2A+P, Marco Brizzi, Luigi Prestinenza Puglisi
GR - La generazione della rete
Sperimentazioni nell'architettura italiana

 
Geografia operativa | Dialogo critico tra MB e LPP
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Geografia operativa (2A+P)

Per affrontare l'attuale scena architettonica italiana è stata sviluppata una strategia di analisi che, dopo aver individuato un sistema di riferimento opportuno, definisse una serie di coordinate capaci di orientare le nostre scelte e di focalizzare le caratteristiche più interessanti. Dopo un'attenta indagine abbiamo sintetizzato in sei punti le principali linee di ricerca: inclusivismo, interconnessione, extradisciplinarietà, operatività, omniscape, tecnologia.

Sovrapponendo successivamnte il nostro sistema di sei coordinate al territorio abbiamo disegnato una geografia operativa, filtro attraverso il quale è stata condotta la selezione di quattordici studi, rappresentativi di un panorama certamente più ampio, fornendo un possibile tessuto di confronto tra esperienze eterogenee. Il tentativo è quello di creare un supporto per un dialogo aperto tracciando percorsi e fornendo link per conoscere le realtà e i fenomeni di uno sfaccettato paesaggio fatto di progetti, eventi e relazioni, la cui comprensione non risulta affatto immediata per complessità e stato evolutivo.

Mappature e schemi accompagnano questo racconto, certamente non esaustivo, cercando di evidenziare graficamente alcuni dei nodi fondamentali della “generazione della rete”.

>Inclusivismo

La pratica inclusiva evidenzia l'attitudine sperimentale a recepire informazioni e logiche da ambiti diversi, utilizzandole come nuovi strumenti progettuali.

Processi logici, schemi mentali, modalità di approccio vengono mutuati dal pensiero contemporaneo: filosofia, chimica, genetica, cinema, fantascienza, studi sociologici, tecnologie di comunicazione sono alcuni dei possibili tessuti con cui relazionare l'architettura.

La sperimentazione tende a modificare il processo progettuale portandolo da uno stato di purezza ad uno di ibridazione, superando così l'auto-referenzialità dell'architettura.

Attraverso un transfert concettuale, di dinamiche appartenenti all'intera sfera socioculturale, vengono modificate le basi della progettazione.

>Interconnessioni

La volontà e la strategia di relazione e confronto mette in luce la presenza, a livello nazionale ed internazionale, di un complesso e mutevole network. Vi è una generale tendenza ad ampliare il proprio bagaglio di esperienze attraverso la costituzione di luoghi di interscambio che rendono gli studi di architettura simili a «laboratori di ricerca». Dal confronto tra i componenti di gruppi si creano formazioni eterogenee, cortocircuiti concettuali capaci di generare e sviluppare nuove idee nell'affrontare un progetto comune. La disponibilità, inoltre, di un vasto territorio di relazioni come Internet, alimentato da continui flussi di informazioni, delinea la costruzione di una struttura di intersezioni capace di dare maggiore forza e coesione a un movimento in continua crescita.

>Extradisciplinarietà

L'uscire dall'ambito esclusivamente architettonico caratterizza l'opera di molti studi, che riconoscono nell'attività extradisciplinare un'ulteriore possibilità di comunicare le proprie idee e concetti. La propensione ad aprire un dialogo parallelo tra le varie discipline individua modalità di espressione ad ampio spettro: dal progetto all'installazione, dal video all'evento. Svincolata da etichettature, la nuova scena si muove agile in ambiti differenti, superando i limiti della comunicazione architettonica.

>Operatività

Le nuove linee di ricerca italiane appaiono a livello nazionale ed internazionale in modo sempre più consapevole, con la capacità di operare sia all'interno di circuiti “istituzionali” che indipendentemente. La divulgazione e la sperimentazione delle proprie idee e proposte assumono un carattere operativo attraverso l'organizzazione o la cura di concorsi, esposizioni, dibattiti e la produzione di pubblicazioni.

A conferma di un rinnovato fermento vi è un'intensificazione del dibattito culturale, all'interno del quale la nuova generazione ha un ruolo da protagonista.

>Omniscape

Una diversa sensibilità nei confronti del paesaggio fornisce un denominatore comune di molti progetti nei quali la consapevolezza ecologica, ormai assunta a postulato, viene affiancata da un'attenta riformulazione dello stesso concetto di paesaggio. I giovani studi si confrontano con questo tema per mezzo di strategie diverse ma con obiettivi spesso non privi di affinità. Decaduta la distinzione tra urbano e naturale, viene riconosciuta la presenza di un suolo continuo su cui operare per mezzo di strutture mobili, infrastrutture, interferenze, network programmatici e flussi di movimento.

Un paesaggio da attraversare, privi di senso dell'orientamento e con il coraggio di perdersi. In questo contesto, le zone marginali, i confini fisici e culturali, le interzone e i vuoti urbani si trasformano in fertili terreni di sperimentazione da colonizzare.

>Tecnologia

L'evoluzione tecnologica, che negli ultimi anni ha assunto le proporzioni di una rivoluzione, influisce sulle basi concettuali del processo progettuale. Dopo l'incondizionato sviluppo degli anni passati, oggi si tende a reintegrare l'apporto tecnologico con la sfera psicologica ed ecologica, al fine di colmare gli squilibri generati. La ricerca architettonica si concentra su una tecnologia asservita alle emozioni, nella quale il rapporto con l'uomo e con l'ambiente assume un valore di primaria importanza.

Dalla sfera virtuale a quella sociale l'apporto tecnologico si manifesta a più livelli, dall'uso avanzato di software fino al riutilizzo di materiali di recupero. Si rilegge una spinta creativa che, avvalendosi dell'apporto di nuove tecnologie, concretizza in visioni, previsioni, immagini e progetti proposte per un futuro prossimo.

Dialogo critico fra MB e LPP

Luigi Prestinenza Puglisi: Comincerei con una domanda. Esiste o non esiste una giovane architettura italiana? Ovviamente non nel senso anagrafico. Il senso della mia domanda è: i progettisti della nuova generazione si riconoscono oggi all'interno di un network? Stanno producendo ricerche di un qualche interesse? Ci stanno facendo uscire da quel buco nero nel quale, secondo il critico William Menking, l'architettura italiana è da qualche decennio sprofondata?

Io sono ottimista per natura. Quindi penso che la risposta sia positiva. Prima di rispondere in modo meno sommario alle domande vorrei però fare un'altra considerazione che giustifica il mio ottimismo. È questa. Mi sembra che, rispetto al buco nero – che io vedo coincidere principalmente con l'Università – si siano elaborate tre strategie di fuga.

La prima consiste in una formazione sulla pubblicistica straniera. Credo che El Croquis o Actar abbiano svolto, nella formazione delle giovani generazioni, un ruolo non marginale. La seconda è la strategia della rete. Arch'it in testa. Ma anche numerose webzine, spesso realizzate da studenti. Attraverso Internet si accede in poco tempo e a costi contenuti a una notevole quantità di informazioni. Si colloquia, creando una sorta di comunità virtuale che travalica i confini geografici. Credo che Netscape ed Explorer abbiano fatto per l'architettura italiana più di quello che possano aver fatto centomila pagine di carta stampata. La terza strategia sono i viaggi all'estero, i programmi Leonardo e Erasmus, le esperienze di lavoro miste tra italiani e stranieri, con gruppi di progettazione transnazionali sulla scia dell'esperienza di Ocean. Forse metterei anche i concorsi Europan, che però in Italia (e non credo soltanto in Italia, anche se da noi in maniera più pesante) hanno avuto scarso esito in termini di concrete realizzazioni. Grazie a queste strategie, spesso combinate, credo che molti giovani si siano sprovincializzati, abbiano capito che si poteva pensare all'architettura in modo diverso, non tradizionale, abbiano finalmente messo in discussione il muro a cassetta e la piattabanda in mattoni. Abbiano, insomma, avuto il coraggio di ammazzare i padri, che da sempre è il presupposto indispensabile per attivare ricerche autonome, perseguire una propria identità. 

Marco Brizzi: Mi piace il tuo cominciare con delle domande, spero che arriveremo alla fine di questa chiacchierata prospettando ancora questioni e sollevando ipotesi, lasciando così spendidamente irrisolte molte delle possibili definizioni dell'attuale panorama progettuale.

Dico questo perché trovo che la situazione italiana degli ultimissimi anni, con il suo fermento, le curiosità che solleva e le appassionate ricerche di nuove identità, rappresenti un momento particolarmente felice che vorrei vedere prolungato, idealmente, negli anni. Considererei quest'ipotesi una sorta di antidoto nei confronti dell'accademismo, soprattutto quell'accademismo che sembra prender forma dietro linee difensive immaginarie, provocate da un sorprendente scarto generazionale. È bello pensare ad una capacità, in possesso dei gruppi più giovani, di sfuggire con disinvoltura a forme di inquadramento forti, individuare percorsi alternativi, rinnovare lo sguardo e l'operatività ad ogni nuovo punto di vista assunto.

Esistono delle ragioni strutturali, e quindi culturali, che spiegano questo atteggiamento, ragioni che hanno a che fare con quella che abbiamo chiamato la «generazione della rete». Sono d'accordo con te su quelle che tu chiami le «strategie di fuga». La nuova pubblicistica, il programma Erasmus e certamente anche il caso Europan sono elementi imprescindibili per la comprensione di un sistema che ha prodotto negli ultimi anni alcune significative e positive contaminazioni. Le idee hanno ricominciato a circolare. Gli studenti e gli architetti italiani si sono confrontati con esperienze diverse. I tre esempi che hai fatto sono anch'essi espressione di una modificazione, tuttora in corso, legata all'avvento delle nuove tecnologie di comunicazione. Voglio dire che si tratta di un processo articolato e ancora in atto, che si comprenderà nel suo insieme solo quando saremo in grado di osservare da lontano il fenomeno della rivoluzione informatica.

LPP: Generazione della rete. Il termine è perfetto ma forse dovremo definirlo meglio. Intanto, per una mia curiosità personale: per capire se anch'io, oramai ultraquarantenne, faccio parte di questa generazione. Non credo che la rete la adoperino solo i giovanissimi. Anzi mi sembra che attraverso la rete si stia costruendo una comunità, composita dal punto di vista generazionale, e neanche tanto virtuale, di architetti che credono nella sperimentazione. Ci si sente, ci si conosce e qualche volta ci si vede. Attraverso la rete ho conosciuto molte persone. Via e-mail ho conosciuto per esempio te, ho incontrato recentemente Matteo Poli, che è un giovane architetto milanese bravissimo. Oggi ho parlato con Sonia e Tatiana di Milano, che mi hanno chiesto di suggerire loro un professore con il quale fare la tesi. Infine sono sulle tracce di alcuni giovani architetti e critici che vorrei conoscere meglio perché mi hanno detto che sono molto in gamba. Per esempio Giovanni Damiani che ho stanato e adesso stiamo cercando di trovare un'occasione per vederci.

La rete mi sembra un po' come un giro di amicizie. Alcune persone si fanno vedere di tanto in tanto, altre la frequentano stabilmente e sono conosciute da tutti.

No, la generazione della rete non è una fascia d'età. Ma un gruppo di persone che ruota attorno alle webzine. Che frequenta certi convegni. Che dialoga per posta elettronica.

Detto per inciso, quando scrivo qualcosa su Arch'it ho più riscontri di quando pubblico su riviste più tradizionali. Questo molti noiosi accademici non l'hanno capito. Preferiscono pubblicare su deprimenti bollettini d'istituto poco letti piuttosto che su questi agili strumenti distribuiti gratis (sarà un motivo del loro successo?) dove corri il rischio di ricevere e-mail di assenso o di protesta.

A proposito, ecco un altro tema che credo occorra affrontare. La rete presuppone un feedback, un riscontro, che manca alle altre tecnologie. Non si scrive o non si pubblicano i propri progetti solo per farsi leggere ma per ottenere una risposta, una reazione.

MB: Userei volentieri una definizione ampia come «la generazione della rete» per raccogliere in modo non completo né esaustivo le esperienze di alcuni gruppi di progettisti delle ultime generazioni italiane.

Mi riferisco principalmente a quei progettisti che hanno annunciato da uno, due, tre anni al massimo la loro presenza e che si sono presentati attraverso progetti pubblicati in rete, suscitando in alcuni un qualche interesse. Ma certo non escluderei dalla «generazione della rete» alcuni gruppi di precedente costituzione che hanno rivelato un atteggiamento che oggi ritroviamo diffuso, seppur sotto forme diverse. L'ambiguità di un'espressione come questa tende ad evitare facili

classificazioni per indicare piuttosto l'atteggiamento costruttivo, presente in molti dei soggetti qui presenti, che si sostanzia nel muoversi, nel ricercare tracce, nello sviluppare relazioni, nel confrontarsi. Buona parte di queste azioni sono sostenute dall'esistenza di reti e dalla consapevolezza dell'esistenza di nuovi percorsi. Le migrazioni culturali presenti, in forme anche diverse tra loro, nella ricerca di Cliostraat e di Stalker rappresentano in questo senso un'anticipazione di quanto gruppi più giovani fanno quotidianamente lavorando in Internet. Partecipando a concorsi, stabilendo contatti, proponendo connessioni. Misurando nuovi territori. Elaborando più strategie che linguaggi.

Ecco perché mi sembra che questo atteggiamento vada visto non tanto come forma espressiva di alcuni gruppi, quanto come un qualcosa che assume un ruolo preparatorio nei confronti delle generazioni che segui ranno. In questo senso la formula usata nel titolo di questo volume non allude semplicemente al fatto che questi architetti usano Internet e dispongono di un sito (anche il mio barbiere ha un sito, e non per questo lo includerei nella «generazione della rete») ma descrive una fase assolutamente elastica e difficilmente misurabile, in cui si dà la possibilità di stabilire delle relazioni che seguono modalità e linguaggi diversi da quelli usati dalle generazioni precedenti.

Possiamo solo, credo, raccogliere degli elementi e annotare considerazioni provvisorie.

Non so dire se e in che misura noi stessi rientriamo in questo sistema. Ma non baserei il criterio di inclusione solo sulla capacità di entusiasmarsi di fronte alle possibilità dei nuovi strumenti, che pure affascinano, aprendo il campo a scorci interpretativi e a speculazioni cui ogni progettista farebbe bene a non sottrarsi.

Gli architetti di cui stiamo discutendo qui hanno anche una buona dose di understatement. Sanno che è anche compito loro far sì che il «sogno tecnologico» cominci a prender forma. Alcuni di loro hanno annusato il momento di riflusso e hanno presente il fatto che se si vuole agire da architetti la strada non è tutta in discesa. […]