| La ballata delle prugne secche |
| ROMA - 14/06/2006 |
Troppo spesso si usa Melissa P. come metro di valutazione di romanzi di
'nuova generazione' possibilmente simil-autobiografici o ad uso e
consumo prevalentemente adolescenziale. Così la povera Pulsatilla, nome
in codice per un'identità non ancora ben svelata, si è trovata definita
come una 'Melissa P. lassativa', autorevoli critici si sono detti
scettici circa le capacità di Castelvecchi di sfruttare il momento
d'oro di questo genere di 'letteratura', o si sono precipitati a
scovare tra le righe di questo romanzo d'esordio intriganti sfumature
erotiche, terribili traumi familiari e quant'altro suggerito dal cliché
dell'adolescente moderno e naturalmente travagliato. Per l'occasione è
tornato in auge il termine chick-lit
(leggi 'letteratura per pollastrelle'), mai tramontato negli Stati
Uniti per ovvii motivi finanziari, e diventato popolare da noi grazie a
Bridget Jones e allo shopping di Sophie Kinsella. Se a ciò si aggiunge
che solo per un pelo (e per ovvii motivi anagrafici, ahimè) Pulsatilla
ha schivato la definizione teen-lit (vedi la Melissa P. degli esordi e la Zoe Trope di Scusate se ho quindici anni, ma anche le Guide pratiche per adolescenti introversi
dell' antesignana delle blogger Margherita F.), spunta fuori la ricetta
perfetta dell'ennesimo annunciato best seller di quest'estate.
Tutto questo rischia però di essere penalizzante per il delizioso La ballata delle prugne secche. Perchè la chick lit vende tanto ma spazia dal trendy al trash: da un'analisi spesso impietosa della donna come macchina da acquisti, e quindi trendy (??), a una sorta di fabbrica di Harmony riveduti e corretti e dunque trash.
Ma questi sono problemi di marketing. Saranno i giovani, principali
interlocutori di Pulsatilla, a decretarne il successo. E se dal web
(l'autrice tiene da tempo un blog) i suoi scritti sono arrivati sugli
scaffali, le premesse ci sono tutte. Non è la prima volta che accade: a
grande richiesta sono stati pubblicati tanti altri diari on line
selezionati in base a numero di accessi e voci su Google. E spesso
dietro a grandi successi digitali si nascondono aspiranti scrittori o
mere operazioni commerciali. Nella rete è facile nascondersi e l'affaire
J.T. Leroy dimostra che un ufficio marketing compiacente può essere un
buon gancio per far perdere le proprie tracce. Ma se un libro si legge
tutto d'un fiato, se riesce a strappare qualche risata, tutto questo
non ha importanza. La ballata delle prugne secche ha queste caratteristiche, e in più quella vena di frivolezza e autoironia che rende immediatamente simpatica la sua autrice.
Come in un blog che si rispetti, nel libro si parla un po' di tutto.
Seguiamo Valeria dalla nascita, in una famiglia di sinistra ('genitori
giovanili', niente televisione, madre 'ansiosa' tanto da dire 'é tardi
ancora prima di guardare l'ora', padre affetto da un 'disturbo bipolare
maniaco-depressivo') e per tutto l'arco della sua crescita, i primi
giocattoli, i primi fidanzatini fino ai viaggi e al lavoro di
copywriter ('tre anni di studio e 45 milioni di lire'). Il libro deve
il titolo alle prugne secche, rigorosamente nel numero di una, alimento
consigliato come spuntino ad aspiranti anoressiche, da una 'rivista
femminile con diete da fame' a cui si rivolge la protagonista quando in
piena adolescenza decide di dimagrire, stanca di 'combattere contro le
beffe del secolo'. Stando alla storia, infatti, vince chi ha più tempo
libero, così nel '700 andavano di moda le donne in carne perché non
avendo nulla da fare se non godersi le gioie della vita ( e tra queste
il cibo) ingrassavano; adesso chi ha tempo libero e soldi va in
palestra, fa la lampada ed è 'smunto e abbronzato' come le braccianti
che un tempo lavoravano nei campi. L'anoressia diventa una crociata per
allinearsi coi tempi e la condanna di Pulsatilla, ironica e sagace, è
scritta a chiare lettere: «Quando arrivi a pesare trenta chili (...)
significa che la dieta sta funzionando alla grande, più nello specifico
stai morendo che è esattamente il tuo obiettivo». Niente party né
discoteca (il gin tonic fa ingrassare), niente pub, né ristorante, né
feste comandate, brutti voti in pagella e soprattutto niente più
fidanzato (già scappato con un'altra meno 'decerebrata' di te).
Imperdibile il capitolo Fuggi da Foggia:
dietro allo scioglilingua si cela un vero e proprio manuale sulla città
pugliese, una sorta di Bignami con geografia, storia, gastronomia, che
ha il suo climax nel dizionario ragionato di italo-foggiano che da solo
merita davvero la spesa del libro. E infine, in perfetto stile Sex and the City
(ma alla rovescia) Pulsatilla dedica un capitolo al consumismo
'francescano', che porta la protagonista a comprare 'politically
correct': cibo biologico, scarpe realizzate senza sacrificio animale,
cosmetici a chili che non bastano a salvarla dall'incubo cellulite, che
è 'un'epidemia tutta mentale', una 'truffa', il 'risultato di qualche
dozzina di noiose riunioni del reparto marketing'. «La cellulite -
scrive - è come la mafia, non esiste, se la sono inventata dal niente».
In fondo, qualcuno è mai morto per la pelle a buccia d'arancia?
Disincantata e spensierata, sottilmente femminista ('Dio è misogino'),
Pulsatilla si racconta guardandosi intorno, senza mai mettersi al
centro della storia e rifuggendo da qualsiasi istinto narcisista.
Nessuno spazio per esibizionismo né autocommiserazione, piuttosto un
sorriso, lo stesso che strappa al lettore. Lo dice lei stessa,
raccontandosi bambina sull'altalena: «Mi tenevo stretta alle corde, poi
giravo su me stessa attorcigliandole (...) staccavo le mani facevo di
tutto per morire, non sono mai morta».
Altro che lassativa. Con Melissa P. Pulsatilla ha in comune solo il nome di un'erba officinale. (mt)
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Pulsatilla (Foggia, 1981) ha vissuto in Puglia finché, raggiunta con un
certo ritardo l’età della ragione, ne è fuggita a gambe levate. A
Milano ha fatto la copywriter, poi ha perso la testa per un tizio che
abitava sulla Prenestina e si è trasferita a Roma, dove attualmente
vive. Ora è single e senza lavoro.
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«Ho cominciato a dondolare prima timidamente, poi, vedendo che la
struttura bene o male reggeva, mi sono abbandonata al ritmo di Ring of
fire (nella versione dei Social Distortion (yeah) - che avevo nelle
cuffie finchè i miei piedi non hanno toccato il cielo. Avanti e
indietro, avanti e indietro, diastole e sistole è il ritmo del cuore e
della vita». |
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