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Georg Heym e l’opera Umbra Vitae raccontati da Massimo Palma

La vita del poeta tedesco Georg Heym e quattro poesie inedite tradotte.

A cura di Massimo Palma, curatore del libro “Umbra Vitae. Con 47 xilografie di Ernst Ludwig Kirchner” di Georg Heym.

Il volto da bambino, e i versi crudi. L’ossessione dei sensi, la sovranità del ritmo. Il sogno della guerra, la morte per acqua in una versione anticipata in diario. Georg Heym (1887-1912) aveva tutto, e non trattenne nulla.

La sua storia è brevissima: figlio di una borghesia a proprio agio nel nuovo Reich guglielmino, se ne distacca quanto è possibile in un’epoca di quiete che pare senza sbocchi. Si trasferisce a Berlino mentre la città si fa enorme ed è percorsa da serie impersonali di merci, di masse alienate, da venti gelidi. Heym ne raccoglie gli umori, figura modi per dirli. Compone poesie sognando guerre. Ma quando la guerra nell’agosto del 1914 arriva davvero, per tutti i maschi che da anni vagheggiano il confronto con la morte leggendo Nietzsche, Heym è già morto da due anni, caduto in un fiume ghiacciato – un incidente, dicono.

Lasciava appena un libro, Il giorno eterno, pubblicato da un editore giovanissimo e spericolato, Ernst Rowohlt. E giovanissimi erano i suoi amici, che lo avevano ascoltato nei club recitare poesie con voce tonante, lui, quella faccia da bambino. Raccolgono i fogli rimasti sul tavolo – mettono insieme un’opera postuma dal titolo in latino, Umbra vitae – così si chiamerà. Ancora Rowohlt a pubblicarla. Tra le pagine, mentre l’eco di una natura assente nella città sferzata dai venti restituisce solo suoni e colori, colori e suoni («La tempesta ulula sempre forte nei camini,/e ogni notte è rosso sangue e scura»), il poeta sperimenta visioni. Ma tra i colori, tra i miti rievocati, tra i versi allucinati compare una vita tutta urbana. Nell’esperienza della metropoli, Heym vede l’esistenza marginale, minima, inferiore – gli invisibili di allora e di ora: i disabili, i suicidi, i detenuti, i malati, i matti. Vede marinai intossicati, operai che battono il ritmo.

Passano gli anni, arriva la guerra, poi la democrazia. Quel che Heym aveva visto diventa visibile a tutti. Ernst Ludwig Kirchner lavora a quei versi, dai ritratti di Heym estrae dettagli, li esaspera incidendo il legno. Nel 1924 viene fuori un’edizione speciale, per i tipi di Kurt Wolff, l’editore, con Rowohlt, di quello che, a insaputa di Heym, veniva ormai chiamato espressionismo.

È questa l’edizione di Umbra vitae che ho voluto riprendere. Heym e Kirchner insieme, a dirsi l’un l’altro, a quasi un secolo di distanza, tra sinistre analogie d’epoca e d’atmosfera. Recuperare quel nome riverito da Walter Benjamin, da Paul Celan («la parola andare-a-fondo»), immaginare una nuova traduzione che ne restituisse l’eco attuale. Riprendere i versi di chi, dotato di ali, ha saputo guardare in basso, dire ogni basso. E immaginare nuovi suoni, movimenti scoperti al fondo.

 Ci è stato dato un piede di vetro leggero 
e ali scarlatte che spuntano dal dorso.
E danziamo al crepitare dei cocci
per volteggiare a festa tra soli rifiuti.
 
(da I matti. III. Variazione) 
 Kata
Un tuono rosso. E il sole strepita,
un drago di porpora. La coda dentata
sferza alta sul bagliore di cieli vasti,
sull’orizzonte di querce dove cova la fiamma.
La luce immane, una mano di fuoco
di scuri tonanti quasi frantuma
la parete il marmo il bianco della grande Babele
e la pietra l’oro di enormi pagode.
Musica. Musica. Un corale divino.
Le fauci aperte del sole gli fanno il controcanto,
l’eco rimbomba dalla sala vasta del cielo
evoca la tiranna della notte scura,
la luna, tetrarca, che nella valle di nuvole
conduce già pazza la pallida quadriga. 
 Allegria
 
C’è mormorio c’è brusio che viene dalle giostre,
come soli a fuoco il pomeriggio,
e a migliaia guardano con gusto
come girano i cammelli e rapidi i cavalli;
i cigni irrigiditi e gli elefanti;
uno leva già la gamba in alto per la gioia
e grugnisce come un porco il ventre vuoto.
E tutte le bestie cominciano a ballare.
Poi lì accanto, alla luce chiara del cielo,
ecco i muratori, piccoli e neri come pidocchi,
che salgono sull’impalcatura, una squadra infuocata,
battono il ritmo con le cazzuole. 
 Pilato
 
Un riso di pena sghemba ecco svanisce
all’uscio candido della sua fronte.
Siede al suo posto. Le mani levate
spezzano il bastone e ricadono.
E come un fiore che gronda verde chiaro
riluce al buio dei cortili il re dei Giudei
e la fronte che caricano e adombrano di spine
brucia come pietra lucente pallida.
E il dio ascende, si leva sulle spalle
di angeli immani. Canta, un cigno,
lieve e minuto sale in cielo, un sentiero luminoso,
e il Padre lo attende in alto nel bagliore.
Ma il giudice resta avvinto al monte azzurro
nel mantello immane è un frutto avvizzito.
Viene selvaggia la sera sui deserti sull’eco,
acque tacite cadono nella gola verde. 
 Il giardino
 
La bocca è umida e aperta come l’hanno i pesci
e riluce rossa nel giardino morto.
Il piede è liscio e largo sui sentieri,
i venti sgorgano dall’abito a pieghe.
Cinge il dio, che si china esile come d’argento
sotto di lui. E gli insinua nella schiena dita
nere come artigli pelosi.
Cadono fuochi dagli occhi, di traverso.
Vengono ombre e luci, a tratti nella luna
un fruscio di foglie. Prima il calore della notte
poi un freddo tetro. E da sotto chiamano i corni
delle sentinelle di ronda nella città gialla. 

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