maggior diffusione, che rappresentano il 60% del totale della sua spesa farmaceutica (contro il 10-15% di media della maggior parte dei Paesi sviluppati). Così facendo, però, rischia di subire rappresaglie commerciali da parte di una potente associazione che riunisce case farmaceutiche, gestori di ospedali e medici, che può decidere di boicottare la produzione interna preferendo quella straniera: eppure, secondo Qiu Rezong, professore di Bioetica all'Accademia cinese delle Scienze Sociali, «noi produciamo medicinali altrettanto efficaci di quelli provenienti dall'estero, ma i medici, per boicottare il Governo, non li prescrivono più». Il «New York Times», da parte sua, completa il quadro facendo notare che «gruppi farmaceutici stranieri e fabbricanti di attrezzature mediche pagano gli studi all'estero dei medici cinesi e procurano loro biglietti aerei e alberghi per assistere a conferenze»:

Nel nostro reparto di rianimazione arrivano pazienti che, nella maggior parte dei casi, devono essere mantenuti incoscienti per poter essere attaccati alla respirazione artificiale. Spesso vengono direttamente dal Pronto Soccorso e non hanno modo di firmare alcun consenso. Questo, tuttavia, non impedisce a certi medici, ad esempio, di sperimentare su di loro nuovi farmaci oppiacei efficaci per la sedazione o il contenimento del dolore: non lo fanno per amore della medicina, ma perché le case farmaceutiche produttrici allungano royalties notevoli per ogni applicazione. [V., 25 anni, anestesista]