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Il fantastico mondo de «La Ballata delle Prugne Secche»

Crescere in una famiglia di sinistra significa avere genitori piuttosto giovanili, e avere genitori piuttosto giovanili, nel novanta per cento dei casi, significa avere a che fare con due incapaci. Se gli incapaci sono anche divorziati, la situazione si complica, perché mentre stai facendo la badante a uno, l’altro sta combinando guai dall’altra parte della città. Se poi uno dei due soffre di un disturbo bipolare maniaco-depressivo, e oggi pensa di essere san Francesco, e domani pensa di essere il Mago Zurlì, nel mentre che lo raggiungi in macchina lui avrà già mandato a carte quarantotto il reparto pescheria della Conad nel tentativo di moltiplicare le sogliole. Se poi, metti, l’altro genitore s’innamora di un musicista americano (aggiungendo un terzo – incapace – elemento divorziato alla lista, per di più non particolarmente sobrio), dandoti la fastidiosa impressione di essere imprigionata in un telefilm di Retequattro fascia pomeridiana, puoi ufficialmente – e a ragione – dire di essere un’adolescente con problemi.

Dopo una goffa settimana fidanzatesca, Peppe tornò a Bologna. Mi congedai da lui con un paio di affettuose pacche sulle spalle. L’estate era finita. Dopo alcuni giorni dal rientro, il telefono squillò. «È Peppe di Bologna», disse mia madre, tirandomi il cordless. Oddio: cosa vorrà mai? Voleva discutere – esordì – le prospettive della nostra relazione. Relazione? Nostra? Prospettive? Pittandomi le unghie gli spiegai candidamente che tra Bologna e Foggia c’erano in mezzo troppi treni, troppe difficoltà, peccato, perché avevo dei profondi sentimenti per lui: «Ma quindi la risposta qual è? Vuoi stare con me, sì o no?». Io non sono mai stata per il no secco. Non ce la faccio, è più forte di me, mi sembra una crudeltà inutile. Impacciata, con voce un po’ strozzata, balbettai un generico: «Io… Uhm… Ehm… Ti chiamo». Seguirono trenta secondi di denso silenzio: «Anch’io», mi rispose commosso lui, «tanto».

La cellulite è come la mafia. Non esiste. Se la sono inventata dal niente. O meglio, c’è sempre stata, ma, guarda un po’, per dieci milioni di anni non ha mai dato fastidio a nessuno. È come se domani decidessero di dare un nome alle venuzze nell’occhio, chiamandole, chessò, fluppolite, e convincessero tre miliardi e mezzo di persone a scavarsi le orbite.

Intanto per caso conobbi in chat un ragazzo italiano, Federico_76. […] Quando lo andai a prendere alla stazione di Foggia constatai con sollievo che fisicamente non era malaccissimo, a parte un po’ di pelata in testa. Bel corpo. Faccia umph. Comunque simpatico. E pare fosse realmente innamorato di me, tanto che passò le successive due settimane in assoluta adorazione: mi baciava le mani, mi faceva la spesa, mi cucinava, mi portava fuori a cena, mi innaffiava le piante. Questo mi diede la possibilità di fare l’isterica rompicazzo come avevo sempre sognato: sciabattavo per casa dando ordini a destra e a manca, lo buttavo giù dal letto per farmi portare al mare, indicavo come il dito di Dio oggetti nelle vetrine e lui entrava nel negozio e me li acquistava. Nel resto del tempo continuavo a dedicarmi alla ricerca cibernetica del vello canadese: appena potevo, abbandonavo il mio ospite e mi andavo a fare un’insalata di cazzi miei al computer, mentre il mio valvassino restava mogio sul divano e mi guardava ticchettare indemoniata sulla tastiera.

*How to Dump a Partner*

Come scaricare il tuo/la tua Sgurzo/a

Modo n. 1 
«Non mi sento pronto per una relazione stabile».
(traduzione: voglio andare in giro a scopare).

Modo n. 2 
«Ho capito che per me sei un’amica».
(traduzione: voglio andare in giro a scopare).

Modo n. 3 
«Non so più cosa voglio». 
(traduzione: voglio andare in giro a scopare).

Modo n. 4
«Stiamo trascinando una relazione che è finita da un pezzo».
(traduzione: è già da tempo che sto meditando di andare in giro a scopare).

Modo n. 5
«Mi sono innamorato di Mafalda: è successo». 
(traduzione: ci ho scopato).

Modo n. 6
«Vogliamo cose diverse».
(traduzione: io voglio essenzialmente scopare).

Modo n. 7 
«Sei cambiata».
(traduzione: prima scopavi di più).

A dirla tutta, la storia dei buoni amici che si mettono la lingua in bocca non mi dispiace, non la trovo una cosa amorale in sé, se non fosse che poi è sistematicamente seguita dallo stesso, medesimo copione, che si ripete nella mia vita da venticinque anni a questa parte:

  1. Mi invaghisco, normalmente di un idiota.
  2. L’idiota mi dice (o lascia intendere): «Hey baby, non ti mettere con me, sono un vero pirata».
  3. Prendo atto.
  4. Il pirata mi viene a rompere le scatole per mettersi con me.
  5. Dico ok.
  6. Mi chiede se stiamo proprio insieme insieme.
  7. Dico sì.
  8. Ma insieme insieme insieme insieme?
  9. Sì.
  10. Tipo fidanzati.
  11. Sì.
  12. Dopo un mese il mio fidanzato mi dice (o lascia intendere) che si era sbagliato, non si sente pronto per una relazione.
  13. Dico ok.
  14. Mi chiede se quindi va bene se ci lasciamo.
  15. Dico sì.
  16. Ma lasciati lasciati lasciati?
  17. Sì.
  18. Trombare?
  19. No.
  20. Amici?
  21. Mai, per chi si ama come noi.
  22. Ok, addio.
  23. Addio.

Il 98% delle donne ha la cellulite: combatterla è un suicidio statistico collettivo. Avrebbe molto più senso che quel 2% di stupide sgallettate si facesse impiantare un chilo di arance sottochiappa invece di stare a impazzire noialtre tutta la vita. Quello che i maschietti ignorano è che tutte le donne combattono la cellulite. Una volta il mio ragazzo, cincischiando nella mia stanza, mi sventolò sotto il naso il mio tubo di crema anticellulite come a dire: e tu, che ci fai tu con questo? Manco fosse un cazzo di gomma (che tra l’altro dall’altro giorno posseggo, evviva i compleanni) o una testa di cadavere. Un luogo comune che va assolutamente sfatato è che solo le donne ricche e viziate trovino il tempo per queste frivolezze. Sbagliato. Ogni donna in possesso dei suoi arti inferiori ha un tubo di crema anticellulite. L’ossessione per la cellulite è assolutamente trasversale, non bada a ceto, reddito, credo politico, livello di istruzione o latitudine geografica. E neanche età, visto che il primo tubo viene acquistato intorno ai quindici anni e l’ultimo sta ancora nell’anta del bagno mentre i vermi stanno formicolando sulla nostra lapide.

Il problema è che io sono una boccalona. Cioè credo a tutto. Credo sinceramente che i marziani abbiano costruito le piramidi, credo che i cristalli possano guarire l’influenza, credo che nel 2012 ci sarà il Grande Cambiamento, credo al mago che sta in Via Brera col suo tavolino pieghevole, secondo il quale nella mia vita passata sarei stata, per inciso, una danzatrice del ventre irachena (fiko!). Credo alle rune, all’I-Ching, alle carte, alla mano, alla palla, al lancio dei fiammiferi, delle monete, dei dadi. Quando mi fanno vedere i poteri sgrassanti dello spiumino antistatico, io ci credo. Credo all’omeopatia, ai fiori di Bach, all’agopuntura, allo shiatsu, allo yoga, alla moxa, che è una cosa puzzolentissima che metti nell’ombelico e a cui poi dai fuoco, e che tra l’altro è fonte di magna sofferenza. Credo che l’alluce del piede sia legato al rapporto con se stessi, l’indice a quello col papà, il quarto a quello col partner e il mignolo a quello coi figli. Il terzo non mi ricordo, ma credo ciecamente anche (anzi, soprattutto) al terzo dito del piede. Credo all’oroscopo. Credo all’esistenza di Dio, al Dio-pomodoro, al Dio-cespuglio, al Dio-sasso, al Dio immanente, credo all’animismo e il mio telefonino, infatti, si chiama Mario, e ci parlo. Parlo con le porte, con i frullatori, con le piante e con i morti.

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