Introduzione.
La
maggior astuzia del Diavolo
La maggior astuzia del Diavolo
è
convincerci che non esiste.
CHARLES BAUDELAIRE, Litanie a Satana
Se
le pagine che andiamo a leggere possiedono una loro originalità, questa è l’assoluta
dedizione al loro protagonista. Ora, l’estesa bibliografia satanica – che
non ha cessato di aumentare, soprattutto negli ultimi decenni del Novecento –
sembrerebbe contraddire la precedente affermazione. Eppure basta con-sultarla
velocemente per rendersi conto della monotonia di analisi e descrizioni: Satana
è il pretesto per narrare i prodigi e le disavventure dei suoi servitori e
delle sue vittime. Fra streghe, maghi, taumaturghi e posseduti, la figura del
Diavolo appare in secondo piano e da quella modesta posizione, opaca se non
contraddittoria, ordisce trame fra gli uomini.
Un
altro difetto, facile da rilevare nella maggior parte degli esploratori dell’Inferno,
è dato dai limiti temporali e spaziali. Dalla tentazione di Gesù o dei santi
nel deserto fino alle sette contemporanee, attraverso il lungo periodo dell’Inquisizione
e dello splendore dei maghi europei, sembra quasi che il Diavolo sia un’invenzione
del Cristianesimo e che il suo Regno non sia tutto il mondo, bensì solo una
parte dell’Occidente e della sua cultura. Ciò che si vuole suggerire in questa
sede è invece la molteplice persistenza del Diavolo nel percorso della specie
umana, la sua fedeltà all’uomo in ogni luogo e in ogni tempo, sin dal momento
in cui il linguaggio schiuse al primo Uomo le porte della sacralità. Anche
quando, in momenti particolari, la sua immagine si è rarefatta o offuscata, è
possibile notare la sua persistenza fra gli uomini: storici e studiosi hanno
identificato, proprio nella discontinuità del suo protagonismo, l’attacco
ricorrente che il Tentatore sferra alla Ragione a partire dal pensiero mitico,
anche se potrebbe trattarsi di una vera e propria strategia.
Nella
Modernità – vale a dire nella seconda metà del secolo XX – la
presenza crescente del Diavolo nella vita quotidiana di solito si rivela in
modo folkloristico, attraverso le sette dei satanisti e dei luciferini, motivo
di scherno e di scandalo per la cronaca più o meno nera. Tuttavia gli ultimi
Pontefici – soprattutto Giovanni Paolo II – hanno energicamente riesumato
il tema dell’esistenza del Diavolo, fino al punto di riproporlo ai fedeli come
elemento centrale del pensiero cristiano e come pietra miliare ai giovani
teologi. Malgrado ciò, «anche fra coloro che si dicono, si credono e vogliono
essere fedeli alla dottrina della Chiesa», scrive Henri-Irénée Marrou, «abbondano
quelli che, senza alcuna esitazione, ammettono di non credere nell’esistenza di
Satana».
Per
chi crede le prove non esistono, e queste pagine non pretendono di inventarne.
Personalmente mi sembra irrilevante la polemica che si è riaccesa fra i
cristiani. Se ne parlo in questi paragrafi introduttivi è per affrancare ciò
che seguirà da qualsiasi vincolo dogmatico o superstizioso. Lontano dai rituali
delle sette sataniche come dalle categoriche affermazioni di Papa Wojtyla,
questo libro reclama per sé uno spazio autonomo ma non precario: vuole
testimoniare l’impronta del Diavolo nel faticoso apprendistato della specie
umana, nella lunga «disputa» fra caos e ordine, nel matrimonio fra Cielo e Terra,
nel complesso e tante volte fallito accordo fra la conoscenza e l’amore.
Intende sottolineare come il Diavolo, abitando il cuore e la memoria umani,
strumenti fondamentali della letteratura, abbia contribuito ad essa.
Il
prolifico e oggi un po’ dimenticato Giovanni Papini affermava, in vecchiaia, la
necessità di una disciplina che prendesse sul serio lo studio della natura del
Diavolo. Proponeva di denominarla diabologia (in opposizione a teologia e per differenziarla dalla
consueta demonologia). La diabologia, quindi, pretenderebbe di «indagare in che
cosa consistono l’anima e la colpa di Satana, quali furono le cause della sua
caduta, quali le relazioni con il Creatore e con l’uomo, le incarnazioni e le
opere, insomma tutto ciò che possa essere compreso della sua attuale potenza e
della sua futura fortuna». Diversamente dall’applicazione della demonologia, la
diabologia, «nel pauroso dramma che è la vita dell’uomo, si propone di
conoscere a fondo uno degli autori del dramma e non già le gesta delle sue subalterne
comparse». Da ciò che si è detto finora si comprenderà che questa mia biografia
del Diavolo va intesa come apporto alla non ancor nata disciplina preconizzata
dallo scrittore italiano.
Per
sant’Agostino e per buona parte della Patristica non c’è alcun dubbio sul fatto
che la Terra sia il Regno di Satana e che noi uomini siamo suoi sudditi. Fra i
teologi moderni, Mathias Joseph Scheeben afferma enfaticamente che «l’umanità
gli appartiene, gli è sottomessa e rappresenta il suo Regno sulla Terra». Dal
punto di vista di una metafisica laica, Otto Weininger (Intorno alle Cose
supreme) afferma:
Il Demonio ha tutta la sua potenza
solamente in prestito: egli lo sa e perciò riconosce in Dio il suo fornitore di
capitali e perciò si vendica di Dio. Ogni male è distruzione del creditore: il
delinquente vuole uccidere Dio.
Un
passo più avanti, la linea che potrebbe definirsi psicologista identifica la
coppia Dio-Diavolo con la lotta fra Bene e Male nella coscienza dell’uomo. In
questo senso il giovane Paul Valéry scrive al suo amico Pierre Louÿs in una
lettera del 1896:
Io credo che Dio esista e
così anche il Diavolo, ma in noi. Il culto che dobbiamo a queste divinità
latenti non è altro che il rispetto che dobbiamo a noi stessi: io credo che
dobbiamo ricercare il meglio per il nostro spirito, cioè le sue attitudini
naturali.
Percorrendo
questa strada, durante l’apogeo della filosofia esistenzialista (per esempio in A porte chiuse di Jean-Paul
Sartre) si giunge a identificare il personaggio con il suo potere e a
identificare questo nel suo operato: «L’Inferno sono gli altri», dice il
protagonista sartriano, ovvero il prossimo, il mondo. In questa breve rassegna
di congetture bisognerebbe infine citare coloro che sostengono l’inesistenza
del Diavolo. Fa dire Maksim Gor’kij al vecchio Stefan Ili´c, in uno dei suoi
racconti:
Il Diavolo non esiste. È
un’invenzione della nostra ragione maligna. Lo hanno inventato gli uomini per
giustificare la loro turpitudine [...]. Credetemi, poiché siamo degli
imbroglioni, avevamo bisogno di inventarci qualcosa di peggiore di noi, il
Diavolo appunto.
In generale, come risulta evidente,
il Diavolo ha suscitato e suscita reazioni assai disparate: taluni lo odiano,
lo maledicono e lo insultano, altri lo imitano, lo lodano e lo adorano, altri
ancora lo temono e, per timore, preferiscono non prendere nessuna posizione e
infine c’è chi lo ignora e si rifiuta di prendere in considerazione la benché
minima eventualità della sua esistenza. La biografia che andiamo a leggere non
riconosce nessuno di questi atteggiamenti estremi: sembra che il modo più
imparziale di avvicinarsi a questa creatura o chimera tanto controversa sia
seguire le tracce del suo operato o delle ombre che furono scambiate per essa.
La tradizione orale, la Storia, il mito, la letteratura abbondano di tracce del
suo passaggio e il proposito di queste pagine è appunto seguirle.
Dei molti nomi che si attribuiscono
al Maligno, due sono indubbiamente internazionali: Diavolo (dal greco diábolos, col significato di ‘accusatore’, ‘calunniatore’)
e Satana (di derivazione ebraica, che corrisponde a ‘nemico’, ‘avversario’).
Per intitolare questa biografia si è preferito il primo perché è senza dubbio
quello più profondamente radicato nel linguaggio. L’origine di Demonio, che è il
secondo nome più diffuso, allude alla pluralità (i dáimones, gli eterei accompagnatori dei
Greci) ed è in questa accezione che normalmente lo si impiega anche in questo
libro, quando si allude a manifestazioni plurali (legioni, corte infernale,
geni, ecc.).
Per concludere, una parola sulla
struttura della Breve storia del Diavolo. Ciascuna delle tre parti del libro sarà dedicata,
in successione, alla natura del protagonista, alla sua persistente presenza
storica e alla sua molteplicità di forme. Nella prima parte, sostanzialmente,
si cerca di stabilire chi sia il Diavolo, l’aspetto fisico, le abitudini e i
costumi che gli sono stati attribuiti, i mezzi di cui si serve per comunicare
con gli uomini e via dicendo. Nella seconda si ricostruisce il suo passaggio
attraverso la Storia, dalle civiltà più remote fino ad oggi. Infine, la terza
parte è l’esempio migliore dell’ambiguità del suo aspetto e della sua condotta:
una specie di dizionario che include più di un centinaio di forme e di
incarnazioni diaboliche in ogni luogo e in ogni epoca.
Chi è il Diavolo
Quando non parliamo di Dio o nel nome di Dio è perché il Diavolo ci
parla e ci ascolta in un silenzio formidabile.
LÉON BLOY
Il Diavolo disse: non era abbastanza intelligente perché dovessi
preoccuparmi di lui. Si trattava di un povero di spirito, un idiota, ecco chi
mi ha sconfitto. È difficilissimo sedurre un imbecille: non capisce le mie
tentazioni.
PAUL VALÉRY
[…] Secondo l’opinione
generale – che non si modifica fino al Basso Medioevo – Lucifero
era il più bello, il più saggio, il più potente degli angeli: non doveva a
nessuno, se non a Dio, sottomissione e rispetto. Fu proprio questa superiorità –
ammessa dallo stesso san Tommaso d’Aquino e da Dante – la causa evidente
della sua rovina. «Se si considera la ragione del peccato», dice l’aquinate, «si
troveranno più motivi fra quelli superiori che non fra quelli inferiori».
Questa «somma d’ogni creatura», e cioè Lucifero, per usare le parole di Dante,
doveva avere per forza il dono del libero arbitrio che Dio aveva fatto al resto
degli angeli e agli uomini. Qualunque sia stato il motivo della ribellione,
questa dovette seguire obbligatoriamente questo percorso: la coscienza della
propria superiorità gli fa apparire possibile l’eventualità di una modifica
delle decisioni divine, il libero arbitrio che lui stesso gli ha donato
impedisce a Dio di intervenire per dissuaderlo.
Il Diavolo è il dolore
di Dio. Questi amò Satana fino al punto di farne la più bella e luminosa delle
sue creature, eppure, avendolo dotato del libero arbitrio, non poté impedirne
la caduta: Dio cominciò a soffrire per il suo angelo dall’istante successivo a
quello in cui l’aveva condannato. Estraniato dal rapporto di amore puro che
aveva presieduto la sua creazione e la sua vita nella gloria, il Diavolo fu
condannato al più atroce dei castighi: l’incapacità di amare.
Tuttavia Dio, che non
poté non condannare Lucifero, non può né potrà mai odiarlo: condannato a sua
volta ad amare in eterno senza essere corrisposto, in eterno attende l’epifania
del suo amore, il momento in cui la creatura deporrà le armi e ritornerà fra le
braccia del Padre per ristabilire l’armonia dell’universo. Per alcuni dei
flessibili teologi
contemporanei in questo mistero risiede la ragione necessaria e sufficiente
della creazione dell’uomo: legati a una sconfitta perpetua, a causa del loro
potere e della loro natura, Dio e il Diavolo avevano bisogno di un’altra volontà
(di un altro libero arbitrio) per dirimere la loro contesa. Ma l’uomo, creato
per redimere il Diavolo, fallì ugualmente la sua missione. Per pigrizia, per
comodità, per astuzia, il redentore divenne complice e il complice finì con l’essere
uno schiavo (come spesso accade nei patteggiamenti, apparentemente equi,
stipulati con i potenti). Dunque il Diavolo, senza l’aiuto di nessuno, ordisce
trappole e incantesimi, si specializza con instancabile dedizione in un lavoro
che disprezza: rumina, sconsolato e impotente, la nostalgia del Cielo. […]
L’aspetto fisico
Jeanne d’Abadie –
l’ingenua sognatrice la cui leggenda sarà narrata più avanti – insisteva,
nelle dichiarazioni che la salvarono dal rogo, su una caratteristica fisica del
Diavolo che da molti osservatori diretti non è stata segnalata. Secondo lei il
Tentatore è bifronte, come Giano: una delle sue facce è accigliata, austera,
malinconica, l’altra ride o sorride continuamente. Per chi si sia soffermato a
riflettere sull’essenziale ambiguità del nostro personaggio questo dettaglio è
rivelatore. In tutte le sue transazioni il Diavolo usa la lusinga o l’ultimatum,
la seduzione o l’orrore. La sua infinta stanchezza può averlo condotto a
servirsi di questi stereotipi, nei quali la limitata immaginazione umana vede
ciò che desidera vedere: i tratti gioiosi dell’amore o l’oscuro volto della
minaccia.
Soprattutto fra i secoli
XV e XVII un buon numero di streghe aiutò a creare ciò che si potrebbe definire
il «ritratto meccanico» del Diavolo. Non annoieremo il lettore con l’interminabile
serie di cronache che di norma gli dedicano i demonologi, estratte da indigesti
trattati dell’epoca o dagli archivi dell’Inquisizione. Piuttosto vogliamo
richiamare la sua attenzione su un’infallibile monotonia di particolari: streghe (o coloro accusate di
esserlo) di epoche e regioni diverse concordano almeno su una dozzina di
dettagli quando cercano di descrivere il Tentatore: i loro diavoli –
benché la maggioranza di esse fosse analfabeta e non avesse potuto neppure
attingere alla tradizione orale – stranamente si assomigliano.
María Azpileta, una
bella strega basca di diciannove anni, incarcerata e uccisa a Hendaya alla fine
del secolo XVI, ci informa che il Diavolo ha due facce: la seconda si trova nel
sedere ed è proprio questa che viene baciata in segno di sottomissione dai
partecipanti del sabba. Vent’anni prima Jeanne d’Harvilliers, già molto
anziana, arrestata e costretta a confessare, aveva stabilito altre meraviglie
relative all’aspetto fisico del Diavolo. Secondo Jeanne – che affermò di
conoscerlo da quando aveva dodici anni, da quando cioè le fu presentato da sua
madre – il Diavolo ha un portamento arrogante, maniere dolci e posate e
gli piace vestire da signore. Bruno, di aspetto agile, il suo carattere
taciturno non si altera neppure durante le sfrenatezze del sabba. Il demonio di
Jeanne era così rispettoso delle forme che durante i cinquant’anni di rapporti
sessuali che mantenne con lei, confessò l’anziana, si comportò come segue:
Quando
desiderava giacere con me si presentava a casa mia a cavallo e con la spada
alla cintura. La prova infallibile che era chi era è che in tutto questo tempo
mio marito non si rese mai conto della sua presenza e nessun vicino vide il suo
cavallo legato alla mia porta, come io lo vedevo.
María Lescoriera,
invece, strega pentita che negli ultimi quarant’anni della sua vita abbandonò
ogni pratica infernale, ci ha lasciato una descrizione dettagliata del Diavolo
nella sua nota forma di caprone, aspetto che assumeva solo durante le feste
notturne del sabba. Quando era convocato di giorno per stipulare patti e
decidere servigi, assumeva la forma di un malinconico cane nero, mentre di
notte preferiva presentarsi in forma di gatto dal pelo arruffato. «Poche volte»,
ammette la Lescoriera, «l’ho visto in forma di uomo e sempre sembrava che gli
mancasse qualche cosa».
Quando il Diavolo appare
ad Adrian Leverkühn, nel Doktor Faustus di Thomas Mann, notiamo la stessa
carenza di unicità formale. Di fronte al rimprovero del musicista che gli fa
notare il volto devastato con cui si presenta, il Diavolo domanda:
Come, come?
Che aspetto ho? È stata una buona idea domandarmi se so che aspetto ho, perché
in realtà non lo so. Puoi star certo che non presto la minima attenzione al mio
aspetto. Lascio, per dirla così, che si arrangi da sé. Il mio aspetto è
puramente casuale: di volta in volta si adegua alle circostanze, senza che
debba preoccuparmene. […]
Il sesso del Diavolo
Sono almeno due gli
aspetti che bisogna considerare nell’approccio al problema: da un lato la
natura di ciò che potremmo definire la genitalità del Diavolo, dall’altro –
e questo ci porta alla sua psicologia e ai suoi comportamenti – le
caratteristiche della sua sessualità. Un terzo aspetto (i suoi rapporti erotici
con il maschio e la femmina umani, vale a dire le sue manifestazioni in veste
di succubo e di incubo) sarà il tema specifico del prossimo capitolo.
Immaginare il Diavolo ermafrodita – com’è
di fatto, visto che può manifestarsi sia sotto forma maschile sia sotto forma
femminile – significa celebrare l’antica nostalgia dell’androgino, quella figura mitologica
e autosufficiente che risale ai riti primitivi dell’umanità. Quasi tutte le
religioni – e quella cristiana non fa eccezione – alludono, con
maggiore o minore precisione, a un tempo eroico in cui l’autocopulazione era
possibile: essere fecondato da se stesso è, comprensibilmente, l’utopia più
ambiziosa dell’uomo: niente lo avvicinerebbe di più all’immobilità circolare
del suo Creatore. Che il Diavolo, più in alto dell’uomo nella scala degli
angeli, ma sconfitto in eterno davanti a Dio, abbia cercato di ottenere quest’attributo
sembra essere un ovvio corollario della sua natura, e che lo abbia ottenuto è
il segno della sua eccezionalità. Gli dèi doppi del pantheon hindu, o il Giano
bifronte latino, evocano lo stesso tema che ricorre in tutte le culture. La
leggenda, narrata da Plinio, delle androgine che avrebbero abitato la terra al
Sud del Sahara, o la legislazione romana – che secondo Tito Livio
condannava a morte peraffogamento i bambini sospettati di ermafroditismo – alludono alla stessa aspettativa e al
medesimo terrore.
Sotto il pontificato dell’implacabile Innocenzo
III (1198-1216) fiorì l’ultima eresia che si conosca sull’argomento. Un gruppo
di estrazione teologica, colpito da anatema e decimato in poco tempo, si
permise di interpretare liberamente il passo della Genesi che si riferisce alla
celebre costola. Secondo questa interpretazione, visto che le costole degli
uomini non sono diverse da quelle delle donne, la sacra metafora alludeva a una
primitiva androginia di Adamo, il quale fu privato dei suoi attributi femminili
perché fosse creata una compagna autonoma. Sembra proprio che il Diavolo,
vecchio compagno d’avventure degli dèi e degli uomini (i protagonisti in catene
di ogni cosmogonia) sia stato, anche in questo frangente, il ponte fra la
realizzazione divina e l’ambizione umana. La complessa particolarità diabolica
ha dato vita a molte storie, ma forse la più antica è quella di Eraide, secondo
alcuni maga famosissima o addirittura incarnazione diretta del Diavolo, secondo
altri figlia di Diofante di Macedonia. Sposata con un certo Samiades,
diplomatico e mercante di professione, la bella Eraide ebbe un anno di
appassionati rapporti coniugali, fino a quando il marito, a causa dei suoi
impegni di lavoro, dovette fare un lungo viaggio. In sua assenza, narrano i
cronisti alessandrini, la maga cadde gravemente malata e, come risultato del
suo male misterioso, «le si seccarono i seni e le spuntò un membro virile».
Quando tornò Samiades, Eraide cercò di nascondere l’accaduto con molteplici
arguzie, ma infine, come era d’aspettarsi, il marito dovette affrontare la
triste realtà. Si dice che questi, inconsolabile, si tolse la vita e che Eraide
si calasse nella sua nuova condizione con tale entusiasmo da diventare uno dei
capitani più brillanti di Alessandro nelle campagne in Asia Minore. Sembra,
dunque, che il Diavolo abbia intrapreso percorsi complicati per influire sul
destino e sulle decisioni del conquistatore macedone, come aveva fatto
precedentemente – nell’ubiqua figura dell’indovino Tiresia – per
far precipitare la terribile saga degli Atridi. […]
Colui che si rifiutò strenuamente di riconoscere la voluttuosità
del Diavolo fu san Tommaso. Per l’aquinate Satana non può, per la sua natura,
avere impulsi erotici nello stesso modo in cui non può avvertire nulla che
abbia a che vedere con l’amore o con la vita. Le sue frequenti incursioni nel
campo dell’eros sarebbero dovute, piuttosto, alla conoscenza della fragilità
dei mortali in queste cose, alla certezza che nulla è più irresistibile del
piacere, che mette gli uomini alla mercé del Tentatore come nessun’altra cosa.
Così, nella sua
interminabile caccia alle anime, Satana avrebbe trovato nella lussuria il modo
meno faticoso di procurarsele. Tuttavia la tradizione, dagli gnostici ai Padri
della Chiesa, si opponeva al d’Aquino, e un celebre oratore sacro di Strasburgo
fu incaricato di contrastarla. Johannes Tauler (1300-1361) fonda questa
confutazione su ciò che considera il carattere specifico del Diavolo: la
frenesia. Se il Diavolo è sommamente frenetico, argomenta Tauler, fino al punto
di non riflettere sulla propria superbia e sull’offesa originale fatta a Dio,
se è la frenesia che lo porta a odiare senza tregua il Creatore, perché non può
essere anche freneticamente voluttuoso? Signore di tutti gli eccessi, il
Diavolo li stimola nell’uomo perché vuole farlo a sua immagine e somiglianza:
unigenito frustrato, disperato creatore, il Diavolo impazza per la Storia
passando da un letto all’altro, dando e ricevendo ciò che lo lusinga e lo
eccita, ciò che gli fa dimenticare il suo fallimento e la sua solitudine.
Il commercio sessuale con i mortali
Streghe e maghi, satanisti e demonologi, veggenti e demiurghi
costituiscono, per così dire, l’esercito terreno di Satana. Per il semplice
fatto di evocarlo, di credere in lui o semplicemente di temerlo, stabiliscono
una relazione preferenziale con il più bello degli angeli. Non si vuole
determinare quanti di loro furono vittime innocenti del furore di altri, della
propria ignoranza e della propria epoca, poiché non è questa la sede per farlo
né è il proposito che anima queste pagine: non c’è dubbio, comunque, che c’è più
satanismo nella condotta degli inquisitori che in quella dei condannati. Ciò
che si vuole definire, affinché questo libro rispetti le premesse dell’introduzione,
è piuttosto quanto la provocazione diabolica sia presente nel mondo quotidiano
del lettore, dove il Diavolo si aggira da sempre senza alcun bisogno di formule
magiche e di sortilegi.
Ho voluto deliberatamente dividere il tema della sessualità del
Diavolo fra questo capitolo e quello precedente, servendomi nel terzo delle
testimonianze – più o meno attendibili e comunque discutibili – di
chi volle tramandarci una visione di prima mano degli attributi luciferini, e
in questo delle leggende e delle ricerche sui metodi impiegati dal Seduttore
per rapportarsi agli uomini.
Se si vuole dar credito alle tradizioni parabibliche – come
quella talmudica, quella islamica, quella delle sette eretiche precedenti il
Primo Concilio di Nicea, o i Vangeli Apocrifi – il commercio sessuale fra il
Diavolo e i mortali è antico quanto l’esistenza della specie. Non ha inizio
nell’Eden – dove il Tentatore si limita ad accendere il desiderio di Eva
affinché lei, a sua volta, lo susciti nell’innocente Adamo – ma subito
dopo l’espulsione dal Paradiso. Cerchiamo dunque di valutare sincreticamente ciò
che queste leggende millenarie ci tramandano per comprendere la relazione del
Diavolo con i nostri antenati.
Adamo, Eva e Satana sono espulsi dal Paradiso nello stesso
momento, poiché rei confessi dello stesso delitto e condannati a una pena
simile: vivere in un mondo, dove la coppia originale soffrirà la fame, partorirà
con dolore e lavorerà con fatica e dove l’Angelo Caduto conserverà in parte i
suoi poteri – il dono della metamorfosi, la duplice natura angelica e
umana, l’intelligenza formidabile e la bellezza – come pallida indennità
per il Paradiso perduto e per la nostalgia del Cielo, che da quel momento in
poi sarà lacerante. Satana, insieme ai compagni di rivolta – il serpente,
cioè l’astuzia, e il pavone reale, vale a dire l’orgoglio – furono
scagliati sulla penisola dell’Indostan. Adamo cadde sul monte Serendib nell’isola
di Ceylon (sulla sporgenza che ancor oggi è conosciuta come il «picco di Adamo»),
Eva sulle spoglie falde del monte Ararat, in Arabia. Una volta sulla Terra, il
trio incominciò a muoversi: Adamo implorò la grazia del Creatore finché questi,
impietosito, gli inviò l’arcangelo Gabriele perché gli insegnasse i rudimenti
del rito e gli mostrasse il cammino per ritrovare Eva. Questa, a sua volta, non
riuscì a superare la sua naturale tendenza alla passività e aspettò il marito a
gambe larghe, per trecento anni, buttata sulla collina dell’Ararat dove, secoli
dopo, si sarebbe arenata l’arca di Noè. Il Diavolo, dal canto suo, non fece
niente.
Secondo le tradizioni islamiche, proprio sulle falde dell’Ararat
ebbe luogo la prima copula della specie, poiché in Paradiso i nostri padri, pur
avvertendo il desiderio, non l’avevano soddisfatto. Quando ad Adamo, che dopo
aver «conosciuto» sua moglie ripetutamente si era abbandonato a un sonno
ristoratore, apparve Eblis (o Iblis, nome che i musulmani preferiscono all’ebraico
Satana) sotto forma dell’angelo splendente che, in realtà, continuava ad
essere, rimproverandolo per essersi abbandonato con tanto eccesso alla voluttà
e per aver dimenticato i suoi doveri verso il Signore, questi si svegliò
contrito di soprassalto e cercò nella sua coscienza il modo di riparare al suo
eccesso. Il Diavolo stesso, imitando la voce divina, gli suggerì di immergersi
nelle acque del fiume Ghicon fino a quando potesse resistere, senza mai tirar
fuori il naso per respirare. Quando il patriarca incominciò a scontare la
penitenza, il Seduttore si presentò a Eva in una delle sue incarnazioni più
belle (quella di Lucifero, la stella dolce e malinconica dell’alba), e le narrò
le sue false disavventure e la sua non meno falsa disperazione. In principio
Eva lo accolse maternamente, ma non tardò ad accondiscendere a tutte le
richieste che le fece il Tentatore. Gli ulema affermano che l’infedeltà
primordiale è stata la causa di tutte le liti della coppia umana e l’origine
dell’intrinseca debolezza della femmina: erede della mollezza d’animo di sua
madre, ci dicono, ogni donna finirà sempre per concedere i suoi favori, se la
si assedia con ostinazione e pazienza.
Meno maschilista della tradizione paracoranica, quella talmudica
considera Adamo il responsabile della prima infedeltà coniugale della Storia.
Nel dramma del Paradiso sarebbe esistita una tentazione primigenia che l’ortodossia
passa sotto silenzio: la preda del Diavolo era Adamo – il primo umano
creato dal Padre – e soltanto di fronte alla sua incorruttibile lealtà
avrebbe deciso di tentare Eva. Gli eccellenti risultati ottenuti con questa strategia
indiretta convinsero il Diavolo di una verità che, nel corso del tempo, non ha
subito modifiche: il punto debole dell’uomo è la donna.
Questa esperienza introduce uno dei personaggi più affascinanti
della demonologia: Lilith, la prima incarnazione del Diavolo al femminile che
incontreremo ancora nei prossimi capitoli: in questo si vuole narrare la storia
più antica che le si attribuisce e la sua relazione con nostro padre Adamo.
Lilith, fingendo di non notare la presenza del penitente, andò a bagnarsi nelle
acque del fiume Ghicon, dove rivelò tutta la magnificenza delle sue grazie all’immerso
Adamo. La durata del tormento di Adamo e le bellezze che Lilith offrì alla sua
vista e al suo desiderio cambiano a seconda della fantasia del relatore. Ma ciò
su cui tutti i talmudisti si trovano d’accordo è l’esito prevedibile della
tentazione: Adamo soccombe al Diavolo – che non era riuscito a vincerlo
da uomo a uomo, per così dire – e convive con lui con le sembianze dell’irresistibile
Lilith per la bellezza di centotrenta anni. Le versioni più audaci della
leggenda ci narrano che questo adulterio – a differenza di quello di Eva
con Lucifero – produsse abbondante discendenza. Si tratterebbe degli
angeli che si innamorarono delle figlie degli uomini, secondo la Bibbia, e anche dei padri dei giganti che
popolano i miti dell’antichità. Da allora non hanno più abbandonato la Terra:
mortali, e dunque perituri come il loro padre primitivo, hanno però ereditato
la tenebrosa grandezza di Lilith e si succedono gli uni agli altri nel corso
della Storia per garantire la presenza del Principe del Mondo. Quanto ad Adamo
ed Eva, narrano le leggende che si confessarono e si perdonarono a vicenda le
rispettive infedeltà e che la nascita di Caino sancì definitivamente la loro riconciliazione.
A quanto si sa, trascorsero in perfetta armonia coniugale i secoli che
restarono loro ancora da vivere. […]
Sia Pierre de l’Ancre sia lo spagnolo Del Río ci hanno lasciato
varie testimonianze della pazienza del Diavolo: una volta giunse a corteggiare
per anni una adolescente, ma non la possedette fino a quando non fu
rispettabilmente sposata (benché sia lecito supporre quali libertà si sia preso
durante il corteggiamento). In generale, l’erotismo che il Diavolo pratica con
i mortali non sembra avere altro scopo se non quello della corruzione in se
stessa: poiché è un amante eccezionale, quando se ne va lascia la vittima in
uno stato d’ansia permanente e di nostalgia, e nella predisposizione ad
abbandonarsi alle maggiori sfrenatezze, nella speranza di ritrovare quell’intensità
di godimento raggiunta con lui.
A volte, però, il suo passaggio è devastante come un uragano,
anche se non sappiamo quali siano i motivi che lo inducono ad agire in questo
modo. In Inghilterra, per esempio, dal secolo XV si racconta la storia
sventurata di Jean Weigs. Divisa dal suo amante, di nome William, Jean fece un
sogno che ritenne premonitore, in cui le era ordinato di recarsi il giorno
successivo nel bosco, dove William – allora impossibilitato a mostrarsi
in pubblico per certi debiti di gioco – l’avrebbe attesa in incognito.
Jean si recò all’appuntamento dove incontrò un uomo incappucciato che, dopo
essersi accertato che fossero soli, si rivelò: Jean riconobbe William e gli
amanti trascorsero una notte straordinaria nell’ombrosa tranquillità della
natura. Più tardi, dopo aver fatto ritorno a casa sua, Jean raccontò a un’amica
le delizie di quell’incontro e le disse che mai William si era rivelato così
prodigo e straordinario come in quell’occasione. Alcune ore dopo, tuttavia,
cadde vittima di una febbre violenta e di una notevole infiammazione delle
parti sessuali che lei attribuì, al principio, agli slanci amorosi di quell’incontro.
Tuttavia la sua salute continuò a peggiorare giorno dopo giorno finché una
notte le apparve il Diavolo e le confessò di essere stato il focoso compagno
del bosco: per convincerla la informò che William era morto una settimana prima
dell’appasionato incontro per le ferite riportate durante una rissa in una
taverna. La giovane, disperata, pregò l’amica affinché si informasse di quell’ultimo
dettaglio, che sfortunatamente per lei risultò essere vero. Tre giorni dopo la
conferma di quella notizia, Jean spirò: la tradizione insiste nel dire che ciò
avvenne fra le convulsioni e che il suo sesso si era trasformato in una piaga.
Come esempio contrario si potrebbe citare la storia di Magdalena
de la Cruz, celebre badessa di un convento di Cordoba, che a metà del 1500 ebbe
una lunga e fortunata relazione con un incubo. Francisco de Torreblanca ci narra
che Magdalena per molti anni fu considerata una santa miracolosa poiché era capace di ottenere a suo piacimento «rose in inverno e
neve d’agosto e passava attraverso i muri che si aprivano dinanzi a lei». In
realtà Magdalena compiva questi prodigi per intercessione del suo amante, un
incubo che l’amò focosamente e fedelmente da quando la badessa era adolescente
fino a che compì quarantadue anni, epoca in cui questi sparì. Inconsolabile per
la perdita dell’amato, Magdalena confessò la sua storia prodigiosa sin nei
minimi dettagli e chiese di essere sottoposta a regime penitenziale:
stranamente, l’Inquisizione le risparmiò la vita e accettò la sua richiesta.
Il patto diabolico
[…]L’archetipo del patto diabolico
fu stipulato dal nostro personaggio, in veste di Mefistofele, con l’enigmatico
dottor Johannes Faust. Si è potuto stabilire con certezza che Faust –
unanimemente considerato il mago del Rinascimento per eccellenza, insieme ai
suoi contemporanei Paracelso e Cornelio Agrippa – nacque a Knittliengen,
un minuscolo paese della Württemberg, nel 1480 e che morì settant’anni dopo, di
ritorno al suo paese natale, dopo una vita dai risvolti sorprendenti. Discepolo
del benedettino Johannes Trithemius (uno dei maghi speculativi più illustri che
siano mai esistiti), il giovane Faust sconvolge la sua epoca per la vastità
della sua conoscenza e per la facilità con cui l’acquisisce.
Dopo essersi laureato all’Università
di Heidelberg, si dirige a Praga – a quel tempo capitale mondiale della
magia – nei primi anni del secolo XVI. Dagli epistolari dello stesso
Trithemius, del canonista Mudt e di Heinrich Urbanus, che lo cita come Magister
Georgius Sabellicus Faustus Junior, sappiamo che già allora la cultura
filologica e filosofica di Faust era enorme: fra l’altro, affermava e
dimostrava di conoscere a memoria l’opera completa di Omero,
Virgilio e Orazio.
È possibile che proprio a Praga si
sia consumato il celebre e terribile patto. Secondo Johann Spies, autore della
prima storia di Faust, pubblicata a Francoforte nel 1587, lo studente di
Heidelberg possedeva, oltre alle straordinarie conoscenze umanistiche, poteri
paranormali come la levitazione, il dono dell’ubiquità e la xenoglossia (il
dono delle lingue), e riporta numerosi aneddoti sul suo potere di ipnosi e di
suggestione. Si tornerà in seguito su questo e altri aspetti del personaggio in
questione (nella seconda parte: L’apogeo del Diavolo), ma ora è interessante attenersi
alle caratteristiche del suo patto, così come lo racconta Georg Rudolf Widman,
un fanatico luterano che, nel 1599, ampliò e satanizzò notevolmente l’opera di
Spies.
Ossessionato dalla volontà di
possedere la somma conoscenza e certo di non poterla raggiungere durante il
tempo breve della vita umana, Faust avrebbe riflettuto a lungo sulla possibilità
del patto, ma trascorse del tempo senza decidersi a usare le formule e le
invocazioni necessarie a stabilirlo (benché, a detta del suo biografo, le
conoscesse perfettamente). Attratto dagli interessi di Faust e dall’eccezionale
qualità della sua anima, Satana gli si avvicinò la prima volta sotto forma di
cane nero: prese a seguirlo in tutte le sue passeggiate, finché riuscì a
commuoverlo e a farsi ammettere in casa. Si sa bene che il Diavolo ha i suoi
limiti e che non può costringere nessuno a fare ciò verso cui, per natura o a
causa delle circostanze, non è incline in alcun modo: se si fosse direttamente
manifestato al cavilloso Faust, forse questi si sarebbe rifiutato di concludere
il patto. Ma il Tentatore è astuto e paziente e sotto forma di cane fedele si
adoperò affinché nulla distraesse il suo padrone dai pensieri che lo
riguardavano. Alla fine, dopo aver affidato le questioni mondane al servitore
Cristoforo Wagner, prevedendo di perdere la vita nell’impresa, il dottor Faust
non resistette alla tentazione di conoscere il Diavolo, con il quale si incontrò
nelle foreste di Mangeall, nei dintorni di Wittemberg.
Dopo varie manifestazioni del suo
potere – un’improvvisa tempesta elettrica, abbattimento di alberi, rumori
orribili – il Diavolo pone fine al rituale e si presenta al mago, nel
paesaggio calmo e silenzioso della foresta, vestendo la tonaca di francescano.
Per un quarto d’ora gli gira intorno e infine gli si rivolge: non si dicono una
parola. Faust legge la pergamena che l’altro gli porge, si punge con la penna,
anch’essa offertagli dal Diavolo, e firma con il sangue il documento. Secondo
Widman, la copia di questo documento fu ritrovata fra le carte postume di Faust
e le sue clausole si possono riassumere più o meno in questo modo: Mefistofele
sarebbe apparso ogniqualvolta Faust lo avesse invocato, con l’impegno di
realizzare ogni suo desiderio, sarebbe stato solerte e sottomesso come un
servitore e si sarebbe materializzato ai suoi occhi, ma nessun altro avrebbe
potuto vederlo. Il saggio, da parte sua, si impegnava in un’unica ma terribile
clausola: quando fossero trascorsi ventiquattro anni, avrebbe dovuto
consegnarsi anima e corpo al Diavolo «senza riserva di alcun diritto di
redenzione, né un futuro ricorso alla divina misericordia».
Con poche variazioni – per
esempio Wagner nelle vesti di Mefistofele – Johann Nicolaus Pfitzer,
medico del Nuremberg, ci racconta la sua versione della storia di Faust in un
opera abbastanza famosa, pubblicata nel 1674. A quel tempo il mito si era
radicato profondamente in Germania, dove costituiva una delle principali opere
di repertorio delle compagnie comiche e dei gruppi di burattinai. Il passaggio
dalla letteratura alla rappresentazione si deve all’elisabettiano Christopher
Marlowe, che nel 1588 scrisse e mise in scena con grande successo la Tragica
storia del dottor Faust. Molto probabilmente la leggenda giunse a conoscenza di Goethe anche in
qualcuna di queste versioni di marionette e l’autore incominciò ad abbozzare il
suo capolavoro nel 1775 per terminarlo nel 1832, anno della sua morte.
Collin de Plancy – citando
Muchemberg, san Macario, Lattanzio e altri autori – assicura che per
invocare il Diavolo è indispensabile prendere certe precauzioni. In primo
luogo, a parte le formule e gli scongiuri raccomandati, deve essere sacrificato
un animale, poiché il Tentatore gradisce essere rispettato come una divinità.
Non importa che si tratti di un sacrificio importante (un gatto o una gallina
di solito gli bastano), poiché ciò che conta è il riconoscimento della sua
natura divina espresso nel sacrificio stesso. Questa base sacrificale su cui
poggia il patto dell’uomo con Dio è, come ben sappiamo, antica come l’umanità e
perfino l’austero monoteismo mosaico ne è impregnato: l’eucarestia cristiana,
d’altra parte, è una versione sublimata e metafisica dello stesso principio. Di
qui la grossolanità di certi culti satanici – soprattutto moderni –
che confondono l’esigenza qualitativa del rituale con una regola secondo la
quale il sacrificio è una escalation che culmina nell’assassinio.
Un’altra particolarità da tenere in
considerazione nelle invocazioni è che i demoni sono ansiosi e voraci: non se
ne stanno tranquilli durante il tempo in cui si trovano in nostra presenza: è
necessario catturarne l’attenzione offrendo loro qualsiasi cosa di cui si sia
ben provvisti (pane, bottoni, capelli, ecc.). Inoltre conviene anche precisare
che sono visibili solo a coloro che li hanno invocati – come quelli al
servizio del mago Lepilis – e che alcuni sono particolarmente masochisti:
accorrono quando insultati e minacciati e, una volta presenti, amano essere
trattati con durezza.
Faust perde l’anima a causa della
sua sete di conoscenza, e in questo senso è un classico eroe gnostico che
ripropone il grande mito del titano Prometeo (con una variante nient’affatto
trascurabile: essendo un elevato esponente del Rinascimento, Faust è un
individualista e la sua avventura si inscrive in un’orbita ontologica. Il
Titano, invece, è un demiurgo, e sia la sua proposta sia il suo sacrificio sono
«per tutti gli uomini»). Motivi meno nobili, ma non meno umani, sono stati la
causa di altri patti, come quello della famosa Non de l’Ellos, che vendette la
sua anima per poter conservare la bellezza del corpo fino alla vecchiaia (si
dice che superò i settant’anni senza che le sue attrattive fossero minimamente
appassite: seppe che stava per morire quando lo stesso gnomo che le aveva fatto
la promessa nell’adolescenza apparve a lato del suo letto. «Viene a
riscuotere», disse allora, e spirò). […]