Diego Verdegiglio
LA TV DI MUSSOLINI
Sperimentazioni televisive nel Ventennio fascista

 
Introduzione | La TV nella Seconda Guerra Mondiale
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Introduzione

«La Tv di Mussolini? Perché, in Italia durante il Fascismo c'era già la televisione?» è la domanda che mi è stata posta più di frequente mentre mi accingevo a scrivere questo libro. Sorpresa, incredulità, scetticismo e convinzione ferrea che tutto sia cominciato nel 1954 con la Rai. Queste le reazioni più comuni. Alle quali si è aggiunto spesso il proposito di leggere queste pagine, per approfondire un argomento sconosciuto ai più. Già: in Italia, prima della Seconda Guerra Mondiale, esisteva la televisione. Piccolissima, sperimentale, molto limitata e artigianale, ma esisteva. Così come esistevano ben cinque industrie che fabbricavano antenne e televisori. Questa notizia non è certo una novità per gli «addetti ai lavori»: recenti opere, fra le quali quelle di Francesco Casetti, Aldo Grasso, Franco Monteleone, Peppino Ortoleva, Gian Luigi Pezza e Franco Soresini, hanno citato il percorso lento e faticoso della Tv italiana anteguerra, quando già in altri Paesi, come la Francia, la Germania o l'Inghilterra, lo sviluppo del piccolo schermo era a buon punto e in quest'ultima erano stati addirittura venduti oltre 20.000 «videoricevitori». Scrive Peppino Ortoleva:

Perché nessuno si ricorda che c'era una televisione prima della guerra? Ci sono vari motivi: si trattava di una televisione sperimentalissima e per pochi privilegiati, ma forse, e soprattutto, perché questa storia fu bruscamente interrotta. La guerra impose in tutti i Paesi la sospensione della produzione: l'elettronica di divertimento fu soppiantata da quella bellica, ritenuta prioritaria.

Si potrebbe aggiungere che per alcuni in Italia, nel dopoguerra, non si parlò più molto di quell'epoca pionieristica del piccolo schermo perché da taluni essa fu in qualche modo ritenuta una conquista della «tecnologia fascista». Questo tuttavia non intende essere un volume per i soli «addetti ai lavori», ma si rivolge anche, con un linguaggio speriamo quanto più divulgativo e semplice possibile, a un più grande pubblico curioso di conoscere un dettaglio poco noto della nostra storia nazionale. L'intento di questo libro non è quello di «rivelare» alcunché di nuovo, quanto quello di approfondire alcuni aspetti (in particolare quelli legati alla storia del mezzo e alla realizzazione dei programmi). A meno che non vengano aperti «archivi» a tutti finora sconosciuti, non vi sono (e non vi saranno neanche in futuro) ulteriori «sorprese» su questo tema, rispetto a quanto si è appreso in questo mezzo secolo che ci separa dalla fase sperimentale del piccolo schermo.

Gli archivi dell'Eiar (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) relativi a quel periodo pionieristico della Tv sono andati in gran parte dispersi, smarriti o distrutti durante il periodo bellico. Palinsesti, contratti, ordini di servizio, sceneggiature per il video, foto, riprese su pellicola e molta dell'embrionale documentazione di quella prima gestazione non esistono più. Resta qualcosa nelle Direzioni Teche e negli archivi di Roma, Torino e Milano, ma è davvero poco per qualunque ricercatore voglia accingersi a ricostruire quei primordi. Mi sono così spesso affidato ai ricordi personali di chi è stato testimone diretto di quel momento davvero storico e, in questo senso, il materiale della rivista «Armonia» dell'Associazione Anziani Rai mi è stato veramente utile. Meritoria, a questo proposito, è la recentissima iniziativa dell'Associazione, per opera di Umberto Casella, di videoregistrare i ricordi di tutti i pensionati dell'Eiar e della Rai.

Non ho dimenticato naturalmente alcuni cenni agli aspetti tecnici e politici della prima Tv nazionale. I primi sono quasi un'appendice di curiosità «archeologiche» per specialisti amanti di valvole e ho preferito raggrupparli traendoli da una serie di riviste scientifiche in auge tra la fine degli anni Trenta e l'inizio del decennio successivo. I secondi, certamente più interessanti per il grande pubblico, riguardano i riflessi in Italia di ciò che stava accadendo alla televisione in Germania, ossia l'immediato interessamento della propaganda nazista per il nuovo mezzo.  Anche Mussolini, naturalmente,  intuì subito le potenzialità di questa realizzazione tecnica ai fini del sostegno alle sue mire espansionistiche e alla sopravvivenza del Regime, ormai letalmente legato alla folle avventura hitleriana. Questa novità, tuttavia, come tante altre già abbozzate o studiate dagli scienziati italiani (la scissione dell'atomo, il radar, l'aereo a reazione), giunse tardi e in forma così ridotta da essere del tutto cancellata in seguito all'entrata in guerra dell'Italia. Già nella tarda primavera del 1940 le trasmissioni iniziate un anno prima volgevano alla chiusura e non si sarebbero riaperte, in forma del tutto sperimentale, che alla fine del conflitto.

Non potevo ovviamente evitare un'ampia panoramica (e mai termine fu più azzeccato, parlando di televisione!) su ciò che è stato fatto nel mondo nel decennio 1935-1945 in questo settore. Purtroppo il confronto con le grandi potenze mondiali non vide il nostro Paese brillare per un massiccio sviluppo del settore, anche se la qualità dei tecnici e dei prodotti non aveva nulla da invidiare alle migliori emittenti straniere. Recentemente un documentario storico di Michael Kloft (trasmesso in Italia da Rai Tre) ha rievocato con dovizia di materiali d'archivio la nascita della televisione nel Terzo Reich, con interessanti filmati recuperati nelle stazioni televisive dopo l'occupazione alleata della Germania.

A parte i commenti dell'autore poco opportuni e fuori luogo sulla tecnica di ripresa necessariamente primitiva adottata dai cameramen tedeschi, la trasmissione mostra l'impostazione nascente di un'efficiente organizzazione della Tv germanica tra il 1937 e il 1943. L'ottima qualità del materiale tecnico (soprattutto Telefunken) e l'entusiasmo degli staff potevano far prevedere un eccellente sviluppo del mezzo televisivo tedesco, se gli eventi bellici non fossero precipitati alla fine del 1944. Nonostante la guerra, infatti, furono costruite alcune modernissime stazioni di trasmissione con ampi studi di ripresa e di registrazione ed era monitorato attentamente tutto ciò che veniva fatto negli altri Paesi, fossero essi belligeranti o no. L'occupazione di Parigi nel 1940 e di altre capitali europee mise a disposizione dei tedeschi tutti gli impianti e il personale fino a quel momento disponibili nelle Nazioni che avevano iniziato gli esperimenti televisivi. In Italia, come ho già detto, tutto restò a uno stadio embrionale e supplimmo con la nostra inventiva e col proverbiale «arrangiarsi» nazionale alla mancanza di investimenti economici che lo sviluppo della televisione indubbiamente richiedeva, a partire dalla rete di ripetitori di segnale audio-video fino alla costruzione di appositi studi climatizzati per le riprese con le telecamere, per non parlare dei pullman-regia da allestire con pesanti e ingombranti impianti a valvole e da alimentare con lunghissimi cavi elettrici. Ciò non impedì un inizio di trasmissioni sperimentali regolari e questo va a onore della memoria dei tecnici e dei dirigenti (come Arturo Castellani, Alfredo Sernìcoli, Victor de Sanctis, Alessandro Banfi, Cosimo Pistoia, Francesco Vecchiacchi e tanti altri) che si prodigarono per un sistema televisivo in grado di competere, in futuro, con Paesi certamente più ricchi e organizzati. Molte foto scattate durante le trasmissioni corredano questo volume. Prego i lettori di volermi segnalare errori od omissioni che dovessero trovare nel testo. Le loro segnalazioni mi saranno di valido e prezioso aiuto.


La TV nella Seconda Guerra Mondiale

Il fatto che la televisione italiana nasca alla vigilia della più grande catastrofe bellica del Novecento deve necessariamente avere un'influenza sul suo sviluppo e sul suo uso. Questo almeno a livello teorico, dato che allo scoppio delle ostilità, come abbiamo visto, vi è una battuta d'arresto nei progressi della Tv. I primi «vagiti» della neonata televisione nazionale, iniziati poco prima della «non belligeranza» mussoliniana, si spengono alla fine del maggio del 1940. Già sull'«Annuario dell'Eiar» del 1929, tuttavia, un articolo del tenente colonnello Cesare Ambrogetti prefigura l'uso della televisione sui campi di battaglia e i riflessi sul «fronte interno» di queste immagini, che preannuncia in maniera stupefacente quanto avverrà con le successive guerre «televisive», dal Vietnam alle due guerre del Golfo:

Non so divagare sui vantaggi o sugli svantaggi di una cruda rifrazione degli episodi di guerra in mezzo al Paese che lavora, che prepara l'alimento della battaglia, che attende, che spera. Forse in principio si verificherà qualche caso di scoraggiamento, di tristezza, di sconforto, ma poi la necessità che è legge accomunerà cittadini e soldati come un esercito solo veramente […]. Le notizie raggiungeranno subito e dovunque il mondo intero e saranno anche esse un elemento di vittoria o di sconfitta per la ripercussione morale spontanea, irrefrenabile […]. Se scene disgustose, o di eccessiva licenza gaudiosa, dovessero presentarsi allo sguardo allora sarebbe naturale un freno formidabile nello slancio, ma il vergognoso confronto non avverrà, quando la battaglia sarà su tutte le piazze, e tutte le piazze saranno in mezzo alla battaglia […]. Presentate al fante l'immagine viva della sua mamma e fate che possa ascoltare la sua voce, sentirne il fremito d'amore e si lancerà all'assalto colla sicurezza della conquista. Se anche la mamma lo vedrà, le due anime saranno eternamente abbracciate nel nome della Patria.

Sandro De Feo nel 1941, su «Il Messaggero», ritorna sul fermo imposto dalla guerra allo sviluppo civile del mezzo televisivo:

Che effetto avrà la guerra sul progresso della televisione? Ne arresterà la corsa? L'affretterà? La radioaudizione, è ormai generalmente riconosciuto, fu un sottoprodotto della Guerra Mondiale n. 1. La televisione sarà un sottoprodotto della Guerra Mondiale n. 2. Alcuni profeti, nei circoli più autorevoli della radio, credono che il rumore delle prime cannonate di questa guerra sia stato accolto dalla televisione con lo stesso sollievo con cui il malconcio pugilista accoglie il suono del gong che annuncia la fine della ripresa. La televisione, insomma, secondo costoro, aveva bisogno di un periodo di respiro e l'ha avuto. Altri dicono che essa non aveva bisogno di questo periodo di respiro […]. Il gong della guerra ha suonato proprio quando l'Inghilterra si accingeva a lanciare una grande offensiva per la diffusione della televisione nel pubblico. Ma ora non se ne parla più: i cannoni antiaerei sono diventati più importanti della trasmissione attraverso l'etere delle immagini in movimento.

Commenta Enrico Rocca nel giugno 1940:

Trovata la radio in pieno sviluppo, la guerra se n'è servita largamente. Non così si può dire della televisione che, sorpresa nel corso di un'evoluzione forse rapida, è rimasta come tagliata fuori, subendo […] degli arresti sulla cui durata è difficile far previsioni. In Inghilterra, per esempio, la televisione aveva, prima della guerra, fatta parecchia strada. Dagli «studi» s'era arrivati a trasmettere delle vere e proprie teleriviste e telecomedie […]. E, ciò che più conta, incominciavano a prender piede specialmente le cronache radiovisive in esterni. Oggi le antenne dell'Alexandra Palace sono inoperose. Fin dalle prime avvisaglie del conflitto, e cioè dal 1 settembre 1939, la trasmittente televisiva della Bbc ha chiuso i suoi battenti […] chissà fino a quando […]. Ora tutto dorme per rianimarsi di certo nel dopoguerra.

Commenta «Radio Industria» nell'autunno del 1941:

La televisione, in questo periodo di nervosismo, s'è perduta nella nebbia della lontananza. In altri termini non ci sembra che abbia allignato. Eppure la guerra ne avrebbe di materiale fotografico da mettere in onda!

Guido Guarda si chiede:

Quali furono le conseguenze pratiche della Seconda Guerra Mondiale, nei confronti dell'evoluzione della Tv? La Scophony Television abbandonò ogni attività sperimentale sulla Tv a colori che, secondo le previsioni, sarebbe stata una realtà di lì a cinque anni. Il progetto di un collegamento televisivo tra Helsinki, dove nel 1940 avrebbero dovuto svolgersi i Giochi Olimpici, e Berlino, naturalmente svanì (sarebbe stato il primo passo, compiuto con dieci anni di anticipo, verso l'Eurovisione). La Gran Bretagna cessò le trasmissioni il 10 settembre: lo stesso giorno in cui Danzica venne occupata. Gli abbonati anglosassoni erano 30.000. Poche settimane prima in Germania erano stati lanciati sul mercato 10.000 esemplari di un modello di televisore eccezionalmente economico. In America funzionavano 7 emittenti, ma la fabbricazione dei televisori venne interrotta e tutte le energie nel campo dell'industria elettronica furono rivolte alle ricerche sui congegni automatici di puntamento delle armi da fuoco. Il signor Herbert A. Johnson dimenticò che nel 1936, in veste di rappresentante americano alla Fiera di Lipsia, aveva usato per la prima volta un apparecchio videotelefonico per chiacchierare con un amico che si trovava a Berlino. E dove saranno finite le 2.000 schede di documentazione compilate dall'Istituto per la Cinematografia Educativa (Ice) di Roma, come base del Centro Internazionale di Televisione sorto nel 1935? Quello stesso anno, il 4 e il 5 aprile, l'Ice aveva tenuto a Nizza un convegno di studio sulla Tv, presieduto da Luigi Lumière.

Il sipario calato sulla televisione, tranne limitate trasmissioni in Germania, Francia e Stati Uniti, si fa quasi impenetrabile. In Italia continuano sporadiche esperienze, ma solo nel chiuso dei laboratori. La televisione fa la sua ultima, grande apparizione alla XII Mostra Nazionale della Radio di Milano nel settembre 1940: «Notiamo macchine di ripresa per televisione, sia da studio sia all'aperto. Nonostante la pausa apparente, il tema è vivo ed ha molti ansiosi fautori», scrive «Radio Industria». Recensendo il «Radiocorriere» del settembre 1941, Francesco Casetti nota:

Il discorso sulla televisione è limitato a poche righe in cui si afferma che anche gli apparecchi televisivi sono presenti alla XIII Mostra della Radio di Milano, ma solo a titolo rappresentativo, per «ovvie considerazioni sul momento».

Nella primavera del 1942, alla Fiera Campionaria di Milano, la Marelli espone ancora apparecchiature di televisione riceventi e trasmittenti, telecamere per presa diretta e Telecinema per trasmissione di film. Scrive «Radio Industria» nella primavera del 1943:

Negli stabilimenti Safar in campo televisivo si lavora in modo alacre. L'ingegner Castellani, Direttore tecnico, ci ha illustrato il nuovo sincronizzatore per televisione messo a punto nella sua ditta.

L'anno successivo l'ingegner Castellani dà incarico al tecnico Mario Zanfi di mettere a punto un ricevitore di televisione da poter produrre industrialmente alla fine del conflitto. È tuttavia ben poca cosa, rispetto alle aspettative e agli entusiasmi anteguerra. Così, nel maggio 1943, riassume la situazione della Tv nel mondo una rivista specializzata:

Sulla televisione la raccolta di notizie è ancor meno facile, in quanto pare che a questa partita siano riservati compiti di guerra che perfino i competenti ritengono veramente singolari. Lasciamo le rivelazioni alla fine vittoriosa del conflitto. Ciò che si sa è riassunto qui di seguito: in Italia Castellani ha sviluppato un nuovo sistema di sincronismo, costruendo nuovi appositi tubi. In Francia, a Lione, è stato sperimentato con successo un sistema basato sull'analisi delle immagini su 507 linee. In Germania la stazione di Berlino ha portato da 2 a 4 le ore quotidiane di trasmissione ed è stata aperta una nuova sala di ricezione televisiva su grande schermo. Numerosi televisori sono stati installati negli ospedali militari della capitale del Reich […]. In Gran Bretagna John L. Baird annuncia la realizzazione della televisione stereoscopica […]. Negli Stati Uniti d'America, nel 1942, hanno funzionato regolarmente sette stazioni trasmittenti televisive. Tre altre sono in corso di collaudo.  In Svizzera, infine, è stato studiato e sperimentato un nuovo e originale sistema di ricezione su grande schermo.

In base alle esperienze compiute in altre Nazioni europee e negli Stati Uniti, alcune riviste italiane riportano anticipazioni sui possibili sviluppi della televisione collegata alle necessità della guerra. Giordano Bruno Angeletti scrive infatti nel 1941 un articolo su La televisione e l'offesa aerea, ma già nel 1939 F. Gatta fa ottimistiche previsioni circa le possibilità del nuovo mezzo sui campi di battaglia. Con la reticenza imposta dalla censura di guerra, anche la rivista «Radio Industria» dà nel 1943 un parere sull'uso bellico della televisione:

A proposito dell'ottica elettronica ricordiamo che i nostri alleati germanici non disarmano in fatto di televisione. Nonostante la guerra […] il progresso della scienza tanto a casa nostra come in casa dei nostri alleati non è assolutamente disdegnato o trascurato. Qualche volta si è anche tentato di dare alla televisione un'importanza bellica, ma fino a prova contraria si tratta per ora di concezioni di laboratorio e di iniziative plausibili all'inventiva, ma assolutamente scarse di valore pratico. Tutto ciò sia detto sempre fino a prova contraria, poiché a noi non è dato sapere e né è concesso riferire fino a che punto sono quelle pratiche applicazioni aderenti alle azioni delle forze armate.

Sulla medesima rivista, a conflitto iniziato, si può evidenziare il tono fortemente nazionalistico di alcune note tecniche e il dileggio verso anticipazioni angloamericane che avrebbero dovuto invece essere prese molto sul serio, in quanto anticipatrici di mezzi e ritrovati bellici (come le «fortezze volanti» b52, le portaerei o gli aerei senza pilota teleguidati da terra tramite una telecamera, oggi usati dagli Usa in Afghanistan e in Iraq) di straordinario interesse scientifico:

«La scienza per tutti», nel suo editoriale del n. 8, rileva come la propaganda americana si serva di ogni più fantastico e strano espediente per impressionare gli ingenui di tutto il mondo […]. Si tratta questa volta di aeroplani telecomandati e provvisti di trasmettitori di televisione atti a segnalare a operatori accuratamente protetti in speciali sotterranei e a fornire gli elementi per comandare a distanza un'eventuale reazione con il fuoco. Questa pazzesca novità, che sarebbe semplicemente ridicola se non fosse dettata dalla più odiosa propaganda anti Asse, è stata concepita da «Radio Craft» e costituisce una patente provocazione dato che l'aeroplano attaccante – nel disegno immaginario – porta i segni evidenti della gloriosa aviazione del Grande Reich. Riteniamo superfluo aggiungere che questa concezione alla Verne della guerra moderna, messa in relazione ad altre idee del genere sulle «fortezze volanti» e sugli «aerodromi galleggianti» dovuti al bellicismo e alla puerile fantasia americana, danno una pietosa sensazione degli espedienti della propaganda dei seguaci del candidato […] imperatore americano del corteggio olente degli ebrei!

La stessa incredula, spocchiosa superficialità è destinata a commentare nel 1941 l'entrata in guerra del nuovo, enorme aereo anfibio americano Catalina a grandissima autonomia:

La notizia non è confermata e ha uno scarso valore contingente: infatti è strano come da tempo in qua, i dirigenti della politica anglosassone affidino alla […] propaganda la custodia dei segreti militari.

Scrive Aldo Grasso:

Nel giorno dell'attacco giapponese alla flotta Usa a Pearl Harbor si sparse a New York la voce che aerei tedeschi erano in volo sull'Atlantico con l'obiettivo di bombardare la città. Alla Cbs venne montata in tutta fretta una telecamera su una finestra che dava sull'oceano per riprendere il nemico in arrivo. A un certo punto lo staff del network pensò che i bombardieri tedeschi potessero utilizzare il segnale Tv come faro e smontò l'apparecchiatura. I nazisti, naturalmente, non arrivarono mai. La guerra ebbe un doppio effetto sul nascente business Tv in Usa. La costruzione di molte stazioni venne bloccata e quasi tutte quelle esistenti, tranne poche, abbandonarono l'etere. Ma, al tempo stesso, i migliori scienziati del Paese si dedicarono alla ricerca militare studiando soprattutto l'elettronica delle alte frequenze. Il loro lavoro migliorò notevolmente la tecnologia del radar e, di riflesso, ebbe influssi positivi sulla televisione. Lo stesso stava avvenendo in Germania, dove venne impiantato un sistema di controllo televisivo a distanza per seguire i lanci di prova dei razzi V2, destinati a piovere sulla Gran Bretagna […]. Le conoscenze tecnologiche accumulate da molti Paesi grazie all'economia di guerra vennero subito applicate nell'industria televisiva postbellica.

L'utilizzazione delle onde radio e dei tubi catodici non può infatti lasciare indifferente un settore di studi accaniti in tutti i Paesi belligeranti, qual è quello dei «radiolocalizzatori», i famosi radar. Al termine del conflitto cade il velo di segreto che avvolge questa nuovissima conquista della tecnica bellica che si era rivelata decisiva per gli Alleati. L'ingegner Eugenio Gnesutta, Direttore del Laboratorio Radio della ditta Allocchio Bacchini di Milano, è uno dei massimi esperti italiani in questo campo fin dal periodo prebellico e già nel 1938 scrive in un articolo sui tubi Magnetron pubblicato dalla rivista «Radio Industria» di Milano:

Oltre alla telefonia, questi trasmettitori per microonde avranno certamente applicazione nei complessi per l'atterraggio degli aeroplani e per la ricerca di essi, nei radiofari indicatori di rotta nei porti, nei cercatori di ostacoli e forse nella televisione in sostituzione dei cavi ad alta frequenza.

Previsioni poi avveratesi in pieno. Nella stessa rivista, subito dopo la fine della guerra, Gnesutta rivela la storia dell'impiego del radar da parte inglese fin dal 1937-38: a esso si doveva la salvezza del Paese dall'assalto dei missili V2 tedeschi, che venivano radiolocalizzati e distrutti ancora in volo. I tedeschi erano giunti più tardi alla creazione di un radar affidabile, ma gli apparecchi risultarono «tipicamente tedeschi», cioè pesanti e complicati. Gnesutta descrive ciò che l'Italia aveva fatto e, soprattutto, quanto avrebbe potuto fare in questo campo:

Circa i rari, cioè i radar italiani, ci sarebbe molto da dire, non tanto sui risultati raggiunti, quanto sul «come questi non si siano conseguiti», e ciò malgrado che alcuni tecnici valorosi si occupassero del problema e intravedessero la sua importanza fin dal 1935. Le ragioni che non permisero ai tecnici italiani di seguire praticamente, se non scientificamente, i progressi raggiunti dai tecnici stranieri, sono varie e complesse e talune sfuggono anche alla più accurata indagine, rientrando in quella disorganizzazione e impreparazione tecnica degli enti militari ben nota ai tecnici che con essi dovevano collaborare, ma non compresa da chi, con tanta leggerezza, ci ha portati all'infausta guerra. Si è detto che l'Inghilterra e l'America hanno impiegato migliaia di esperti per la progettazione e la costruzione dei radar: in Italia i tecnici addetti ai radar erano al massimo qualche decina! […] Il compito di studiare i localizzatori fu affidato, verso la fine del 1941, a tre ditte e ognuna di esse dovette occuparsi di tutti gli infiniti problemi elettrotecnici e meccanici […]. Naturalmente le difficoltà incontrate furono grandissime […]. Nonostante ciò, molte applicazioni che sono state fatte dagli Alleati furono intraviste, e in parte sperimentalmente realizzate, anche dai nostri tecnici. Una di esse, la visione panoramica degli ostacoli (h2s e Ppi, Plan Position Inspection) era allo studio in due ditte italiane e ciò all'insaputa l'una dell'altra! Solo verso la metà del 1943 si comprese la necessità di specializzare il lavoro di ogni singola ditta costruttrice, ma oramai si era giunti all'armistizio dell'8 settembre! Va tenuto presente che il contributo tecnico che i tedeschi avrebbero dovuto darci è stato assolutamente nullo, tanto che solo verso la fine del 1942 i nostri tecnici poterono «vedere» qualche vecchio prototipo di apparecchio tedesco che era stato inviato in Italia. Mentre in America e in Inghilterra si fece largo uso di radioamatori militarizzati per il funzionamento di migliaia di radar, in Italia, con la soppressione del dilettantismo radiofonico ritenuto politicamente pericoloso, non si comprese quale grandissima importanza poteva assumere l'impiego di una massa di tecnici già formati reclutabile nel campo dei radioamatori.

Ma l'importanza e la consapevolezza del radar non sfuggono ai tecnici italiani già nel corso del conflitto. Anche se in ritardo e con scarsi risultati operativi, la Marina riesce a mettere a punto prima il radar denominato Fòlaga e poi il famoso Gufo ideato da Ugo Tiberio e dalla sua équipe. Solo 13 apparecchiature, delle 50 ordinate, saranno però installate sulle unità navali italiane. Così «Radio Industria» commenta nel 1941:

La propaganda britannica ha annunciato recentemente che la Gran Bretagna ha una nuova arma segreta che consiste in un dispositivo di radiogoniometria spaziale per stabilire la posizione di aeroplani nemici anche in condizioni di visibilità nulla, come di notte, nella nebbia, ecc. Il merito di questa invenzione viene attribuito a R. Watt, un tecnico inglese. Sarà bene ricordare che il primo brevetto concernente un radiogoniometro spaziale […] è stato concesso all'ingegner Ernesto Montù sin dal 31 gennaio 1935 (brevetto italiano n. 338-834) e registrato anche in altre importanti Nazioni […]. Desideriamo insistere […] sulla solita campagna a sfondo pseudoscientifico inscenata dalla propaganda nemica relativamente alla «localizzazione degli aerei attaccanti mediante un mezzo segreto» scoperto dalla genialità […] inglese. Che gli inglesi abbiano una fertile fantasia è ormai fuor di dubbio […]. La nota dell'ingegner Montù sta a dimostrare come questa nuova trovata su cui strombazzano gli inglesi (e gli organetti neutrali) non solo non sia per noi un segreto, ma è addirittura roba italiana camuffata.

L'articolo si conclude irridendo alla nuova rete di radar inglesi e sottolineando la sua inefficacia, dato il ritmo quotidiano e incessante delle incursioni aeree tedesche sul territorio britannico. Stessa ironia antinglese su un altro numero della rivista:

Nel n. 80 abbiamo accennato alla nuova arma segreta dell'Inghilterra, consistente in un apparato radio destinato a individuare gli aerei attaccanti in volo. Abbiamo anche spiegato come questo segreto di guerra, che l'organizzazione militare inglese affida in […] custodia alla sua ben nota propaganda, abbia dei precedenti in un brevetto del noto ingegnere italiano Ernesto Montù.

Scrive Enzo Cajone agli inizi del 1945:

Non sfugge a nessuno l'importanza che può avere per il comando delle operazioni militari la possibilità di avere una visione quanto più precisa e istantanea possibile della dislocazione delle forze che si affrontano […]. Questo hanno compreso da tempo gli organismi militari delle varie Nazioni, che si sono perciò preoccupati di studiare le varie possibilità di applicazione della televisione […]. Il segreto più completo nasconde ovviamente questi studi, tuttavia, potremo citare i princìpi di due sistemi particolarmente interessanti nell'ora attuale. Il primo è quello del telescopio elettronico, studiato dallo Zworykin e dal Morton per conto del Genio aeronautico americano, che permette di vedere ingranditi degli oggetti altrimenti nascosti sfruttando i raggi invisibili da essi emessi […]. Non si tratta qui di televisione nel senso che comunemente si attribuisce a questa parola. Tuttavia si ha uno sfruttamento degli stessi princìpi utilizzati dalla tecnica televisiva, in quanto si produce un'immagine ottica dell'oggetto che si vuol vedere su un fotocatodo trasparente […]. Questi studi sono stati fatti anche in Italia dagli ingegneri Agostino Del Vecchio e Giovanni Gallarati. L'altra applicazione militare che vogliamo citare è quella che permette di facilitare l'atterraggio di aeromobili di notte e con tempo nebbioso, tramite un sistema di guida a radiosegnali tra aeroporto e velivolo sperimentati dall'americano John Hammond fin dal 1934 […]. Sull'aeroplano è installato presso il posto di pilotaggio un ricevitore a tubo catodico sul cui schermo il pilota può quindi vedere continuamente, anche in volo totalmente cieco, il campo di atterraggio e la sua posizione. Questo sistema è stato sperimentato dall'us Signal Corporation a Noverik, nel New Jersey.

Le vicende belliche, come si è già detto, influiscono negativamente sullo sviluppo della televisione italiana e dei vari usi del tubo catodico: l'Eiar-Tv chiude i battenti. Le stesse vicissitudini dell'Ente seguite alla caduta del Fascismo e all'armistizio (col sabotaggio da parte di tecnici italiani dei potentissimi trasmettitori romani di Prato Smeraldo, poi in gran parte danneggiati o trasferiti dai tedeschi al Nord) impediscono qualunque prosecuzione degli esperimenti sul piccolo schermo appena nato.